giovedì 2 agosto 2018

GLI ASTEROIDI DA IMPATTO FIGLI DI ANTICHI PIANETI



Uno studio pubblicato online su Nature Astronomy ha determinato che almeno l'85% tra i 200.000 asteroidi nella fascia interna degli asteroidi, proverrebbe da cinque o sei antichi pianeti minori. L'altro 15% potrebbe risalire alle origini dello stesso gruppo di corpi primordiali, ha dichiarato Stanley Dermott, autore principale e astronomo teorico dell'Università della Florida.

La scoperta è importante per  determinare quali siano realmente i materiali che hanno modellato il nostro pianeta roccioso, fornendo una comprensione più solida della storia evolutiva degli asteroidi e degli stessi materiali che li formano. Queste informazioni, secondo Dermott, potrebbero rivelarsi essenziali per proteggere la Terra e noi stessi da meteoriti e asteroidi di piccole medio piccole dimensioni che potrebbero avere una distruttività maggiore delle bombe atomiche. Infatti, se uno di questi oggetti fosse intercettato in orbita verso il nostro pianeta, sarebbe molto importante comprenderne la sua composizione.

Il team di Dermott ha anche dimostrato che il tipo di orbita di un asteroide dipende dalle sue dimensioni. Questa scoperta suggerisce che le differenze dei meteoriti presenti sulla Terra appaiono a causa dei cambiamenti evolutivi avvenuti all'interno di alcuni grandi corpi precursori che esistevano più di quattro miliardi di anni fa.
"Non sarei sorpreso se alla fine rintracciassimo le origini di tutti gli asteroidi nella fascia principale degli asteroidi, non solo quelli nella cintura interna, riconducibili ad un piccolo numero di corpi genitoriali conosciuti", ha detto Dermott.

Adattamento e traduzione a cura di Vito Di Paola
Immagine:
Asteroidi (illustrazione stock).
Credito: © flashmovie / Fotolia

martedì 31 luglio 2018

TERRAFORMARE MARTE E' ATTUALMENTE IMPOSSIBILE



Bruce Jakosky dell'Università del Colorado, autrice principale dello studio comparso su Nature Astronomy il 30 luglio, ha dichiarato che su Marte non è possibile, allo stato attuale, effettuare un'operazione di terraforming globale. Il risultato dell'analisi nasce dai dati di fatto che non c'è abbastanza CO2 residua  per fornire un significativo riscaldamento a effetto serra. 
Sebbene Marte abbia notevoli quantità di acqua ghiacciata che potrebbero essere utilizzate per creare vapore acqueo, analisi precedenti mostrano che non basterebbero; Le temperature non permettono che l'acqua duri a lungo come vapore senza prima avere un riscaldamento significativo dalla CO2. Inoltre, pur ipotizzando l'introduzione di altri gas come i cloroflorocarburi o altri composti a base di fluoro, essendo di breve durata, richiederebbero processi di produzione su larga scala.
La pressione atmosferica è pari a circa lo 0,6% di quella terrestre. Essendo Marte più lontano dal Sole, i ricercatori stimano che sarebbe necessaria una pressione di CO2 simile alla pressione atmosferica totale della Terra per innalzare le temperature in modo sufficiente a consentire all'acqua liquida di persistere in modo stabile. La fonte più accessibile è la CO2 nelle calotte polari; pur ipotizzando di essere completamente vaporizzato, contribuirebbe a raddoppiare la pressione atmosferica soltanto fino all'1,2% di quella terrestre.

Un'altra fonte è la CO2 attaccata alle particelle di polvere nel suolo marziano, potrebbe essere riscaldata per rilasciare il gas. I ricercatori stimano che il riscaldamento del suolo possa fornire fino al 4% della pressione necessaria. Una terza fonte è rilasciabile dal carbonio nei depositi di minerali. Usando le recenti osservazioni della nave spaziale della NASA sui depositi di minerali, il team stima che la quantità più plausibile produrrebbe meno del 5% della pressione richiesta. Anche la CO2 intrappolata nelle molecole di ghiaccio d'acqua, contribuirebbero meno del 5% della pressione richiesta.

I minerali ricchi di carbonio sepolti nelle profondità nella crosta marziana potrebbero contenere abbastanza CO2 per raggiungere la pressione richiesta, ma l'estensione di questi depositi è sconosciuta, non evidenziata dai dati orbitali e recuperarli con la tecnologia attuale è estremamente dispendioso e richiederebbe temperature superiore a 300 gradi Celsius (oltre 572 gradi Fahrenheit). I minerali poco ricchi di carbonio non sono sufficientemente abbondanti da contribuire in modo significativo al riscaldamento e richiederebbero la stessa intensa lavorazione.

