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martedì 23 marzo 2021

UN SEGNALE ANOMALO DA VEGA

UN PROBABILE PIANETA GIGANTE?

https://drive.google.com/uc?export=view&id=1BjJ1LEwSI6mNuUu4rFsLf6GOE4wq5QP4

#Vega, una delle stelle più luminose del cielo notturno, potrebbe ospitare un pianeta gigante con temperature medie superficiali di 5.390 gradi Fahrenheit.

La ricerca, pubblicata questo mese su The Astrophysical Journal, è stata guidata dallo studente di Boulder dell'Università del Colorado Spencer Hurt, del Dipartimento di Scienze Astrofisiche e Planetarie.

Si concentra su una stella iconica e relativamente giovane, Vega, che fa parte della costellazione della Lyra e ha una massa doppia rispetto a quella del nostro sole. Questo corpo celeste si trova a soli 25 anni luce, o circa 150 trilioni di miglia, dalla Terra, abbastanza vicino, astronomicamente parlando.

Gli scienziati possono vedere Vega con i telescopi anche quando c'è luce, il che lo rende un ottimo candidato per la ricerca.

"È abbastanza luminoso da poterlo osservare al crepuscolo quando altre stelle vengono sbiadite dalla luce solare", ha detto Quinn, astronomo dell'Harvard and Smithsonian Center for Astrophysics (CfA).

Hurt, Quinn e colleghi, hanno portato alla luce un segnale curioso che potrebbe essere il primo mondo conosciuto della stella.

Potrebbe essere così vicino a Vega che i suoi anni durerebbero meno di due giorni e mezzo terrestri. (Mercurio, al contrario, impiega 88 giorni per girare intorno al Sole). 

Questo pianeta candidato potrebbe anche classificarsi come il secondo mondo più caldo noto alla scienza, con temperature superficiali in media di 5.390 gradi Fahrenheit.

"Questo è un sistema enorme, molto più grande del nostro sistema solare", ha detto Hurt. "Potrebbero esserci altri pianeti attorno alla stella, bisogna soltanto trovarli".

Fonte: https://www.sciencedaily.com/releases/2021/03/210308112003.htm

Foto: Vega 
Credit: © infinitalavita / stock.adobe.com

sabato 30 marzo 2013

La mini super-nova


Un team internazionale guidato da ricercatori dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics ha identificato un nuovo tipo di mini-supernova, denominato Iax, la cui esplosione spesso non porta alla completa disintegrazione della stella nana bianca da cui prende origine.

Le esplosioni stellari che prendono il nome di supernove hanno due principali meccanismi all’origine: il collasso del nucleo di una stella massiccia da 10 a 100 volte la massa del nostro Sole, oppure, per le supernove di tipo Ia, la disintegrazione di una nana bianca dovuta all’interazione catastrofica con un’altra stella in un sistema binario. Un gruppo di ricerca internazionale ha ora descritto una nuova classe di supernove denominate di tipo Iax, più deboli e meno energetiche del tipo Ia. La caratteristica di questa nuova classe è che l’esplosione di supernova può non distruggere completamente la stella nana bianca d’origine.

“Una supernova di tipo Iax è sostanzialmente una mini-supernova”, dice Ryan Foley dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (USA), primo autore della ricerca che ha identificato 25 esemplari di questi “cuccioli gracili” di supernova. Siccome nessuno di loro è stato rintracciato in una galassia ellittica, generalmente costituite da stelle più anziane, i ricercatori hanno dedotto che presumibilmente le supernove di tipo Iax si producono in sistemi stellari giovani. Sulla base di una molteplicità di dati osservativi, il gruppo di ricerca è riuscito poi a concludere che le supernove di tipo Iax prendono origine in un sistema stellare binario contenente una nana bianca che risucchia elio da una stella compagna già spoglia dallo strato esterno di idrogeno.

Sulle cause che innescano l’esplosione in questo nuovo tipo di supernova ci sono ancora dubbi, ma quello che appare rilevante è che nella maggioranza dei casi esaminati la stella nana bianca sembra sia sopravvissuta alla terribile deflagrazione, al contrario di quanto accade normalmente nelle supernove di tipo Ia. Inoltre, le mini-supernove non sarebbero affatto delle eccezioni: il gruppo guidato da Foley ha calcolato che dovrebbero essere diffuse circa un terzo di quanto lo sono le supernove Ia, e se sono difficili da osservare è semplicemente per il fatto che la loro luminosità è solo un centesimo di quella delle sorelle maggiori.

A cura di Stefano Parisini

Foto in alto:
Illustrazione del presunto progenitore del nuovo tipo di supernova Iax: la stella calda composta prevalentemente di elio sulla destra cede materia alla nana bianca che lo ingloba in un disco di accrescimento. In molti casi la nana bianca sopravvive alla successiva deflagrazione. Crediti: Christine Pulliam (CfA)

Fonte
http://www.media.inaf.it/2013/03/26/scoperto-nuovo-tipo-supernova/

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domenica 29 luglio 2012

Le Stelle Più Grandi Non Vivono Da Sole


Un nuovo studio basato su dati del VLT (Very Large Telescope) dell’ESO ha mostrato che la maggior parte delle stelle più brillanti e massicce, quelle da cui dipende l’evoluzione delle galassie, non vivono da sole.

