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martedì 23 marzo 2021

SN11 PRONTO PER IL TEST

https://drive.google.com/uc?export=view&id=1KPo5Mnnc4Nkk8nqJBV3tickfdkxnpmxH

Il nuovo prototipo #SN11 di #SpaceX (Space Exploration Technologies Corporation), l’agenzia spaziale privata del magnate statunitense Elon #Musk, è stato posizionato sulla piattaforma di lancio presso la struttura di Boca Chica in #Texas, ed è pronto al lancio.

Non si conosce la data e l’ora precisa in cui avverrà, che in genere viene comunicata poco prima a causa della necessità di far convergere innumerevoli variabili favorevoli, tra cui anche la preparazione hardware, le condizioni meteorologiche, l’approvazione delle normative, la chiusura delle strade ecc.

SN11 segue il precedente test di #SN10, che ha avuto esito positivo nonostante numerosi difetti da migliorare in fase di atterraggio. 

Elon Musk ha dichiarato in merito che il motore di SN10 aveva una spinta bassa a causa (probabilmente) della parziale ingestione di elio dal serbatoio del carburante. Ha impattato a 10 m/s schiacciando le gambe e parte della struttura inferiore. 
Su SN11 sono state apportate numerose correzioni, tra cui una migliore funzionalità per le gambe, in modo che questa volta si aprano correttamente.

Questa serie di test, porterà a completamento della #Starship finale, la fantascientifica astronave vettore che dovrà portare l’uomo su Marte nei prossimi anni.

martedì 12 marzo 2013

Il Prgetto VIPERS Mostra Un Universo-Ragnatela


Un team internazionale di astronomi guidati da ricercatori dell’INAF presenta i primi risultati del grande progetto che sta ricostruendo la struttura a grande scala dell’Universo quando questo aveva circa metà della sua età attuale. Misurando la distanza di 55.000 galassie con il VLT dell’ESO, è stata prodotta una mappa della distribuzione di materia con un’estensione e un dettaglio mai raggiunti prima a quest’epoca cosmica.

Una ragnatela cosmica che si estende per miliardi di anni luce, fatta di galassie, gas, polveri, ma anche di numerose zone apparentemente sgombre di materia visibile, dove invece potrebbe annidarsi quella ‘oscura’. Ecco il primo spettacolare colpo d’occhio dell’Universo realizzato nell’ambito del progetto VIPERS (VIMOS Public Extragalactic Redshift Survey), sviluppato da un team internazionale coordinato da ricercatori dell’INAF e a cui partecipano colleghi di varie Università italiane . VIPERS utilizza lo spettrografo VIMOS installato al Very Large Telescope (VLT) dell’ESO per ricostruire la distribuzione spaziale delle galassie quando l’Universo aveva circa metà dell’età attuale, ovvero attorno a 7 miliardi di anni. La novità del progetto è nella combinazione senza precedenti delle dimensioni del volume esplorato e del dettaglio con cui la struttura a grande scale viene ricostruita. L’ambizioso obiettivo è quello di misurare le distanze di circa 100.000 galassie in un volume di quasi due miliardi di anni-luce cubici per ricostruirne la loro distribuzione tridimensionale. I risultati, molto attesi, cominciano ad arrivare: sono stati infatti presentati una serie di articoli inviati alla rivista Astronomy&Astrophysics e pubblicati online su arxiv.org che si basano sulle prime 55.000 galassie finora osservate. “È il primo traguardo di un lavoro iniziato nel 2008 e che richiederà altri 3 anni per essere completato” commenta Luigi Guzzo, dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Brera, coordinatore generale del progetto.

Il primo e più spettacolare risultato fornito da questi dati è nelle mappe della distribuzione delle galassie basate sulle nuove misure di distanza che mostrano come già a quell’epoca l’Universo fosse organizzato in grandi strutture filamentose, che connettono gli ammassi di galassie e circondano ampie zone vuote. E’ il cosiddetto Cosmic Web, la ragnatela cosmica che i ricercatori spiegano come il risultato dell’amplificazione da parte della forza di gravità di piccole perturbazioni nell’Universo primordiale. La struttura è analoga a quella osservata nell’Universo più vicino a noi, ma rappresenta un fotogramma intermedio del film cosmico, scattato circa 7 miliardi di anni fa e per di più dettagliatissimo e molto esteso. Un fondamentale passo in avanti che ci permette di avere a disposizione, per la prima volta, una visione d’assieme dell’Universo a queste epoche. Grazie all’estensione di queste mappe, il team di VIPERS è stato in grado di produrre già con il campione attuale dei risultati che migliorano significativamente la nostra conoscenza sia delle proprietà globali della popolazione di galassie, sia della loro distribuzione spaziale a grande scala.

Il livello di disomogeneità alle diverse scale (galassie, ammassi di galassie, filamenti) è infatti strettamente legato alle proprietà delle componenti fondamentali dell’Universo. Quanta e quale materia oscura è necessaria per spiegare ciò che vediamo? Che cosa produce l’accelerazione dell’espansione che oggi osserviamo? È la cosiddetta energia oscura oppure in realtà stiamo usando una teoria non corretta per descrivere l’Universo su queste scale? Tra i principali obiettivi di VIPERS c’è quello di fornire risposte a questi interrogativi. Uno dei lavori in fase di pubblicazione mostra che la distribuzione e le velocità delle galassie sono compatibili con le previsioni della Relatività Generale e confermano quindi la necessità di inserire una forma di energia oscura nelle relative equazioni, per spiegare l’espansione accelerata.

