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sabato 15 febbraio 2014

Là dove osa Voyager 1





I risultati dell’Interstellar Boundary Explorer della NASA, pubblicati oggi su Science, sono coerenti con quelli raccolti dagli osservatori terrestri per raggi cosmici. E mostrano come i confini dell’eliosfera siano plasmati dal campo magnetico interstellare.

Com’è orientato il campo magnetico della nostra galassia? L’ago della bussola, quello che potrebbe indicarci la risposta, potrebbe essere un misterioso nastro d’energia e particelle ai confini del Sistema solare. Un nastro sottile e circolare, del quale già avevamo reso conto qui su Media INAF, la cui struttura è delineata da un’intensa emissione di atomi neutri. Individuata da IBEX – l’Interstellar Boundary Explorer della NASA – già nel 2009 catturando particelle a energie relativamente basse (nell’ordine delle centinaia di KeV), la struttura a nastro risulta ora confermata anche da osservazioni a energie dieci ordini di grandezza più elevate, nella scala dei TeV: quelle ottenute da esperimenti come Milagro, As-gamma e IceCube catturando raggi cosmici di provenienza interstellare.

La direzione del campo magnetico galattico, rimasta fino a oggi sconosciuta, potrebbe essere il tassello mancante per comprendere come la forma dell’Eliosfera – la gigantesca bolla che avvolge l’intero Sistema solare – sia modellata dal campo magnetico interstellare, scrivono gli autori dello studio, coordinato da Nathan Schwadron della University of New Hampshire, pubblicato oggi online su Science Express. Di conseguenza, ci aiuterebbe a capire meglio anche come l’eliosfera riesca a proteggerci dai pericolosi raggi cosmici provenienti dalla galassia.

Una misura, questa della direzione del campo magnetico interstellare, che gli autori dello studio suggeriscono di compiere in tandem con il più remoto avamposto dell’umanità: la sonda Voyager 1, la prima a essersi addentrata nello spazio interstellare. E a oggi la sola, insieme alla sorella Voyager 2, in grado di raccogliere informazioni di prima mano dai confini dell’eliosfera. La direzione del campo magnetico interstellare che si deduce dai dati inviati da Voyager 1, a dire il vero, è diversa da quella indicata da IBEX. Una discrepanza che ovviamente pone interrogativi agli scienziati, ma che non necessariamente implica un errore da parte di una delle due sonde. L’incongruenza, suggeriscono i ricercatori, potrebbe essere dovuta solo al diverso insieme di dati analizzati: molto puntuali, raccolti in un luogo e in un periodo di tempo ben circoscritti nel caso di Voyager 1; mediati su grandi distanze nel caso di IBEX.

«È un’epoca affascinante. Solo cinquant’anni», ricorda Schwadron, «fa eravamo ancora alle prese con le prime misure del vento solare, e cominciavamo appena a capire qualcosa della natura di ciò che accade nello spazio immediatamente oltre la Terra. Oggi stiamo muovendo i primi passi in un territorio ancora tutto da esplorare indagando la fisica al di là dell’eliosfera».

Per saperne di più:
Leggi su Science l’articolo “Rays Related to the Sun’s Local Galactic Environment from IBEX”, di N. A. Schwadron, F. C. Adams, E. R. Christian, P. Desiati, P. Frisch, H. O. Funsten, J. R. Jokipii, D. J. McComas, E. Moebius e G.P. Zank

Foto in alto:
L’intensità dei raggi cosmici (in alto) messa a confronto con quanto predetto dai modelli che si basano sui dati di IBEX (in basso). La buona corrispondenza fra osservazioni e previsioni, evidenziata dal colore delle diverse regioni, avvalora la stima di IBEX della direzione locale del campo magnetico galattico. Crediti: Nathan Schwadron, UNH-EOS.

A cura di Marco Malaspina

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2014/02/13/ibex-eliosfera/

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mercoledì 4 dicembre 2013

La NASA cerca acqua su Venere




Gli esperti sono sicuri che in passato sul secondo pianeta del Sistema solare sia esistita una grande quantità di acqua, tanto da formare oceani, laghi e fiumi. Il Venus Spectral Rocket è stato lanciato ieri e per 8 minuti, a un'altitudine di 110 km, ha osservato la parte più altra dell'atmosfera venusiana in cerca di idrogeno e deuterio (alla base della formula chimica dell'acqua).

È passata solo una settimana dal lancio diMAVEN, la nuova sonda che orbiterà fra nove mesi attorno a Marte, e la NASA ha già mandato in orbita un razzo per studiare l’atmosfera di Venere. Si chiama Venus Spectral Rocket (VeSpR) ed è stato lanciato ieri dalla base di White Sands.

Perché due lanci così ravvicinati? Kelly Fast, ricercatrice anche del progetto MAVEN, ha detto che “è appropriato che le due sonde siano state lanciate a una distanza di tempo ravvicinata proprio perché entrambe studieranno l’atmosfera di un pianeta”. L’unica differenza è che, mentre MAVEN orbiterà attorno al Pianeta rosso, VeSpR rimarrà sopra la Terra.

VeSpR è un sistema a due fasi che combina un missile Terrier – originariamente costruito come un missile terra-aria e poi riproposto per sostenere le missioni scientifiche – e un razzo Black Brant Mk1 al cui interno è stato montato un telescopio. L’integrazione dei due razzi è stata realizzata presso la NASA Wallops Flight Struttura in Virginia. La sonda ha analizzato l’atmosfera di Venere tramite iraggi ultravioletti emessi dal pianeta stesso. In questo modo gli esperti potranno ricostruire buona parte della storia di Venere.

Questo tipo di rilevamenti sono stati finora impossibile con le strumentazioni a terra perché la nostra atmosfera assorbe la maggior parte dei raggi UV provenienti dallo spazio. Proprio per questo motivo il razzo ha portato la sonda a 110 chilometri da altezza dalla superficie terrestre, dove la nostra atmosfera è decisamente più sottile.

Cosa cercano gli esperti della NASA? I ricercatori sanno che l’atmosfera di Venere contiene una piccola quantità di acqua, ma sono convinti che in passato sul pianeta ce ne fosse tanta da formare un oceano. Per questo il team cercherà di determinare se l’acqua si trovi solo negli strati alti dell’atmosfera (dove le temperature sono decisamente inferiori) o sia evaporata dalla superficie del pianeta nel corso di migliaia di anni. Gli studiosi ipotizzano che possano essere esistiti fiumi, laghi e, addirittura, acqua allo stato solido (quindi ghiaccio).