Sebbene la superficie di Marte sia inospitale per le forme di vita conosciute oggi, le caratteristiche che assomigliano a letti dei fiumi asciutti e ai depositi minerali che si formano solo in presenza di acqua liquida dimostrano che, nel lontano passato, il clima marziano sosteneva l'acqua liquida in superficie. Ma la radiazione solare e il vento solare hanno rimosso sia il vapore acqueo che la CO2 dall'atmosfera marziana. Sia MAVEN che le missioni Mars Express dell'Agenzia spaziale europea indicano che la maggior parte dell'antica atmosfera di Marte, potenzialmente abitabile, è stata dispersa nello spazio, privando il Pianeta Rosso dell'acqua e della CO2 per sempre. Anche se questa perdita è stata in qualche modo prevenuta, permettendo all'atmosfera di accumularsi lentamente dal degassamento causato dall'attività geologica, la degenerazione attuale è estremamente bassa; ci vorrebbero circa 10 milioni di anni per raddoppiare l'atmosfera attuale di Marte e forse miliardi di anni per arrivare una atmosfera paragonabile a quella del passato.

Un'altra idea potrebbe essere quella di importare i volatili bombardando il pianeta con comete e asteroidi ma l'uomo non dispone di questo tipo di tecnologia. Presi insieme, i risultati indicano che il terraforming di Marte non può essere fatto con la tecnologia attualmente disponibile. 

Vito Di Paola

domenica 29 luglio 2018

SCOPERTE ATTORNO A GIOVE ALTRE 12 NUOVE LUNE



Il team di Scott S. Sheppard della Carnegie ha individuato le 12 nuove lune in orbita attorno a Giove mentre stavano dando la caccia a Planet X. Il computo delle lune sale a quota 79.

Nel 2014, lo stesso team aveva scovato l'oggetto con l'orbita conosciuta più distante nel nostro Sistema Solare ed è stato il primo a rendersi conto che un pianeta massiccio sconosciuto ai margini del nostro Sistema Solare, ben oltre Plutone, potressee spiegare la somiglianza delle orbite di diversi piccoli oggetti estremamente distanti: Planet X o Planet Nine.

"Giove si è trovato nella porzione di cielo vicino ai campi di ricerca in cui cercavamo oggetti del Sistema solare estremamente distanti, quindi siamo stati abilmente in grado di cercare nuove lune attorno a Giove allo stesso tempo di pianeti ai margini del nostro Sistema Solare", ha detto Sheppard.

Gareth Williams presso il Minor Planet Center del sindacato internazionale di astronomia ha utilizzato le osservazioni del team per calcolare le orbite delle lune appena scoperte.

"Sono necessarie diverse osservazioni per confermare un nuovo oggetto attorno a Giove", ha detto Williams. "Quindi, l'intero processo ha richiesto un anno".

Nove delle nuove lune fanno parte di un lontano sciame che orbita in rotazione retrograda o opposta a quella di Giove. Queste lune retrograde sono raggruppate in almeno tre distinti gruppi orbitali e si pensa siano i resti di tre corpi più grandi che si sono sgretolati durante collisioni con asteroidi, comete o altre lune. Le lune retrograde scoperte di recente impiegano circa due anni per orbitare attorno a Giove.

Due delle nuove scoperte fanno parte di un gruppo  di lune che orbitano nella stessa direzione della rotazione del pianeta e hanno tutte simili distanze orbitali e angoli di inclinazione. Si pensa che siano frammenti di una luna più grande che si è frantumata. Esse impiegano poco meno di un anno per viaggiare intorno a Giove.
La dodicesima luna è più distante e più inclinata rispetto al gruppo prograde e impiega circa un anno e mezzo per orbitare attorno a Giove. Quindi, a differenza del più vicino gruppo di lune prograde, questa nuova strana luna ha un'orbita che attraversa le lune retrograde esterne.
Di conseguenza, è molto più probabile che avvengano scontri frontali tra la prograda "strana" e le lune retrograde, che si muovono in direzioni opposte.

"Questa è una situazione instabile", ha detto Sheppard. "Le collisioni frontali si rompono rapidamente e riducono gli oggetti in polvere".

È possibile che i vari raggruppamenti lunari orbitali che vediamo oggi si siano formati nel lontano passato attraverso questo meccanismo.
Il team ha ipotizzato che questa piccola luna prograda "strana" potrebbe essere l'ultimo residuo di una luna più grande, che orbitava attorno alla prograda, formando parte dei raggruppamenti lunari retrogradi durante le collisioni frontali passate. Ad essa è stato proposto il nome di Valetudo, la pronipote del dio romano Giove, la dea della salute e dell'igiene.

Chiarire le complesse influenze che hanno modellato la storia orbitale della luna può insegnare agli scienziati i primi anni del nostro Sistema Solare.

Ad esempio, la scoperta che le più piccole lune nei vari gruppi orbitali di Giove sono ancora abbondanti suggerisce che le collisioni che li hanno creati si sono verificati dopo l'era della formazione planetaria, quando il Sole era ancora circondato da un disco rotante di gas e polvere da cui i pianeti erano nati.