Un altro degli articoli in corso di pubblicazione presenta una misura molto precisa del numero di galassie di grande massa già presenti nell’Universo quando questo aveva 7 miliardi di anni. “Avere a disposizione queste informazioni per campioni di centinaia di migliaia di galassie – come sarà il caso di VIPERS al termine del progetto tra tre anni - permette di identificare nel dettaglio i processi e le leggi fisiche che ne regolano l’evoluzione, informazioni che possono essere fraintese se si usano campioni troppo piccoli e non rappresentativi di simili oggetti celesti” commenta Micol Bolzonella dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Bologna, che nel progetto coordina gli studi di evoluzione delle galassie.

A cura di Marco Galliani

Foto di apertura
La distribuzione nello spazio delle 55.000 galassie che compongono l’attuale campione PDR-1 della survey VIPERS. Le due “fette” di torta corrispondono ai due campi W1 e W4 in cui sono state compiute le misure. L’osservatore in questa immagine è situato al vertice immaginario dei due pseudo-coni, fuori dallo schermo a destra dell’immagine. La dimensione delle fette in lunghezza corrisponde a 6 miliardi di anni luce riportati all’epoca attuale. Crediti: © VIPERS Collaboration

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/12/universo-ragnatela/

Spettacolare Eclisse Dallo Spazio


Il telescopio spaziale della NASA Solar Dynamics Observatory (SDO) ha catturato le immagini di due parziali eclissi solari: una dovuta al passaggio delle Terra davanti al Sole e l'altra al transito della Luna. L’evento segna il via della stagione primaverile delle eclissi per SDO.

All’inizio di marzo la sonda della NASA Solar Dynamics Orbiter (SDO) è entrata nella sua stagione semestrale di eclissi, un periodo della durata di tre settimane, quando la Terra giornalmente blocca la sua vista del Sole per un certo periodo.

L’11 marzo, però, SDO ha avuto una doppia sorpresa. Prima il passaggio della Terra che ne ha bloccato la vista del Sole per circa 2 ore e 30 minuti. Più più tardi, lo stesso giorno, per circa un’ora e un quarto è stata la Luna a imporgli una parziale eclissi solare.

Come si può notare quando è la Terra a oscurare la vista del Sole, la sonda coglie comunque la luce che passa attraverso la nostra atmosfera e l’immagine appare sfocata. Decisamente più definita è l’ombra della Luna. Dal momento che non ha atmosfera, la sua forma curva può essere vista chiaramente. Qualsiasi veicolo spaziale osservando il Sole da un orbita attorno alla Terra deve fare i conti con eclissi del genere, ma l’orbita di SDO è stata elaborata per minimizzare il fenomeno il più possibile, con solo due o tre settimane stagionali di eclissi ogni anno. La stagione primaverile 2013 di eclissi si concluderà il 26 marzo. La stagione autunnale avrà, invece, inizio il 2 settembre.

A cura di Media INAF

Foto di apertura
Credit: NASA/SDO

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/12/doppio-black-out-del-sole/
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lunedì 6 agosto 2012

Curiosity Testa La Cam In Bianco E Nero





Circa due ore dopo lo sbarco su Marte il rover Curiosity della NASA ha trasmesso una foto con risoluzione maggiore dal Gale Crater al centro di controllo della missione presso il Laboratorio del Jet Propulsion di Pasadena, in California,
La foto e in bianco e nero, di 512 per 512 pixel, presa dalla Hazcam.


"Il sito di atterraggio di Curiosity sta cominciando a venire a fuoco", ha dichiarato John Grotzinger, project manager della missione.. "Nell'immagine, stiamo cercando il nord-ovest. Quello che si vede all'orizzonte è il bordo del cratere Gale. In primo piano, è possibile vedere un campo di ghiaia. La domanda è: da dove viene questa ghiaia? E' la prima di quello che saranno molte questioni scientifiche dalla nostra nuova cmissione su Marte".

Mentre l'immagine è due volte più grande in dimensioni delle prime immagini inviate, è solo la metà delle dimensioni di una immagine a piena risoluzione della Hazcam.

Durante le operazioni della futura missione, queste immagini saranno utilizzate per pianificare gli spostamenti.
Altre telecamere a bordo di Curiosity, a colori e con una risoluzione molto più alta, dovrebbero inviare foto sulla Terra nel corso dei prossimi giorni.
Curiosity è atterrato su Marte alle ore 22:32 del 5 agosto, PST, (1:32 am EDT, Aug. 6) vicino ai piedi di una montagna di tre miglia (circa cinque chilometri) di altezza all'interno del Gale Crater, circa 96 miglia (circa 155 km) di diametro.

Durante la missione che durerà quasi due anni, il rover valuterà se la regione ha mai offerto condizioni favorevoli per la vita microbica, compresi gli ingredienti chimici per la vita.

La missione è gestita dal JPL per Mission Directorate della NASA Science a Washington. Il rover è stato progettato, sviluppato e assemblato al JPL, una divisione della Caltech.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/08/120806074444.htm

giovedì 26 luglio 2012

Il Mistero Dell'Acqua Mancante


A noi che ci abitiamo, la Terra sembra un pianeta decisamente ricco di acqua, ma in realtà essa rappresenta meno dell’un per cento della massa terrestre. E probabilmente l’acqua presente sulla Terra proviene in realtà da comete e asteroidi.

Uno studio condotto da Rebecca Martin e Mario Livio del Space Telescope Science Institute di Baltimora ha provato a spiegare il motivo per cui il nostro pianeta è relativamente asciutto. Cosa su cui gli astronomi si interrogano da anni. Infatti, il modello teorico più accreditato spiega la formazione del sistema solare a partire da un disco protoplanetario, un disco turbinante di gas e polvere che circondava il nostro Sole.