Quasi tre quarti di queste stelle, molto di più di quanto finora si pensasse, hanno accanto una stella compagna. E soprendentemente, la maggior parte di queste binarie subisce un’interazione distruttiva, come il trasferimento di massa da una stella all’altra, e addirittura un terzo di queste probabilmente diventerà una stella singola. I risultati sono presentati nel numero del 27 luglio della rivista Science.

Un’equipe internazionale ha utilizzato il VLT per studiare le stelle di tipo O, cioè stelle con temperature, massa e luminosità tutte molto elevate. Queste stelle vivono una vita breve ma violenta e rappresentano un cardine dell’evoluzione delle galassie. Sono anche legate a fenomeni estremi come le stelle “vampiro” (coppie di stelle in cui la compagna più piccola succhia materia dalla superficie della compagna più grande, o i lampi di luce gamma).

“Queste stelle sono dei veri colossi”, spiega Hugues Sana dell’Università di Amsterdam, l’autore principale dello studio. “Sono almeno 15 volte più massicce del Sole e possono essere anche un milione di volte più brillanti. Sono così calde che la loro luce è bianco-azzurra e la temperatura superficiale supera i 30 000 gradi Celsius.”

Gli astronomi hanno studiato un campione di 71 stelle di tipo O singole o in coppie (binarie) in sei ammassi stellari giovani e vicini nella Via Lattea. La maggior parte delle osservazioni dello studio sono state realizzate con telescopi dell’ESO tra cui il VLT.

Analizzando in dettaglio maggiore di quanto mai fatto prima la luce che proviene da queste sorgenti, l’equipe ha scoperto che il 75% di tutte le stelle O si trova in sistemi binari: questa percentuale, determinata in modo preciso per la prima volta, è maggiore di quanto si pensasse. Più importante ancora è che la frazione di queste binarie abbastanza vicine per interagire (per mezzo di fusioni stellari o trasferimento di massa da parte delle cosiddette stelle “vampiro”) è molto maggiore di quanto si fosse pensato finora. Questo ha profonde implicazioni sulla nostra comprensione dell’evoluzione delle Galassie.

“I sistemi binari composti da due stelle legate dall’attrazione gravitazionale erano una volta ritenuti un caso particolare, che aveva però delle interessanti applicazioni e le rendeva estremamente importanti per gli astronomi” spiega a Media INAF Antonio Frasca, dell’Osservatorio Astronomico di Catania. “Lo studio delle variazioni di velocità radiale (la componente della velocità diretta verso la Terra) consente infatti di misurare le masse delle due stelle e, se il piano orbitale giace lungo la linea di vista, le eclissi permettono di misurare i raggi e le temperature). Poi lo sviluppo tecnologico ha consentito di studiare campioni sempre più ampi di oggetti e ha mostrato che le stelle doppie o multiple sono più di quelle singole”.

Lo studio di Sana è dedicato alle stelle di grande massa (tipo spettrale O) che rappresentano una minoranza in termini numerici (circa l’1 per cento delle stelle nell’Universo) ma che hanno una enorme importanza nella formazione ed evoluzione chimica e dinamica delle galassie, continua Frasca. “Queste stelle infatti, poiché consumano molto rapidamente il combustibile nucleare al loro interno, hanno una vita molto breve che termina in modo violento con l’esplosione dell’astro come supernova. L’esplosione della stella arricchisce il mezzo interstellare, ancora ricco di gas e polveri, con elementi chimici pesanti e favorisce la formazione di nuove stelle”.

Le fusioni tra le stelle, che l’equipe stima siano il destino finale di circa il 20-30% delle stelle di tipo O, sono eventi violenti. Ma anche lo scenario relativamente tranquillo delle stelle “vampiro”, che riesce a spiegare un altro 40-50% dei casi, ha un effetto notevole sull’evoluzione di queste stelle.

Ad esempio, nel caso delle stelle “vampiro”, la stella più piccola, di massa inferiore, ringiovanisce nel succhiare l’idrogeno fresco dalla compagna. La massa aumenta così in modo notevole e di conseguenza la stella vive più a lungo della compagna e comunque molto di più di quanto farebbe una stella singola di pari massa. La stella “vittima” nel frattempo viene spogliata dei suoi strati esterni prima di poter divenire una super gigante rossa luminosa e il suo nucleo caldo e azzurrognolo viene messo a nudo. Come risultato, la popolazione stellare di una galassia distante può apparire molto più giovane di quanto sia realmente: sia le stelle “vampiro” ringiovanite che le vittime spogliate diventano più calde, di colore più blu, imitando così l’aspetto di stelle più giovani. Sapere quale sia la vera frazione di stelle supermassicce interagenti è perciò fondamentale per poter caratterizzare correttamente queste galassie lontane.

“Gli effetti del merging e del trasferimento di massa, la cui analisi è stata effettuata in maniera dettagliata e critica dagli autori, hanno delle implicazioni importanti sul destino finale di questi oggetti, sulle esplosioni di supernove e anche sulla evoluzione delle galassie” conclude Antonio Frasca. “E’ auspicabile che i risultati di questo studio vengano confermati o corretti da studi simili condotti in altri ammassi o regioni di formazione stellare della nostra galassia e, magari, nelle galassie vicine con gli strumenti di futura generazione”.

A Cura Di Nicola Nosengo

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2012/07/26/le-stelle-piu-grandi-vivono-in-coppia/