A causa delle loro dimensioni, da uno a tre chilometri, queste lune sono più influenzate dal gas e dalla polvere circostanti. Se queste materie prime fossero ancora presenti quando la prima generazione di lune di Giove entrò in collisione per formare i suoi raggruppamenti di lune, la resistenza esercitata da qualsiasi gas e polvere residua sulle lune più piccole sarebbe stata sufficiente a farli avanzare a spirale verso Giove. La loro esistenza mostra che probabilmente si sono formati dopo che gas e polvere si sono dissipati.

La scoperta iniziale della maggior parte delle nuove lune è stata fatta con il cannocchiale Blanco da 4 metri al Cerro Tololo Inter-American in Cile e gestito dall'Osservatorio Astronomico Nazionale degli Stati Uniti. Il telescopio è stato recentemente aggiornato con la Dark Energy Camera, rendendolo un potente strumento per il rilevamento del cielo notturno di oggetti deboli. Diversi telescopi sono stati utilizzati per confermare lo studio, tra cui il telescopio Magellan di 6,5 metri nell'Osservatorio Las Campanas di Carnegie in Cile; il Discovery Channel Telescope di 4 metri al Lowell Observatory Arizona (grazie a Audrey Thirouin, Nick Moskovitz e Maxime Devogele); il Subaru Telescope di 8 metri e il telescopio Univserity of Hawaii da 2,2 metri (grazie a Dave Tholen e Dora Fohring dell'Università delle Hawaii); e il telescopio Gemini di 8 metri alle Hawaii. Bob Jacobson e Marina Brozovic del Jet Propulsion Laboratory della NASA hanno confermato l'orbita della strana luna nel 2017 e nel 2018 al fine di assicurarsi che la scoperta fosse confermata.

Adattamento e traduzione a cura di Vito Di Paola

SU MARTE C'E' ACQUA LIQUIDA!



I dati radar raccolti dal Mars Express dell'ESA indicano la presenza di un lago di acqua liquida sepolto sotto gli strati di ghiaccio e polvere nella regione polare Sud di Marte.

La presenza di acqua liquida alla base delle calotte polari è stata a lungo sospettata; dopotutto, dagli studi sulla Terra, è noto che il punto di fusione dell'acqua diminuisce sotto la pressione di un ghiacciaio sovrastante. Inoltre, la presenza di sali su Marte potrebbe ridurre ulteriormente il punto di fusione dell'acqua e mantenerla in forma liquida anche a temperature inferiori allo zero.

Ma fino ad ora le prove da parte del Mars Advanced Radar for Subsurface and Ionosphere Sounding Instrument, MARSIS, il primo radar sonoro mai inviato in orbita su un altro pianeta, erano apparse inconcludenti.

Per arrivare alla scoperta, gli scienziati che lavorano con questo strumento hanno dovuto sviluppare nuove tecniche al fine di raccogliere il maggior numero possibile di dati ad alta risoluzione per confermare la loro entusiasmante conclusione.

Il radar invia impulsi radar verso la superficie e sincronizza il tempo e l'intensità di ritorno del segnale con l'orbiter e può essere utilizzato per mappare la topografia del sottosuolo.

L'indagine radar ha mostrato che la regione polare Sud di Marte è composta da molti strati di ghiaccio e polvere fino a una profondità di circa 1,5 km nella zona di 200 km analizzata in questo studio. Una riflessione radar particolarmente brillante al di sotto dei depositi stratificati viene identificata in una zona di 20 km di larghezza.

Analizzando le proprietà dei segnali radar riflessi e considerando la composizione dei depositi stratificati e il profilo di temperatura previsto sotto la superficie, gli scienziati interpretano la caratteristica luminosa come un'interfaccia tra il ghiaccio e un corpo stabile di acqua liquida, che potrebbe essere saturo di sale. Poiché MARSIS sia in grado di rilevare una tale quantità d'acqua, dovrebbe essere spessa almeno diverse decine di centimetri.

"Questa anomalia del sottosuolo su Marte ha proprietà radar che corrispondono a sedimenti ricchi di acqua", afferma Roberto Orosei, ricercatore principale dell'esperimento MARSIS e autore principale dell'articolo pubblicato sulla rivista Science Today.

"Questa è solo una piccola area di studio, è una prospettiva eccitante pensare che ci potrebbero essere altre sacche d'acqua sotterranee da scoprire".

Il ritrovamento ricorda in qualche modo il lago Vostok, scoperto a circa 4 km sotto il ghiaccio in Antartide sulla Terra. Si sa che alcune forme di vita microbica prosperano negli ambienti sub glaciali della Terra e adesso ci si chiede se stia avvenendo o sia avvenuto in passato anche su Marte.

Lo strumento MARSIS è stato finanziato dall'Agenzia Spaziale Italiana (ASI) e dalla NASA e sviluppato dall'Università di Roma, in collaborazione con il Jet Propulsion Laboratory della NASA.

Adattamento e traduzione a cura di Vito Di Paola