Secondo questo modello, il nostro pianeta dovrebbe essere ben più ricco di acqua. La Terra, sempre secondo il modello, dovrebbe essersi formata da materiale ghiacciato in una zona attorno al Sole dove le temperature erano abbastanza fredde da far condensare il ghiaccio stesso. Perché è relativamente asciutta?

Lo studio effettuato, basato su simulazioni al computer dell’evoluzione del Sistema Solare, ci spiega come il nostro pianeta si sia formato da detriti rocciosi in una zona più calda, dentro la cosiddetta “linea della neve”. Questa linea di demarcazione nel nostro Sistema Solare si trova attualmente nel mezzo della fascia principale degli asteroidi, una regione compresa fra le orbite di Marte e Giove; oltre questo punto la luce del Sole è troppo debole per liquefare i detriti ghiacciati rilasciati dal disco protoplanetario.

I precedenti modelli del disco di accrescimento suggerivano che la linea della neve fosse molto più vicina al Sole 4,5 miliardi di anni fa, quando la Terra si formò e quindi il nostro pianeta avrebbe dovuto formarsi in una zona dove il ghiaccio non poteva essere sciolto dal calore solare. Ma Martin e Livio suggeriscono un’altra possibilità: “Diversamente dal modello standard del disco di accrescimento, la linea della neve nella nostra analisi non si sposta mai dentro l’orbita della Terra ma rimane, invece, sempre più esterna” ha dichiarato Livio ” e ciò spiega perché il nostro sia un pianeta asciutto. Infatti, il nostro modello spiega perché anche altri pianeti come Mercurio, Venere e Marte siano relativamente asciutti”.

“Se la linea della neve fosse stata all’interno dell’orbita della Terra quando questa si formò” ha aggiunto Martin, “ìl nostro pianeta sarebbe dovuto essere un corpo ghiacciato. I pianeti come Urano e Nettuno che si sono formati oltre quella linea sono composti dal 10% di acqua. Ma la Terra non ne ha molta e questo è sempre stato un enigma”.

Lo studio è pubblicato su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.

A cura di Silvia Dragone

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2012/07/18/l’enigma-dell’acqua-mancante/

martedì 17 luglio 2012

I Movimenti Segnati Sulla Superficie Lunare Sono Stati Causati Dagli Impatti





La superficie lunare è puntellata da migliaia di crateri da impatto, i resti delle collisioni che si sono verificati negli ultimi 4,5 miliardi di anni.
Il bacino Orientale, contiene una parte considerevole di recente formazione che si distingue dal resto. Il cratere, che si trova lungo il confine sud-occidentale tra le parti visibili e oscure della Luna, appare come una macchia scura circondata da cerchi concentrici di ejecta che raggiungono più di 900 km (560 miglia) dal punto d'impatto.


Anche se altri crateri sono dotati di anelli simili, la superficie lunare che circonda il bacino Orientale è insolitamente dura con concavità ridotta. Le caratteristiche anomale sono state identificate dal team di Kreslavsky dopo aver prodotto una mappa della rugosità della superficie lunare topografica grazie alle osservazioni dal Lunar Orbiter Laser Altimeter a bordo del Lunar Reconnaissance Orbiter.

Il fatto che altri crateri, anche quelli di analoghe dimensioni ed età, non abbiano caratteristiche simili, suggerisce agli autori che meccanismi quali agenti atmosferici o assestamenti gravitazionale non possono spiegare l'anomalia.

Invece, gli autori suggeriscono che il bacino Orientale, che si è formato circa 3,8 miliardi di anni fa, si distingue semplicemente perché è il più giovane grande cratere.
Essi propongono che ogni volta che un grande corpo impatta sulla Luna, le onde sismiche prodotte durante l'impatto si muovono attraverso il materiale solido lunare, inducendo uno scuotimento sismico che provoca frane e la sedimentazione di superficie. Si stima che il dispositivo di simulazione dovrebbe essere di almeno 100 km (62 miglia) per causare un notevole scuotimento sismico.

Purtroppo, per gli autori potrebbe essere necessario aspettare più di un pó di tempo per testare definitivamente le loro ipotesi, almeno fino a quando la Luna sarà nuovamente scossa da un asteroide massiccio, un evento cui il verificarsi è previsto nel prossimo futuro.

Traduzione e Adattamento A Cura Di Arthur McPaul

Foto In Alto
Bacino Orientale (credit: NASA)

Fonte:
http://c727752.r52.cf2.rackcdn.com/lro/lro_orientale.jpg



martedì 6 settembre 2011

Marte: Un Delta Testimonianza Dell'acqua Liquida




L'Agenzia Spaziale Europea, grazie alla sonda in orbita al Pianeta Rosso, Mars Express, ha individuato un caso raro di un cratere che un tempo occupato da un lago, dimostrato dalla presenza di un delta.


Il delta è un antico ventaglio di depositi sedimentari scuri nell'acqua. È un ricordo del passato di Marte, quando il clima più umido.
Il delta, presente nel cratere Eberswalde situato negli altopiani meridionali di Marte. ha un diametro di 65 km ed è visibile come un semicerchio sulla destra dell'immagine e si è formato oltre 3,7 miliardi di anni fa, quando un asteroide ha colpito il pianeta.
Il bordo del cratere è intatto solo sul suo lato destro. Il resto appare solo debolmente o non è visibile. Un impatto successivo creò il cratere Holden dal diametro di 140 km che domina il centro e la parte sinistra dell'immagine. L'espulsione di grandi quantità di materiali provenienti da tale impatto ha sepolto parte dell'Eberswalde.

Tuttavia, all'interno della parte visibile di Eberswalde, il delta e dei suoi canali di ingresso sono ben conservati, come si vede nella parte superiore destra del cratere. Il delta si estende su un'area di 115 chilometri quadrati. Piccoli canali di ingresso sono visibili verso nella parte superiore del cratere, che fu riempito d'acqua per formare un lago.