La chiave della ricerca sta tutta nella quantità di idrogeno e deuterio (una versione più pesante dell’idrogeno) che è rimasta nell’atmosfera. Entrambi, ovviamente, in presenza di ossigeno possono creare l’acqua sia sotto forma di H2O che come HDO. La ricerca non sarà facile perché i raggi UV provenienti dal vicino Sole hanno perlopiù sbrindellato l’atmosfera venusiana e proprio perché le molecole di idrogeno sono leggere sono anche le più volatili. I ricercatori hanno scoperto che la quantità di idrogeno e deuterio possono variare a diverse altezze nell’atmosfera, il che potrebbe cambiare i loro calcoli. Per risolvere l’incertezza, VeSpR farà misurazioni in particolare nella parte alta dell’atmosfera.

La NASA in passato aveva già provato a studiare l’atmosfera di Venere con la missione del 1978 Pioneer. Già allora gli studiosi avevano ipotizzato la presenza di acqua in abbondanza sul pianeta. Adesso si cercano prove certe. Il telescopio montato su VeSpR ha osservato il pianeta per 8 minuti e i dati sono stati trasmessi in tempo reale sulla Terra. Il razzo poi è stato recuperato con un paracadute e verrà utilizzato per successioni osservazioni in orbita attorno al nostro pianeta.


A cura di Eleonora Ferroni

Fonte: http://www.media.inaf.it/2013/11/26/la-nasa-cerca-lacqua-su-venere/









sabato 16 novembre 2013

Un Modello Spiega La Longevità Della Grande Macchia Rossa




La di Grande Macchia Rossa di Giove è uno dei fenomeni più misteriosi del Sistema Solare. In base a quello che gli scienziati hanno capito circa la dinamica dei fluidi, dovrebbe essere scomparsa secoli fa.

Pedram Hassanzadeh, studioso presso l'Università di Harvard, e Philip Marcus, professore di fluidodinamica presso l'Università della California, Berkeley, ritengono di poter spiegarne il perché.

Il loro studio, che Hassanzadeh ha presentato in occasione alla riunione annuale della divisione della American Physical Society il 25 novembre, fornisce inoltre informazioni sui vortici oceanici persistenti e sui vortici che contribuiscono alla formazione di stelle e pianeta.
"Sulla base delle attuali teorie, la Grande Macchia Rossa avrebbe dovuto spegnersi dopo alcuni decenni. Invece, persiste da centinaia di anni", ha detto Hassanzadeh, che è un borsista post-dottorato presso il Centro di Harvard per l'Ambiente e il Dipartimento Terra e Scienze Planetarie.
Molti processi tendono a dissipare i vortici come la Macchia Rossa. La turbolenza e le onde dovrebbero attenuare l'energia dei suoi venti. Il vortice perde anche altra energia dal calore radiante. Infine, la Macchia Rossa si trova tra due forti correnti a getto che scorrono in direzioni opposte che dovrebbero rallentarla.

Alcuni ricercatori sostengono che la Macchia Rossa guadagna energia assorbendo vortici più piccoli. "Alcuni modelli di computer mostrano che i grandi vortici vivrebbero più a lungo se si fondessero con vortici più piccoli, ma questo non accade abbastanza spesso per spiegare la longevità della macchia di Giove", ha detto Marcus.

Per sondare il mistero della sopravvivenza della Red Spot, Hassanzadeh e Marcus hanno costruito un modello. Si differenziava dai modelli esistenti perché era completamente tridimensionale ed in alta risoluzione.
Molti modelli sui vortici si concentrano sui venti orizzontali vorticosi, dove la maggior parte dell'energia risiede. I vortici hanno anche i flussi verticali, ma questi hanno molta meno energia.
"In passato, i ricercatori hanno ignorato il flusso verticale perché pensavano che non fosse importante e hanno usato le equazioni più semplici perché il modello era difficile da sostenere matematicamente", ha detto Hassanzadeh.

Eppure il movimento verticale rivela un ruolo chiave per la persistenza della Red Spot. Quando il vortice perde energia, il flusso verticale trasporta gas caldi dall'alto e gas freddi dal basso sotto al vortice verso il suo centro, ripristinando parte della sua energia perduta.
Il modello prevede inoltre un flusso radiale, che succhia venti dalle correnti a getto ad alta velocità verso il centro del vortice. Questo pompa energia nel vortice, consentedogli di durare più a lungo.

Secondo Hassanzadeh, lo stesso flusso verticale potrebbe spiegare perché i vortici oceanici, come quelli formatisi in prossimità dello Stretto di Gibilterra, possono durare per anni nell'Oceano Atlantico. Il loro flusso verticale gioca un ruolo nell'ecosistema oceanico sollevando nutrienti alla superficie.

I vortici possono anche partorire la formazione di stelle e pianeti, della durata di milioni di anni, mentre attirano la polvere interstellare e le rocce in grandi masse.
Hassanzadeh e Marcus sanno che il loro modello non spiega del tutto la lunga vita della Red Spot.
Essi credono che l'assorbimento occasionale di vortici più piccoli, in linea con le osservazioni, puó fornire l'energia supplementare necessaria per centinaia di anni di vita. Essi hanno modificato il loro modello al computer per verificare questa tesi.
Forse, un giorno, la Grande Macchia Rossa di Giove vi sembrerà un pó meno misteriosa.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/11/131114131929.htm

domenica 22 settembre 2013

Saturno a strisce

Saturno a strisce

Un team di astronomi della NASA ha utilizzato i dati provenienti dalla sonda Cassini per realizzare un nuovo studio sui fenomeni atmosferici e che si creano sul pianeta gassoso. Hanno notato che ci sono fasce più calme alternate ad altre più turbolente, fenomeno già osservato su Giove.

Scrutando Saturno con gli strumenti montati a bordo di Cassini gli astronomi sono riusciti a realizzare una mappa amicroonde che rivela, con un dettaglio mai raggiunto prima, l’alternanzatrafasce turbolente e fasce più quiete che caratterizzano l’atmosfera del pianeta. Cassini ha osservato il complesso sistemadi bande atmosferiche, rivelando inattese somiglianze con lastruttura dell’atmosfera di Giove.