Dopo la deposizione dei sedimenti nel delta dell'antico lago del cratere, i sedimenti più freschi si accumularono per coprire una parte importante di entrambi i canali e del delta.
Questi sedimenti secondari che presumibilmente si depositarono a causa dal vento, sono stati successivamente erosi della zona del delta, esponendo un rilievo invertito della struttura delta.

Questa struttura, che inizialmente è stata identificata dalla sonda della NASA Mars Global Surveyor, è caratteristica dalla presenza di un lago nel cratere in quel momento. Tali caratteristiche forniscono una chiara indicazione che sulla superficie del pianeta scorreva acqua liquida nella sua storia antica.
Sia il cratere Eberswalde che l'Holden erano sulla lista di quattro possibili destinazioni per i prossimi NASA Mars rover, che saranno lanciati alla fine di quest'anno. L'obiettivo principale della missione Mars Science Laboratory è la ricerca di ambienti abitabili su Marte.

La missione dell'ESA Mars Express ha aiutato gli scienziati nella ricerca del miglior sito di atterraggio.
L'Eberswalde è stato proposto perché il suo delta indicava la lunga presenza di acqua liquida in passato, e il cratere Holden era un valido candidato grazie alla sua diversità di minerali e molte strutture che suggeriscono ancora una volta la presenza in passato di acqua liquida.

Un altro candidato è il Mawrth Vallis che espone alcuni dei più antichi strati d'argilla su Marte. Tuttavia, nel mese di luglio, il cratere Gale, entrato nella lista finale, è stato scelto come sito di atterraggio della missione, data la sua alta presenza di minerali e di diversità strutturali legate all'acqua.
Eberswalde, Holden e Mawrth Vallis manterrano nascosti i loro segreti ancora a lungo.


Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2011/09/110902104746.htm

lunedì 1 agosto 2011

Scoperto Il Primo Asteroide Trojano Terrestre




Gli astronomi che studiano i dati osservativi del telescopio spaziale ad infrarossi della NASA, chiamato WISE, hanno scoperto il primo asteroide "Trojano" in orbita attorno al Sole e alla Terra.

I trojani, sono asteroidi che condividono un'orbita con un pianeta vicino a punti stabili di fronte o dietro di esso. Poiché seguono costantemente la stessa orbita del pianeta e non possono entrare in collisione con esso. Nel nostro Sistema Solare, i Trojani condividono le orbite con Nettuno, Marte e Giove.
Due luna di Saturno sono Trojani.

Gli scienziati avevano previsto già che la Terra potesse avere dei Trojani, ma la loro scoperta è stata difficile perché sono relativamente piccoli e appaiono vicino al Sole dal nostro punto di vista.
"Questi asteroidi orbitano per lo più alla luce del giorno, il che li rende molto difficili da vedere", ha detto Martin Connors dell'Athabasca University in Canada, autore principale della scoperta, pubblicata sul numero del 28 luglio di Nature. "Ma ne abbiamo finalmente trovato uno, perché l'oggetto ha un'orbita insolita più lontana dal Sole di quello che è tipica per i Trojani. WISE ha cambiato le regole del gioco, dandoci un punto di vista difficile da avere sulla superficie terrestre".

Il telescopio WISE ha scansionato l'intero cielo in luce infrarossa dal gennaio 2010 al febbraio 2011. Connors e il suo team hanno iniziato la ricerca di un Trojano utilizzando i dati di NEOWISE, grazie alla missione aggiuntiva di WISE che si è concentrata in parte su oggetti chiamati NEO (Near Earth Objects) pertanto vicini alla Terra, come gli asteroidi e le comete.

I NEO sono corpi che passano all'interno di 28 milioni miglia (45 milioni di chilometri) del percorso della Terra intorno al Sole. Il progetto NEOWISE ha osservato più di 155.000 asteroidi nella fascia principale tra Marte e Giove, e più di 500 NEO, scoprendone 132 sconosciuti.
I candidati Trojani sono stati due: uno chiamato 2010 TK7, che è stato confermato come Trojano della Terra dopo la conferma ottenute dal telescopio terrestre Canada-France-Hawaii Telescope a Mauna Kea alle Hawaii.

L'asteroide è di circa 1.000 piedi (300 metri) di diametro. Ha un'orbita insolita che traccia un movimento complesso in prossimità di un punto stabile sul piano dell'orbita terrestre, anche se l'asteroide si muove anche sopra e sotto il piano. L'oggetto è posto a circa 50 milioni di miglia (80 milioni di chilometri) dalla Terra. L'orbita dell'asteroide è ben definita e per almeno i prossimi 100 anni, non si avvicinerà alla Terra oltre i 15 milioni di miglia (24 milioni di chilometri).

Un'animazione che mostra l'orbita è disponibile all'indirizzo: http://www.nasa.gov/multimedia/videogallery/index.html?media_id=103550791 .

"E 'come se la Terra stesse giocando a inseguirlo", ha detto Amy Mainzer, il ricercatore principale di NEOWISE a Propulsion Laboratory della NASA di Pasadena, in California. "La Terra è sempre a caccia di questo asteroide in giro".

Una manciata di altri asteroidi hanno anche orbite simili alla Terra. Tali oggetti potrebbero divenire ottimi candidati per la futura esplorazione robotica e umana. L'asteroide 2010 TK7 non è un buon obiettivo, perché viaggia troppo sopra e sotto il piano dell'orbita terrestre, il che richiederebbe grandi quantità di carburante per raggiungerlo.
"Questa scoperta spiega perché il programma di osservazione NEO della NASA ha finanziato la missione di valorizzazione e di elaborazione dei dati raccolti da WISE", ha detto Lindley Johnson, direttore del programma NEOWISE presso la sede della NASA a Washington. "Credevamo ci fosse un grande potenziale per trovare oggetti vicini alla Terra nello spazio che non era stato visto prima".

I dati della missione NEOWISE sulle orbite di centinaia di migliaia di asteroidi e comete osservate, sono disponibili attraverso il Minor Planet Center della NASA, finanziato dall'Unione Astronomica Internazionale presso la Smithsonian Astrophysical Observatory di Cambridge, Mass.
JPL dirige e gestisce WISE per la Mission Directorate della NASA Science di Washington. Il ricercatore principale, Edward Wright, professore presso la University of California, Los Angeles.

La missione è stata selezionata nell'ambito del programma di esplorazione della NASA, che è gestita dall'agenzia del Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland. Lo strumento scientifico è stato costruito dal Laboratorio di Dinamica Spaziale a Logan, Utah.
La navicella spaziale è stata costruita dalla Ball Aerospace & Technologies Corp., Boulder, in Colorado e le operazioni di elaborazione dei dati scientifici hanno avuto luogo presso la lavorazione a infrarossi e il Centro di Analisi del California Institute of Technology di Pasadena.
Caltech gestisce il JPL della NASA.

Per ulteriori informazioni visitare il sito WISE: http://www.nasa.gov/wise .

A cura di Arthur McPaul

Fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2011/07/110727170226.htm

giovedì 28 luglio 2011

Il VST osserva il Tripletto del Leone - e oltre.




Un'immagine vastissima, ottenuta con il VST (VLT Survey Telescope) e con il suo strumento OmegaCAM all'Osservatorio di Paranal dell'ESO, mostra un tripletto di galassie brillanti nella costellazione del Leone. Ma più che le galassie in primo piano sono i deboli oggetti sullo sfondo ad attirare l'attenzione degli astronomi. La resa così nitida di questi oggetti fiochi suggerisce la capacità di risoluzione del VST e di OmegaCAM e la loro efficienza nel descrivere l'Universo lontano.

Il VST [1] è la più recente aggiunta all'Osservatorio di Paranal dell'ESO (eso1119). È un telescopio d'avanguardia, di 2.6 metri di diametro, equipaggiato con una camera gigantesca da 268 Megapixel, OmegaCAM [2]. Come dice il nome stesso, il VST è dedicato a produrre survey del cielo in luce visibile ed è il più grande telescopio al mondo progettato esclusivamente a questo scopo. L'immagine così ampia del Tripletto del Leone dimostra la qualità eccellente delle immagini prodotte dal VST e dalla sua fotocamera.


Il Tripletto del Leone è uno straordinario gruppo di galassie interagenti a circa 35 milioni di anni luce dalla Terra. Tutte e tre sono galassie a spirale, come la VIa Lattea, anche se questo potrebbe non risultare immediatamente ovvio dall'immagine poichè i dischi sono inclinati a diversi angoli rispetto alla linea di vista. NGC 3628, a sinistra, appare di taglio, con spesse bande di polvere lungo il piano della galassia. Gli oggetti del catalogo di Messier M65 (in alto a destra) e M66 (in basso a destra) sono invece inclinati abbastanza per mostrare i loro bracci a spirale.


I grandi telescopi di solito studiano queste galassie una per volta (si veda per esempio potw1026a e eso0338c) ma il campo di vista di VST -- di larghezza uguale a due volte la luna piena -- è abbastanza grande da inquadrare tutte e tre le galassie nella stessa immagine. Il VST inoltre mostra un grande numero di galassie più deboli e più distanti, che si vedono come piccole macchie di colore sullo sfondo della fotografia.


In primo piano si vedono molte stelle di varia luminosità, stelle che appartengono alla nostra galassia. Uno degli scopi di VST è di cercare questi oggetti molto deboli, come le nane brune, i pianeti, le stelle di neutroni e i buchi neri della Via Lattea. Si pensa che questi siano diffusi in tutto l'alone della galassia ma siano troppo fiochi per essere rivelati direttamente dai telescopi, anche quelli più grandi. Il VST cercherà tutti i possibili indizi, soprattutto quelli legati al Microlensing [3], per identificare in modo indiretto questi oggetti sfuggenti e così studiare l'alone galattico.


Attraverso questi studi il VST migliorerà la nostra conoscenza della materia oscura, che si pensa sia il maggior componente degli aloni galattici. Ci si aspetta inoltre di ottenere indizi sulla natura di questa sostanza, così come sulla natura dell'energia oscura, per mezzo delle survey dell'Universo distante effettuate dal VST. Il telescopio scoprirà lontani ammassi di galassie e quasar ad alto redshift che aiuteranno gli astronomi a comprendere l'Universo primordiale e a trovare risposte a domande di vecchia data in cosmologia.


Avvicinandosi a Terra, questa immagine mostra anche le tracce di numerosi asteroidi all'interno del Sistema Solare, che si sono spostati durante l'esposizione della fotografia. Se ne vedono almeno dieci in questa immagine, che appaiono come brevi tratti colorati [4]. Poichè il Leone è una costellazione dello zodiaco, cioè si trova nel piano del Sistema Solare, il numero di asteroidi è particolarmente elevato.


Questa immagine è un composito creato combinando esposizioni prese attraverso tre diversi filtri. La luce che ha attraversato il filtro infrarosso è stata colorata di rosso, la luce della parte rossa dello spettro è stata colorata di verde, mentre la luce verde di magenta.