Dalle nuove osservazioni dellasonda della NASA, realizzate grazie al radar che può operare anche come radiometro, si evince la presenzadi fascia strettae tranquilla corrispondente all’equatore del pianeta, circondata da fasce più turbolente, simili a quelle di Giove. A latitudini maggiori Saturno presentapoi delle caratteristiche uniche, come aree aride alternate ad altre più umide di tipo tropicale.

Dalle ultime osservazioni gli astronomi hanno potuto osservare, come mai prima d’ora, la distribuzione di un gas molto presente nella troposferadi Saturno, l’ammoniaca. Michael Janssen, ricercatore del Jet Propulsion Laboratory della NASA, sostiene che ci sono regioni dove il vapore dell’ammoniacaquasi scompare a causa di una maggiore velocità di condensazione del gas in liquido. Questo accade quando, al di sotto dell’atmosfera,si verificano perturbazioni climatiche che danno luogo alle fasce più turbolente.

Lamappa realizzata dal team di Janssen mostrache le bande tra 15 e 55 gradi di latitudine e tra -15 e -32 gradi di latitudine sono relativamente tranquille e che c’è molta più turbolenza tra i -15 e 15 gradi di latitudine, fatta eccezione per l’equatore. Le aree più turbolente sono simili a quelle osservate già da tempo su Giove e si pensa che siano dovute alla velocità di rotazione del pianeta, anche se il meccanismo in se rimane ancora un mistero per gli studiosi.

Nellamappa sono rappresentate lafamosa “Storm Alley”, il cosiddetto viale tempestoso su Saturno dove si verificano la maggior parte dei fenomeni di turbolenza e di instabilità climatica, e la Grande tempesta del Nord,iniziata nel 2010 e sviluppatasi per oltre un anno. La diffusa luminosità inalcune zone dell’atmosfera è,invece, associata a all’esaurimento dell’ammoniacain forma gassosa in alcune zone. Alcune caratteristiche della Storm Alley e della Grande tempesta del Nord evidenziano che l’ammoniaca allo stato gassoso si esaurisce perché condensa in forma liquida scendendo nelle zone più profonde dell’atmosfera, rendendo più visibili le bande turbolente.

Dalle osservazioni i ricercatori hannoanche notato delle somiglianze tra i due poli: l’emisfero sud eraancorapiù instabile prima della Grande tempesta del Nord che ha sconvolto gli equilibri del pianeta,essendo la più grande e potente mai osservata con fulmini 10.000 volte più intensi di quelli terrestri. Nel 2004 era stata rilevata, invece, unatempestanell’emisfero sud del pianetachiamata “tempesta del Dragone”.

Iricercatori hanno intenzione di realizzate una nuovamappa nel 2015,riportando dati di un periodo complessivo di osservazioni di 10 anni. Nel 2016, invece, dovrebbero partire ricerche simili anche su Giove, grazie al lancio della nuova sonda dellaNASA Juno, che avrà a bordo un radar/radiometro simile a quello di Cassini.

Per saperne di più:

Leggi le news su Cassini su Media INAF Vai al sito della Cassini Solstice Mission della NASA

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/09/18/saturno-a-strisce/

giovedì 22 agosto 2013

WISE ritorna in attività





La missione Wide-field Infrared Survey Explorer della NASA verrà riattivata a settembre per continuare lo studio e la ricerca dei near-Earth objects. Dal 2009 al 2011 ha catalogato circa 560 milioni di oggetti e corpi rocciosi come asteroidi e comete, grazie alle sue potenti ottiche a infrarossi.

Le ferie prima o poi finiscono per tutti e anche alcune le sonde spaziali, con la fine di agosto, devono tornare a regime. E’ il caso di WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer), la sonda della NASA lanciata nel 2009 che ha scoperto e studiato decine di migliaia di asteroidi nel nostro Sistema solare prima di essere posta in ibernazione nel febbraio del 2011, quando i suoi strumenti sono stati spenti.

I ricercatori del JPL hanno deciso che da settembre prossimo la sonda ricomincerà la sua attività per i prossimi tre anni, alla ricerca di NEO (near-Earth objects), ovvero asteroidi che orbitano a meno di 45 milioni di chilometri dalla Terra. WISE tornerà ad usare il suo telescopio con uno specchio da 40 centimetri di diametro e le sue ottiche a infrarossi alla ricerca di circa 150 oggetti, studiandone la forma, le caratteristiche e la riflettività insieme ad altri 2000 già scoperti in passato.

Durante la sua attività WISE ha raccolto circa 7500 immagini ogni giorno fino a febbraio 2011 (circa 2,7 milioni in tutta la missione). Nell’ambito del progetto NEOWISE della NASA, la sonda è stata la protagonista della più dettagliata ricerca mai realizzata sui NEO. Proprio perché gli asteroidi non emettono ma riflettono la luce, le ottiche a infrarossi di WISE sono degli strumenti potenti per catalogare e studiare la popolazione degli asteroidi. Solo nel 2010 la sonda ha studiato 158mila corpi rocciosi tra i 600mila conosciuti, tra cui 21 comete, più 34mila asteroidi nella cintura tra Marte e Giove e 135 near-Earth objects.

Amy Mainzer, principal investigator di NEOWISE al Jet Propulsion Laboratory, ha detto che la sonda “non solo ci permette di studiare al meglio gli asteroidi e le comete, ma ci permette di programmare al meglio le future missioni nello spazio”.

Foto:
Credit: NASA/JPL-Caltech

A cura di Eleonora Ferroni

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/30/buchi-neri-affamati-e-super-veloci/

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mercoledì 14 agosto 2013

Che aria si respira su Marte?





Due strumenti a bordo del rover Curiosity hanno studiato la composizione dell'atmosfera di Marte con una precisione mai raggiunta prima, studiano in particolare il rapporto tra gli isotopi di carbonio, idrogeno, ossigeno e argon. I dati raccontano la storia dell'atmosfera di Marte e confermano l'origine marziana di molti meteoriti giunti sulla Terra.

Non contento di scavare e raccogliere campioni di roccia marziana, il rover della NASA Curiosity sta anche annusando l’aria del pianeta rosso, per ottenere la più dettagliata analisi mai effettuata della sua atmosfera. Due articoli sul numero di questa settimana di Science contengono i dati raccolti finora dalla suite di strumenti dedicati a questa impresa, chiamata Sample Analysis at Mars. Il primo dei due articoli deriva dai dati raccolti dallo spettrometro TLS (tunable laser spectrometer), e ha come primo autore Chris Webster del Jet Propulsion Laboratory della NASA. L’altro si basa invece sulle osservazioni del Quadrupole Mass Spectrometer (QMS), ed è firmato da Paul Mahafft del NASA Goddard Space Flight Center.