Note:[1] Il programma VST è una collaborazione tra l'INAF-Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Napoli (Italia) e l'ESO.[2] L'OmegaCAM è stata progettata e costruita da un consorzio di istituti olandesi, tedeschi e italiani, con un contributo significativo da parte dell'ESO.[3] Il Microlensing è un fenomeno di lente gravitazionale per cui la presenza di un oggetto massiccio ma poco brillante può essere derivata dagli effetti della gravità sulla luce che proviene da un stella più distante. Se, a causa di un allineamento casuale, l'oggetto debole passa sufficientemente vicino alla nostra linea di vista, il suo campo gravitazionale devia la luce che proviene dalla stella di fondo. Questo può produrre un aumento misurabile della luminosità della stella lontana. Poichè gli eventi di Microlensing si basano su allineamenti casuali, si trovano di solito in survey a largo campo che possono osservare nello stesso momento un grande numero di stelle di fondo potenziali candidati.[4] Queste tracce sono verdi, oppure coppie di segmenti magenta/rosso. Ciò avviene poichè le esposizioni utilizzate per il canale verde dell'immagine finale sono state prese in una notte diversa da quelle rosse e magenta che invece sono state realizzate in sequenza nella stessa notte.
Ulteriori Informazioni
L’ESO (European Southern Observatory) è la principale organizzazione intergovernativa di Astronomia in Europa e l’osservatorio astronomico più produttivo al mondo. È sostenuto da 15 paesi: Austria, Belgio, Brasile, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Spagna, Svezia, e Svizzera. L’ESO svolge un ambizioso programma che si concentra sulla progettazione, costruzione e gestione di potenti strumenti astronomici da terra che consentano agli astronomi di realizzare importanti scoperte scientifiche. L’ESO ha anche un ruolo di punta nel promuovere e organizzare la cooperazione nella ricerca astronomica. L’ESO gestisce tre siti osservativi unici al mondo in Cile: La Silla, Paranal e Chajnantor. Sul Paranal, l’ESO gestisce il Very Large Telescope, osservatorio astronomico d’avanguardia nella banda visibile e due telescopi per survey. VISTA, il più grande telescopio per survey al mondo, lavora nella banda infrarossa mentre il VST (VLT Survey Telescope) è il più grande telescopio progettato appositamente per produrre survey del cielo in luce visibile. L’ESO è il partner europeo di un telescopio astronomico di concetto rivoluzionario, ALMA, il più grande progetto astronomico esistente. L’ESO al momento sta progettando l’European Extremely Large Telescope o E-ELT (significa Telescopio Europeo Estremamente Grande), di 40 metri, che opera nell'ottico e infrarosso vicino e che diventerà “il più grande occhio del mondo rivolto al cielo”.

Links:http://www.eso.org/public/italy/news/eso1126/Foto del VSTQuesta è una traduzione del Comunicato Stampa dell'ESO eso1126.

Scoperto Complesso Vulcanico Sul Lato Nascosto Della Luna



Le analisi di nuove immagini di un curioso "hot spot" sul lato più lontano della Luna, rivelano la presenza di una piccola area vulcanica creata dalla risalita del magma silicico.

La sua inusuale posizione e la composizione sorprendente della lava che l'hanno formata, offrono indizi allettanti per comprendere la storia termica della Luna.

Il punto caldo è una concentrazione di un elemento radioattivo chiamato torio, posto tra il grande e antico cratere da impatto Compton e il seguente Belkovich, che è stato il primo rilevato dallo spettronomo a raggi gamma del Lunar Prospector nel 1998.
La Compton-Belkovich Anomaly appare come un occhio di bue con la più alta concentrazione di torio al suo centro.

Recenti osservazioni, fatte con le potenti telecamere ottiche del Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO), hanno permesso agli scienziati di distinguere le caratteristiche vulcaniche del terreno al centro. Ad alta risoluzione, i modelli tridimensionali del terreno e le informazioni dallo strumento Diviner LRO hanno rivelato le caratteristiche geologiche non solo di fenomeni di vulcanesimo, ma anche in gran parte vulcanici e più rari in silicico.

"L'area costringerà gli scienziati a modificare le idee sulla storia vulcanica della Luna", dice Bradley Jolliff, PhD, professore di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Terra e planetarie in Arte e Scienze della Washington University di St. Louis, che ha guidato la squadra che ha analizzato le immagini LRO.
"E' un risultato fondamentalmente nuovo che ci farà ripensare sull'evoluzione termica e vulcanica della Luna", dice.

L'opera è descritta sul numero del 24 luglio online di Nature Geoscience.





Vulcanismo sulla Luna
Il vulcanismo lunare è molto diverso dal vulcanismo terrestre, perché esso è un corpo piccolo che si è raffreddato velocemente e non ha mai sviluppato una tettonica a zolle, come quella presente sul nostro pianeta.
La Luna, si ritiene che sia stata creata quando un corpo delle dimensioni di Marte impattó sulla Terra, assumendo un aspetto infernale (circa 4,5 miliardi di anni fa) con un oceano turbolento di roccia fusa fino a circa 400 chilometri di profondità.

Ma poiché la Luna era piccola e non aveva atmosfera, l'oceano di magma si raffreddó rapidamente, in soli 100 milioni di anni.
Alla fine i minerali più leggeri come il feldspato si cristallizzarono dal magma e galleggiarono verso l'alto per creare enormi masse di roccia feldspatica che formó poi gli altopiani lunari. Il ferro e magnesio denso ricchi di minerali, affondarono quando si cristallizzarono, formando la parte superiore del mantello della Luna.

La differenziazione della crosta e del mantello è stata seguita da un'ondata di attività vulcanica dai 3 a 4 miliardi di anni fa, quando le lave basaltiche scoppiarono sulla superficie lunare, riempiendosi di crateri da impatto e altri punti bassi fino a formare i mari lunari.

Uno dei misteri del vulcanesimo lunare è l'ineguale distribuzione di questi basalti. Quasi un terzo del lato vicino della Luna è coperta da basalti antichi, ma dall'altra parte, dove le rocce crostali sono più spesse, ce ne sono molte di meno.
Inoltre, quasi tutti i mari del vulcanismo sulla Luna sono basaltici piuttosto che silicicei, arricchiti di minerali contenenti ferro e magnesio, piuttosto che silicio e alluminio.

La crosta continentale della Terra, che riflette processi geologici attivi come la subduzione, le intrusioni magmatiche e la formazione delle montagne, comprendono numerosi scogli le cui composizioni sono intermedie tra basalto e rocce ricche di silicio come il granito, che sono comuni sulla Terra.
Sulla Luna, invece, ci sono molte rocce basaltiche e solo una piccola frazione di granito. Le rocce di composizione intermedia sono tutte mancanti.

"Non molto tempo fa", ci dice Jolliff, "gli scienziati parlavano della Luna costituita da due tipi di terreno, i "mari" e gli altopiani.
Questa semplice immagine della geologia della Luna è perdurata per molti anni, ma nel 2000, Jolliff e i suoi colleghi del dipartimento di Scienze della Terra E Planetologia WUSTL di McDonnell del Centro per le Scienze dello Spazio, introdussero un concetto in cui si distinguono tre diversi tipi di "terranes", o regioni della Luna con una distintiva storia geologica.




Uno di questi, che comprende gran parte del vulcanismo basaltico è chiamato Procellarum KREEP Terrane, o PKT in breve. Questo immenso "hot spot" lunare, contiene alte concentrazioni di torio radioattivo e di altri elementi che producono calore, come il potassio e l'uranio. [KREEP acronimo di potassio, (K), elementi delle terre rare (REE), e fosforo (P).]
"Quando l'oceano di magma si andó raffreddando" Jolliff ci spiega, "Gli elementi come il torio furono esclusi dalla cristallizzazione dei minerali formando sacche di magma ricco di KREEP inserite tra la crosta e il mantello.
Una concentrazione di calore sotto il KREEP Procellarum Terrane può essere in parte responsabile dell'intenso vulcanismo. "Le maria", ci spiega Jolliff, si sono formate quando gli elementi radioattivi a caldo dei minerali fusi nel profondo manto lunare, hanno formato la lava basaltica che è spuntato dalle fessure sulla superficie. Ben oltre la metà del Procellarum KREEP Terrane è stato riasfaltato dal vulcanismo.




Sebbene la maggior parte del vulcanismo era basaltico, con conseguenti grandi macchie scure sulla Luna, visibili anche ad occhio nudo dalla Terra, una forma molto più rara di vulcanismo, ha prodotto lave ricche di silice, anche nel PKT. Questi depositi vulcanici sono noti come "macchie rosse" a causa delle loro caratteristiche spettrali, e i risultati recenti della sonda LRO confermato la loro composizioni ricca di silice.

Alcune delle macchie rosse hanno forme caratteristice a cupola, alcune molto grandi, e tutto entro i confini del PKT.
Una nuova area vulcanica rivelata
fin dalla prima missione del Lunar Prospector, ricca di torio e posta sul lato più lontano della Luna, distante dal KREEP Procellarum Terrane, ha incuriosito Joliff.
"Quando il Lunar Reconnaissance Orbiter è stato lanciato nel 2009, siamo stati finalmente in grado di ottenere un'immagine ad alta risoluzione" (Foto di Apertura).

Al centro dell'occhio di bue di torio vi è un piccolo complesso vulcanico, dai 25 ai 35 km di diametro, a seconda della direzione, incastonato tra i crateri Compton e Belkovich, che sono rispettivamente di 162 e 214 chilometri.
Significativamente, la Compton-Belkovich Anomaly si trova a circa 900 chilometri nord-est dal KREEP Procellarum Terrane.
"Nelle immagini iniziali LRO, scattate con la camere ad angolo stretto (CNA), durante la fase di messa in servizio della missione, abbiamo potuto vedere le caratteristiche del terreno e il grumoso crollo che potrebbe essere di tipo vulcanico", dice Jolliff.

Ma il materiale sulla superficie circostante poteva anche essere stato prodotto da una esplosione da impatto. "Per essere sicuri che stavamo vedendo caratteristiche di tipo vulcaniche, abbiamo guardato più da vicino, con le immagini provenienti dalla CNA scattate durante la fase di mappatura, una volta che LRO aveva raggiunto la sua orbita circolare di 50 chilometri. Le camere ottiche CNA hanno prodotto immagini di 50 centimetri per pixel di risoluzione.
"Abbiamo mappato la stessa area più di una volta con la CNA," ha detto Jolliff. "Poi abbiamo inclinato a 'testacoda' la sonda in modo che potessimo ottenere immagini con un angolo diverso. Da questi due punti di vista abbiamo costruito un modello tridimensionale e digitale del terreno, (o DTM, che ci ha permesso di ruotare il terreno nel computer ".

Tra le funzioni di diagnostica rivelate da questi punti di vista abbiamo avuto le caratteristiche comunemente oscurate da ombre di una montagna e quello che sembra essere una zona del cerchio dove è stata commessa un'infrazione con conseguente collasso e perdita di massa (il movimento discendente di roccia o regolite).

Gli scienziati hanno rafforzato l'ipotesi di vulcanesimo riprendendo le sezioni trasversali attraverso il terreno e misurando le pendenze lungo queste sezioni.