I due studi confermano in buona parte quanto osservato negli anni Settanta dalle missioni Viking, ma raggiungendo una precisione molto maggiore. L’atmosfera marziana appare costituita da un mix di anidride carbonica (il gas più abbondante), argon, azoto, ossigeno e monossido di carbonio.

Come spiega Webster in una intervista a Science, il vero salto di qualità di queste misurazioni rispetto a quelle di Viking è il fatto di essere riusciti a misurare non solo la concentrazione delle diverse sostanze chimiche, ma anche dei diversi isotopi di ogni elemento chimico, ovvero le diverse “versioni” degli atomi di carbonio, ossigeno, idrogeno e così via, che si differenziano per il numero di protoni. “Sulla Terra, la misurazione degli isotopi ci racconta molte cose sulla biologia, la geologia, il cambiamento climatico, perché tutti questi processi influenzano le concentrazioni relative di isotopi. Su Marte, ci danno una vera e propria finestra sulla storia del pianeta, raccontandoci di impatti di comete ed eruzioni vulcaniche”.

Secondo Webster, i più importanti messaggi che emergono dai due studi è il fatto che l’atmosfera marziana non sembra essere cambiata un granché nell’ultimo miliardo di anni: gli eventi che hanno determinato la sua composizione attuale si sono verificati per lo più prima. L’altro aspetto è la conferma dell’effettiva origine marziana di molti meteoriti trovati sulla Terra, consentita dalla misura della concentrazione di Carbonio 13, che nelle molecole di anidride carbonica nell’atmosfera di Marte si trova con una ratio corrispondente a quella di quei meteoriti. “Il fatto che due strumenti che funzionano in modo molto diverso come TLS e QMS è molto rassicurante” spiega Webster.

Interessantissime anche le misurazioni delle concentrazioni relative di idrogeno e deuterio, la sua variante più pesante. “Sulla Terra, il rapporto tra idrogeno e deuterio ci racconta la storia dell’acqua, e ci aiuta a fare ipotesi su come sia arrivata sul nostro pianeta. Anche su, la misurazione del rapporto D/H (deuterio/idrogeno) è il primo passo verso una ricostruzione completa della storia dell’acqua su Marte e la sua interazione con l’atmosfera, e la storia dell’atmosfera a sua volta sarà il riferimento per una storia della chimica delle rocce”. Il fatto che su Marte ci sia molto deuterio e poco idrogeno semplice, spiega Webster, supporta l’idea che Marte abbia perso gran parte della sua atmosfera all’inizio della sua storia, 3 o 4 miliardi di anni fa per poi perderne solo una piccola porzione in tutto il periodo successivo.

A cura di Nicola Nosengo

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/18/che-aria-si-respira-su-marte/

Foto:
Il rover Curiosity (Credit: NASA)


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venerdì 2 agosto 2013

IRIS Illumina il Sole





Il momento in cui un telescopio entra in attività rappresenta il culmine di anni di lavoro e pianificazione che contemporaneamente pone le basi per un patrimonio di ricerca e di risposte per il
futuro.
Il 17 luglio 2013, il team internazionale di scienziati ed ingegneri che hanno sostenuto e costruito il NASA Interface Region Imaging Spectrograph, o IRIS, hanno vissuto questa emozione. Mentre la navicella orbitava attorno alla Terra, la porta del telescopio si è aperta per iniziare ad i misteriosi strati più bassi dell'atmosfera del Sole e i risultati sono stati a dir poco stupefacenti. Dati nitidi e chiari che hanno mostrato dettagli senza precedenti di questa regione poco osservata.


"Queste belle immagini di IRIS stanno per aiutarci a capire come la bassa atmosfera del Sole alimenta una serie di eventi globali", ha dichiarato Adrian Daw, lo scienziato IRIS del NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland: "Si guarda a qualcosa con un dettaglio maggiore di quanto sia mai stato visto prima, che apre nuove porte alla comprensione. C'è sempre quel potenziale elemento di sorpresa".

Quando la porta del telescopio si è aperta, il 17 luglio 2013, IRIS ha cominciato ad osservare il Sole in un dettaglio eccezionale. Le prime immagini hanno mostrato una moltitudine di sottili strutture, come piccole fibre che non erano mai state viste in precedenza, rivelando enormi contrasti di densità e di temperatura in tutta la regione, anche tra le anse vicine che sono a poche centinaia di chilometri di distanza.
Le immagini hanno anche mostrato i punti che rapidamente si illuminano e si sfiocano, fornendo indizi su come viene trasportata l'energia assorbita in tutta la regione.

Le fini immagini di IRIS nella regione aiuteranno gli scienziati a monitorare come l'energia magnetica contribuisca al riscaldamento dell'atmosfera del Sole.
Gli scienziati hanno bisogno di osservare la regione nei minimi dettagli, perché l'energia che scorre attraverso di essa si diffonde dallo strato superiore dell'atmosfera solare alla corona, con temperature superiori a 1 milione di kelvin (circa 1,8 milioni di F), quasi un migliaio di volte più caldo della stessa superficie solare.

IRIS è una missione del programma NASA Explorer lanciata da Vandenberg Air Force Base, in California, il 27 giugno 2013.
Le capacità di Iris sono adattate unicamente a svelare la regione d'interfaccia solare, perché costituiscono l'emissione dei raggi ultravioletti che impattano nello spazio vicino alla Terra influendo sul clima della Terra.
L'energia che viaggia attraverso la regione ci aiuterà anche a comprendere meglio il vento solare che influisce sulla metereologia spaziale e può colpire i satelliti, le reti elettriche e sistemi di posizionamento globale, o GPS sulla Terra.

Progettato per la ricerca della regione di interfaccia in modo più dettagliato di quanto sia mai stato fatto prima, IRIS è una combinazione tra un telescopio ultravioletto e quello che detto spettrografo.
La luce dal telescopio è suddivisa in due componenti. La prima fornisce immagini ad alta risoluzione, l'acquisizione di dati su circa l'uno per cento del Sole in un istante. Mentre queste sono relativamente piccole istantanee, le immagini possono risolvere caratteristiche fino a 150 miglia di diametro.
Mentre le immagini sono in una lunghezza d'onda di luce alla volta, il secondo componente è lo spettrografo che fornisce informazioni su molte lunghezze d'onda della luce contemporaneamente.