Questo ha dimostrato, ad esempio, che una delle cupole è un altopiano con al vertice un'ampia depressione centrale, caratteristiche tipiche di un vulcano.
"E' insolito per una formazione geologica, avere una cima piatta o una depressione in cima a meno che non sia vulcanico", dice Jolliff. "Quello che succede è che il magma scompare all'interno dopo l'eruzione, lasciando una depressione".
La pendenza delle caratteristiche vulcaniche forniscono indizi per la composizione della lava che li ha formati. Considerando che i vulcani a scudo basaltico situati altrove sulla, in genere hanno pendici di 7 gradi o meno, mentre i Compton-Belkovich hanno pendenze che raggiungono i 20-25 gradi, il che suggerisce che si siano formati da una lava più viscosa.

Un altro indizio è venuto da uno degli altri strumenti LRO, un radiometro termico chiamato Diviner. (Questa strumento registra nella parte infrarossa dello spettro).
Il team è stato in grado di dimostrare che è presenteu na ricca concentrazione di roccia silicea, granito o riolite.

"Questo è molto insolito", dice Jolliff. "Ci sono solo circa una mezza dozzina di altre regioni sulla Luna che potrebbero essere ricche in silice, in quanto la Luna, a differenza della Terra, non ha potuto modellare i materiali rocciosi in modo che si concentrasse il silicio".

Jolliff e colleghi non possono ancora essere sicuri e sono riluttanti a speculare, ma sospettano che il complesso appena scoperto potrebbe essere molto più giovane rispetto alla maggior parte delle caratteristiche vulcaniche nel KREEP Procellarum Terrane.
"Anche se sappiamo dalle analisi dirette di campioni di roccia lunare che la maggior parte del vulcanismo si è verificato 3-4 miliardi di anni fa, possiamo vedere dall'orbita alcuni flussi di basalto più recenti, fino ad 1 miliardo di anni fa" dice Jolliff.
"Non abbiamo un modo per ottenere una data assoluta della Compton-Belkovich perché non abbiamo le rocce in mano, ma dato che ci sono relativamente pochi crateri, la superficie sembra in realtà abbastanza fresca. Vediamo piccole caratteristiche che non sono state completamente erose e cancellate dal processo di impatto. Se questa provincia vulcanica si è formata molto tardi, non avrebbe potuto essere soggetta al decadimento radioattivo perché quelle fonti di calore diminuiscono con il tempo e diventano sempre più difficili da ottenere per le lave sulla superficie".
"Ma", dice, "la Luna può ancora avere un nucleo fuso esterno. GRAAL, la missione che sarà lanciata alla fine di quest'anno potrebbe confermare questa idea. Ma se il nucleo esterno fosse fuso, potrebbe generare impulsi di calore. Dopo tutto, sulla Terra abbiamo punti caldi come la catena vulcanica delle Hawaii che sono associati con pennacchi profondi di calore. Un impulso di calore dalle profondità del mantello potrebbe sciogliere una tasca di KREEP ricco di roccia alla base della crosta, lasciata dalla cristallizzazione originale dell'oceano di magma", Jolliff ci dice. Inoltre: "La fusione potrebbe aver aumentato la base della crosta vicino alla superficie, gonfiandola in una cupola.
"Dato che questa lava cominció a cristallizzarsi si sarebbe differenziata per produrre una fusione più silicica che è stata poi arricchita con il torio.
L'eruzione effusiva di questo materiale avrebbe potuto produrre le caratteristiche ai lati ovest e est del Compton-Belkovich.
Le tarde eruzioni di lava siliciche avrebbero costituito cupole con fianchi ripidi. Alcune delle eruzioni più recenti avrebbero potuto creare corpi di molto ricchi in magma silicico che in superficie, avrebbe formato piccoli 'rigonfiamenti'.

"Sarebbe stato come per la cupola Novarupta nel Katmai National Park in Alaska. Una lava molto viscosa si gonfia come un palloncino che sale dal basso. E la superficie gonfia può dividersi e crepare, per poi solidificarsi" , dice.
"Dato che queste caratteristiche vulcaniche hanno spinto verso l'alto, altre parti della superficie vicine potrebbero essere crollate, formando una caldera di forma irregolare al centro della caratteristica", dice Jolliff.
"Almeno questa è attualmente la mia ipotesi preferita per quello che è successo", dice sorridendo. "Ciò di cui abbiamo veramente bisogno di testare per questa o altre nuove idee sulla Luna è con l'esplorazione umana".

Adattamento e traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2011/07/110725091730.htm

domenica 10 luglio 2011

Titano: Tortola Facula



Queste immagini ottenute dalla sonda Cassini della NASA mostrano la regione denominata Tortola Facula, presente sulla luna di Saturno, Titano.
L'immagine a sinistra è stata ottenuta dai dati della mappatura visiva dello spettrometro a infrarossi il 26 ottobre 2004, con una risoluzione di 2 km (1 miglio) per pixel.

Questo mosaico si concentra su una superficie di circa 9 gradi di latitudine nord e 145 gradi di longitudine ovest. Nel 2005, gli scienziati hanno interpretato la Tortola Facula come un vulcano di ghiaccio. 
L'immagine a destra mostra la stessa caratteristica, come si vede dal radar di Cassini il 12 maggio 2008, ad una risoluzione molto più alta di 300 metri per pixel. Gli scienziati ora pensano che questa caratteristica è un ostacolo anonimo circondato da evidenti erosioni del vento delle dune di sabbia, simili a quelli che si trovano comunemente in questa regione di Titano. 

Nelle immagini radar, gli oggetti appaiono luminosi quando sono inclinate verso la sonda e hanno superfici ruvide. 

Per ulteriori informazioni sulla missione Cassini-Huygens visita missione http://www.nasa.gov/cassini e http://saturn.jpl.nasa.gov 


Credito immagine: NASA / JPL-Caltech / University of Arizona

Traduzione a cura di Arthur McPaulFonte: http://www.nasa.gov/mission_pages/cassini/multimedia/pia13895.html