Lo strumento divide la luce del Sole nelle sue diverse lunghezze d'onda e misura una data lunghezza d'onda quando è presente.
Queste informazioni vengono poi ritrattate su un grafico che mostra le linee spettrali.
Le Linee di Taller corrispondono alle lunghezze d'onda in cui il Sole emette la luce.
Le analisi delle righe spettrali possono anche fornire velocità, temperatura e intensità su come l'energia e il calore si muovono attraverso la regione.
"La qualità delle immagini e degli spettri che stiamo ricevendo da IRIS è incredibile. Questo era proprio quello che speravamo", ha detto Alan Title, ricercatore principale IRIS presso la Lockheed Martin Advanced Technology Center Solar and Astrophysics Laboratory di Palo Alto, in California.
"C'è molto lavoro da fare per capire che cosa stiamo vedendo, ma la qualità dei dati ci permetterà di farlo. "

IRIS non solo fornisce osservazioni allo stato dell'arte per osservare la regione dell'interfaccia, ma fa uso di tecnologie avanzate di calcolo per aiutare ad interpretare tutto ciò che esso riprende. Infatti, l'interpretazione della luce che esce dalla regione dell'interfaccia non poteva essere fatta prima dell'avvento dei supercomputer di oggi perché, in questa zona del Sole, il trasferimento e la conversione dell'energia da una forma all'altra non era compresa.

La missione IRIS ha implicazioni a lungo termine per la comprensione della genesi della meteorologia spaziale vicino alla Terra. Capire come l'energia solare sposta il materiale attraverso la regione di interfaccia potrebbe aiutare gli scienziati a migliorare le previsioni per i tipi di eventi che possono interferire con le tecnologie terrestri.

Traduzione e adattamento a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/07/130725141642.htm

Foto:
Confronto di una regione solare con le immagini tra la precedente sonda SDO e l'attuale IRIS (Credit: NASA/SDO/IRIS)




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venerdì 12 luglio 2013

Un Pianeta Blu Cobalto





Gli astronomi che utilizzano l'Hubble Space Telescope della NASA hanno dedotto il colore in luce visibile di un pianeta, in orbita intorno ad un'altra stella a 63 anni luce di distanza.

Se visto direttamente sarebbe simile ad un "punto blu", che ricorda il colore della Terra vista dallo spazio.
Ma la sua atmosfera diurna è di quasi 2.000 gradi Fahrenheit e forse piove vetro con venti a circa 4.500-miglia/h.

Il colore blu cobalto non proviene dalla riflessione di un oceano tropicale, ma da una vaga atmosfera di un blu tipo fiammelle e forse da nubi in alta quota con particelle di silicato.
La temperatura di condensazione dei silicati potrebbe formare piccolissime gocce di vetro che si disperdono la luce blu più di quella rossa.

Il mondo alieno assai turbolento, catalogato come HD 189733b, è uno degli esopianeti più vicini alla Terra, ed è stato intensamente studiato da Hubble e di altri osservatori e la sua atmosfera è drammaticamente mutevole ed esotica.
"Noi ovviamente non sappiamo molto sulla fisica e sulla climatologia delle nubi di silicato, per cui stiamo esplorando un nuovo campo della fisica dell'atmosfera", ha detto il membro del team Frédéric Pont, dell'Università di Exeter, Inghilterra sud-occidentale, il Regno Unito.

Il team ha utilizzato lo spettrografo sull'Hubble per misurare le variazioni del colore della luce dal pianeta prima, durante, e dopo il passaggio del pianeta dietro alla stella madre. Questa tecnica è possibile perché l'orbita del pianeta è inclinata vista dalla Terra, pertanto, passa ordinariamente davanti e dietro la stella.

Hubble ha misurato una piccola goccia di luce, circa una parte su 10.000: "Abbiamo visto la luce diventare meno brillante nel blu, ma non nel verde o nel rosso. Ciò significa che l'oggetto scomparso è azzurro perché la luce mancava nel blu, ma non nel colore rosso", ha detto Pont.

Lo studio é pubblicato sull'Astrophysical Journal Letters.
Dalle osservazioni precedenti erano emerse le evidenze della diffusione della luce blu sul pianeta. Ma questa ultima osservazione di Hubble dà conferma e lo evidenza, hanno detto i ricercatori.

Il pianeta HD 189733b è stato scoperto nel 2005. A distanza di solo 2,9 milioni di chilometri dalla sua stella, il pianeta è così vicino che è gravitazionalmente in "rotazione sincrona", in modo che un lato si affaccia sempre verso la stella e l'altro è sempre buio.

Nel 2007 il telescopio spaziale Spitzer della NASA ha misurato la luce infrarossa o calore, del pianeta. Questa osservazione ha prodotto una delle prime mappe di temperatura in assoluto di un pianeta extrasolare.
La mappa mostrava che le temperature del lato diurno e notturno differivano di circa 500 gradi Fahrenheit. Questa differenza di temperatura dovrebbe causare forti venti che corrono dalla parte in giorno alla parte in notte.

Le osservazioni complementari di Hubble nella luce visibile hanno ridotto le possibili contaminazioni di luce dal bagliore proprio del pianeta e si sono concentrate sulla composizione atmosferica.

Pont avverte che è difficile sapere esattamente che cosa causi il colore dell'atmosfera di un pianeta, anche per i pianeti del Sistema Solare. Per esempio, Giove è rossastro a causa di sconosciute molecole di colore rosso che trasporta nella sua alta atmosfera. Venere non riflette la luce ultravioletta (UV) a causa di un assorbitore UV sconosciuto presente nella sua atmosfera.
La Terra sembra blu dallo spazio perché gli oceani assorbono le lunghezze d'onda rosse e verdi più fortemente del blu. Inoltre, gli oceani riflettono il cielo terrestre, dove le più brevi lunghezze d'onda blu del Sole sono selettivamente disperse mediante l'ossigeno atmosferico e le molecole di azoto in un processo chiamato diffusione di Rayleigh.

A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/07/130711102859.htm

Foto:
(Credit: NASA, ESA, and G. Bacon (STScI))

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giovedì 4 luglio 2013

Venere visto dai radar





L'immagine di alcuni dei cosiddetti "vulcani a frittella" di Venere, ricostruiti al computer dai dati radar della storica sonda Magellan. Un esempio di come i radar ad apertura sintetica (SAR) abbiano rivoluzionato gli studi interplanetari.

Come fotografare un pianeta così caldo e con una pressione atmosferica così alta (circa 90 volte quella terrestre) da non permettere a una sonda di sopravvivere per più di qualche minuto sulla sua superficie? E come realizzarne mappe dall’orbita, penetrando un’atmosfera densissima che ricopre il paesaggio come una coltre assolutamente opaca alle lunghezze d’onda dell’ottico?
Il pianeta in questione è Venere.
E la risposta ai seri problemi degli scienziati si chiama radar. Lo dimostra la preziosa immagine di oggi, che ritrae alcuni dei cosiddetti “vulcani a frittella” del pianeta, ricostruita al computer grazie ai dati raccolti dalla storica sonda Magellan negli anni ’90.

Magellan ha orbitato intorno al pianeta Venere tra il 1990 e il 1994. Nei suoi 4 anni di lavoro, la sonda ha completato la mappatura del 98% della superficie con una risoluzione di circa 100m, producendo quella che è nota come la prima mappa che permette di guardare attraverso le nubi del misterioso pianeta.

Questo obiettivo, fantascientifico fino a quel momento, venne raggiunto tramite l’uso di un Radar ad apertura sintetica, anche detto SAR, uno strumento oggi utilizzato nell’esplorazione planetaria per determinare la topografia e la composizione del suolo e del sottosuolo (come per il radar a bordo della Cassini-Huygens che ha recentemente identificato oceani di metano su Titano; o il radar MARSIS che sta rivelando presenza di ghiaccio nel sottosuolo di Marte). Rimanendo più vicino a noi, i SAR vengono oggi utilizzati anche per osservare la Terra dallo spazio, con applicazioni di tipo geofisico, archeologico e ambientale (come per i satelliti di COSMO-SkyMed, il programma italiano di osservazione della Terra).

Tornando agli anni ’90, grazie alla tecnologia radar, Magellan porta alla luce molte caratteristiche interessanti del pianeta Venere e della sua geologia. Come per esempio i grandi “circular domes” o più prosaicamente “vulcani a frittella”, di cui un esempio è ricostruito in 3D nell’immagine di oggi. Per dare un’idea delle dimensioni, la collina al centro dell’immagine (a falsi colori) misura 35 km di diametro e 750m di altitudine e la sua dimensione verticale è stata esagerata di circa 5 volte per renderla ben visibile. Diversi studi (suffragati anche dai dati della più recente missione Venus Express e dello strumento italiano VIRTIS) suggeriscono che queste strane strutture siano di origine vulcanica, ovvero l’interpretazione venusiana dei più noti vulcani terrestri. La forma è probabilmente imputabile alle condizioni di altissima pressione che, durante l’eruzione, schiaccerebbero al suolo la lava generando la tipica -e quanto mai strana- “frittella”.

A cura di Livia Giacomini

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130627140803.htm

Foto:
La superficie di Venere ricostruita da dati radar della missione Magellan. Crediti: E. De Jong et al. (JPL), MIPL, Magellan Team, NASA

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Voyager 1 ancora sotto l'influenza solare





I dati di Voyager 1, ormai a più di 11 miliardi di miglia (18 miliardi chilometri) dal Sole, suggeriscono che sta diventare il primo oggetto costruito dall'uomo a raggiungere lo spazio interstellare.

La ricerca che utilizza i dati di Voyager , pubblicata sulla rivista Science, fornisce nuovi dettagli sulla regione di spazio che la navicella attraverserà prima di lasciare l'eliosfera (la bolla intorno al nostro Sole), ed entrare nello spazio interstellare.
Tre documenti descrivono l'ingresso di Voyager 1 in una regione chiamata "autostrada magnetica", in cui è presente il più alto tasso di particelle cariche provenienti dall'eliosfera e la loro progressiva scomparsa.
Gli scienziati hanno visto due dei tre segni dell'arrivo interstellare che si aspettavano: le particelle cariche che scompaiono come rimpicciolite lungo il campo magnetico solare e i raggi cosmici extragalattici che entrano, ma gli scienziati non hanno ancora visto il terzo segno, un brusco cambiamento nella direzione del campo magnetico, che rivelerebbe la presenza del campo magnetico interstellare.

Ed Stone, scienziato del progetto Voyager al California Institute of Technology di Pasadena ha dichiarato: "Se osserviamo i raggi cosmici e i dati delle particelle energetiche in isolamento, si potrebbe pensare che Voyager abbia raggiunto lo spazio interstellare, ma il team ritiene che non sia ancora arrivato perché siamo ancora nel dominio del campo magnetico del Sole".

Gli scienziati non sanno esattamente quanto lontano Voyager 1 debba andare per raggiungere lo spazio interstellare. Si stima che possano essere richiesti diversi mesi, o addirittura anni, per arrivarci.
L'eliosfera si estende per almeno 8 miliardi miglia (13 miliardi km) al di là tutti i pianeti del nostro Sistema Solare. È dominata dal campo magnetico del Sole e un vento ionizzato in espansione verso l'esterno.

Oltre l'eliosfera, lo spazio interstellare è pieno di materia proveniente da altre stelle e il campo magnetico presente nella regione della Via Lattea.

Voyager 1 e la sua astronave gemella, Voyager 2, furono lanciate nel 1977, viaggiando E analizzando Giove, Saturno, Urano e Nettuno, sul cammino della missione interstellare nel 1990.

Adesso le missioni delle Voyager è misurare le dimensioni dell'eliosfera.
Le analisi scientifiche si concentrano sulle osservazioni dei raggi cosmici fatte da maggio a settembre del 2012 ed altre ad aprile del 2013, dagli strumenti a bordo delle navicelle.
Voyager 2 è a circa 9.000 milioni miglia (15 miliardi chilometri) dal Sole, ancora dentro la eliosfera. Voyager 1 era a circa 11 miliardi di miglia (18 miliardi chilometri) dal Sole, il 25 agosto, quando ha raggiunto l'autostrada magnetica, conosciuta anche come regione di svuotamento verso lo spazio interstellare.

Questa regione permette alle particelle cariche di viaggiare dentro e fuori dall'eliosfera lungo una linea di campo magnetico liscia, invece di rimbalzare in tutte le direzioni, come se intrappolate su strade locali.
Per la prima volta in questa regione, gli scienziati potrebbero rilevare i raggi cosmici a bassa energia che hanno origine da stelle morenti.
"Abbiamo visto una scomparsa drammatica e rapida delle particelle solari originarie. Sono diminuite di intensità oltre 1.000 volte", ha detto Stamatios Krimigis, ricercatore principale strumento della particella alla Hopkins University Applied Physics Laboratory Johns a Laurel, nel Maryland.
"Non abbiamo mai assistito a una tale diminuzione precedentemente, tranne quando Voyager 1 uscì dalla magnetosfera di Giove, circa 34 anni fa".

Dal comportamento delle particelle cariche osservate dalla Voyager 1 viene indicato anche che il veicolo spaziale è ancora in una regione di transizione verso il mezzo interstellare. Mentre attraversava la nuova regione, le particelle cariche provenienti dall 'eliosfera, sono diminuite più rapidamente quelle lungo le linee del campo magnetico solare. Le particelle in moto perpendicolare al campo magnetico non sono diminuite come rapidamente.

Tuttavia, i raggi cosmici che si spostano lungo le linee di campo nell'autostrada magnetica, erano alquanto più popolosi di quelli in movimento perpendicolare. Nello spazio interstellare, la direzione delle particelle cariche in movimento non è previsto.
Nell'arco di circa 24 ore, il campo magnetico proveniente dal Sole ha iniziato ad accumularsi cambiando direzione, per oltre 2 gradi, ha detto Leonard Burlaga, autore principale di uno dei documenti presso il NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.
"Ma poiché non vi è stato alcun cambiamento significativo nella direzione del campo magnetico, stiamo ancora osservando le linee del campo originarie dal Sole".

Quando manca dunque all'uscita dalla sfera energenica solare?


Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130627140803.htm

Foto:
(Credit: ESO / M. Kornmesser)

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sabato 22 giugno 2013

Perché era apparsa una terza fascia nell'atmosfera terrestre?





Dal momento che vennero scoperte le fasce di Van Allen nell'atmosfera superiore della Terra nel 1958, gli scienziati ritenevano che consistevano di due anelli a forma di ciambella di particelle altamente cariche (un anello interno di elettroni ad alta energia e ioni positivi energici, e un anello esterno di elettroni ad alta energia).

Tuttavia, nel febbraio di quest'anno, un team di scienziati ha pubblicato sulla rivista Science la scoperta sorprendente di un terzo anello di radiazione prima sconosciuto. Questo stretto anello è stato avvistato tra l'anello interno e quello esterno, nel settembre 2012, per poi quasi del tutto scomparire.

Nella nuova ricerca, il team ha spiegato che lo sviluppo di questa terza fascia e la sua repentinea decadenza nel corso di un periodo di poco più di quattro settimane. La ricerca è disponibile nella edizione online del Geophysical Research Letters e sarà pubblicato in una prossima edizione stampa.

Eseguendo un "trattamento quantitativo della diffusione di elettroni relativistici di onde elettromagnetiche whistler-mode all'interno del plasmasfera denso", i ricercatori sono stati in grado di spiegare il "tipicamente lento decadimento del flusso di elettroni relativistico iniettato" e hanno dimostrato perché questa terza insolita cintura di radiazione si osserva solo ad energie sopra i 2 mega-elettron-volt.

Comprendere i processi che controllano la formazione e la perdita definitiva di tali elettroni relativistici è un obiettivo scientifico primario della missione della sonda Van Allen della NASA e ha importanti applicazioni pratiche, perché le enormi quantità di radiazioni delle fasce di Van Allen possono rappresentare un rischio significativo per i satelliti e di veicoli spaziali, come pure per gli astronauti che svolgono attività al di fuori di un veicolo spaziale.

L'attuale ricerca è stata finanziata dalla NASA, che ha lanciato le sonde gemelle di Van Allen, nell'estate del 2012.
L'autore principale della ricerca è Richard Thorne, un professore della UCLA di scienze atmosferiche e oceaniche, che era un co-autore del documento di ricerca del 28 Febbraio apparso su Science.

Della nuova ricerca sono co-autori Wen Li, uno studente laureato che lavora nel laboratorio di Thorne, Binbin Ni, uno studioso post-dottorato che lavora nel laboratorio di Thorne, Jacob Bortnik, un ricercatore presso il Dipartimento UCLA di Scienze dell'Atmosfera e del Oceanic; Daniel Baker, professore presso l'Università del Laboratorio di Colorado per la Fisica atmosferica e dello Spazio e autore principale della Scienza carta Febbraio; ed Vassilis Angelopoulos, un professore di UCLA di scienze della terra e dello spazio.

A cura di Arthur McPaul

Foto
NASA's Van Allen probes. (Credit: JHU/APL)

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130620162840.htm

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giovedì 20 giugno 2013

La Metamorfosi del ghiaccio lunare





Un gruppo di scienziati della Nasa e dell’università del New Hampshire ha forse risolto un mistero lunare: la formazione di idrogeno molecolare a partire dall'acqua ghiacciata nel cratere perennemente in ombra dove atterrò la missione LCROSS. I responsabili sono i raggi cosmici che penetrano sotto la superfice dissociano l’acqua facendola passare da H20 a H2.

I ricercatori del dell’Università del New Hampshire e del NASA Goddard Space Flight Center hanno risolto un mistero che riguardava di una delle regioni più fredde del sistema solare: un cratere permanentemente in ombra sulla Luna. Utilizzando i dati raccolti dal Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA (LRO), hanno spiegato in che modo le particelle energetiche che penetrano il suolo lunare possono creare idrogeno molecolare dall’acqua ghiacciata. La scoperta permette di comprendere in che modo le radiazioni possono cambiare la chimica del ghiaccio d’acqua in tutto il sistema solare.

Scoprire idrogeno molecolare sulla Luna è stato un risultato a sorpresa per la missione della NASA Lunar Crater Observation Sensing Satellite (LCROSS), portata da un razzo Centaur fino a schiantarsi nel cratere Cabeo, nella regione permanentemente in ombra della luna. Queste regioni non sono mai state esposte alla luce del Sole e sono rimaste a temperature vicine allo zero assoluto per miliardi di anni, preservando in tal modo la natura incontaminata del suolo lunare.

La strumentazione di bordo di LCROSS ha rilevato nell’immenso pennacchio di detriti conseguente all’impatto della sonda vapore acqueo e acqua ghiacciata, che erano gli obbiettivi della missione. Invece LRO, già in orbita intorno alla Luna, ha rilevato l’idrogeno molecolare, una vera sorpresa.

Lo studio di Andrew Jordan e colleghi fornisce una spiegazione di come l’idrogeno molecolare, che è composto di due atomi di idrogeno e denotato chimicamente come H2, possa crearsi sotto la superficie della Luna.

“Dopo il ritrovamento, c’erano un paio di idee su come l’idrogeno molecolare poteva essersi formato, ma nessuno di queste sembrava accordarsi con le condizioni nel cratere o con l’impatto del razzo.” Jordan dice. “La nostra analisi mostra che i raggi cosmici galattici, che sono carichi di particelle energetiche sufficienti a penetrare sotto la superficie lunare, possono dissociare l’acqua, H2O, in H2 attraverso vari possibili percorsi.”

Le analisi si sono basate sui dati raccolti dal telescopio Cosmic Ray Telescope for the Effects of Radiation (CRATER)che si trova a bordo della sonda LRO. Jordan, ricercatore presso lo University of New Hampshire’s Institute for the Study of Earth, Oceans, and Space (EOS) è un membro del team scientifico di Crater, guidato dal ricercatore principale Nathan Schwadron. Schwadron è stato il primo a suggerire le particelle energetiche come possibile meccanismo per la creazione di idrogeno molecolare.

“Abbiamo utilizzato le misurazioni del cratere per avere un’idea di quanto idrogeno molecolare si sia formato dal ghiaccio d’acqua per via delle particelle cariche.” Il modello al computer creato da Jordan ha incorporato i dati del cratere e ha dimostrato che queste particelle energetiche possono formare tra il 10 e il 100 per cento dell’idrogeno molecolare misurato da LAMP.

Lo studio sottolinea che per ridurre quell’incertezza sarebbero necessari esperimenti sull’acqua ghiacciata effettuati con gli acceleratori di particelle, per valutare con maggiore precisione il numero di reazioni chimiche che hanno luogo per unità di energia veicolata dai raggi cosmici e dalle particelle energetiche solari.

A cura di Antonio Marro

Foto
Vista panoramica lunare, presa dal Lunar Reconnaissance Orbiter Camera, del bordo nord del cratere Cabeo. La distanza da sinistra a destra è di circa 75 chilometri. CREDIT: Image of NASA / GSFC / Arizona State Univ.

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/20/la-metamorfosi-del-ghiaccio-lunare/

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Quando Marte diventó rosso...





Secondo uno studio inglese, la composizione chimica delle rocce analizzate da Spirit e dei meteoriti marziani rinvenuti sulla Terra rivela che l'atmosfera del pianeta conteneva molto ossigeno 4 miliardi di anni fa, ben prima della comparsa dell'ossigeno nell'atmosfera terrestre.

Marte era già rosso ben prima che la Terra diventasse azzurra. Ce lo dice, insieme a diverse altre cose, uno studio appena pubblicato su -Nature da un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, guidati da Bernard Wood. I ricercatori hanno cercato una spiegazione a un problema che lasciava perplessi gli studiosi del pianeta rosso. Perché i meteoriti provenienti da Marte e rinvenuti sulla Terra abbiano una composizione così diversa dalle rocce analizzate dal rover della NASA Spirit. Queste ultime (rocce superficiali rinvenuti nei pressi del cratere Gusev, e quindi di probabile origine vulcanica) sono cinque volte più ricche di nichel rispetto ai meteoriti. Il che faceva pensare che questi ultimi potessero avere un’origine diversa, non vulcanica. E faceva dubitare che si potessero usare come campioni significativi per studiare l’evoluzione del pianeta.

Usando una simulazione al computer dell’evoluzione geologica di Marte, i ricercatori hanno ricostruito come, a partire da un modello della composizione iniziale del mantello di Marte, possano essersi formate le diverse rocce superficiali a seguito di processi vulcanici. Dimostrando che le due categorie di rocce possono avere la stessa origine, e che le loro differenze chimiche si possono ricondurre semplicemente alla diversa età (4 miliardi di anni per quelle analizzate da Spirit, da 180 milioni a un miliardo di anni per i meteoriti) e alle caratteristiche dell’atmosfera primordiale di Marte.

Certo, è possibile che la composizione geologica di Marte vari moltissimo da una zona all’altra, e quindi i meteoriti conosciuti vengano semplicemente da zone con caratteristiche molto diverse dal cratere Gusev. Ma i ricercatori ritengono più probabile che quelle differenze siano dovute a un processo chiamato subduzione, per cui del materiale “sprofonda” dalla superficie verso l’interno. L’idea è che l’atmosfera di Marte fosse già molto ricca di ossigeno nelle primissime fasi di vita del pianeta, e che materiale roccioso ossidato sia sprofondato per subduzione e poi risputato in superficie dalle eruzioni vulcaniche, il tutto circa 4 miliardi di anni fa. E questo spiega l’origine delle rocce studiate da Spirit. I meteoriti, al contrario, sarebbero rocce vulcaniche più giovani, emerse da profondità molto più grandi e in tempi più recenti, e quindi meno influenzate dal processo di ossidazione.

“Questo implica che Marte avesse un’atmosfera ricca di ossigeno circa 4 miliardi di anni fa, ben prima della comparsa dell’ossigeno atmosferico sulla Terra, che avvenne circa 2 miliardi e mezzo di anni fa. Dato che l’ossidazione è responsabile del caratteristico colore rosso di Marte, questo vuol dire che il pianeta era rosso, umido e caldo miliardi di anni prima che l’atmosfera della Terra diventasse ricca di ossigeno”.

A cura di Nicola Nosengo

Foto

Il cratere Gusev visto da Spirit (credit: NASA)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/19/quando-marte-divento-rosso/

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mercoledì 19 giugno 2013

Venti In Aumento Su Venere





I dati della sonda ESA Venus Express mostrano che in sei anni i venti che muovono le nubi di Venere sono passati da 300 a 400 km all'ora. Le cause non sono chiare.

Già sembravano velocissimi sette anni fa, quando la sonda Venus Express raggiunse l’orbita di Venere. Ma da allora i venti che percorrono l’atmosfera del pianeta sono aumentati costantemente, come rivela l’ultima analisi dettagliata dei movimenti delle nuvole condotta proprio da quella stessa missione. Nei sei anni terrestri (corrispondenti a 10 anni venusiani) coperti dall’analisi, la velocità media dei venti misurati sopra le nuvole, a latitudini di 50 gradi sopra e sotto l’equatore, è passata da 300 km all’ora a 400 km all’ora. Lo dimostrano due studi separati, entrambi basati sui dati di Venus Express, pubblicati su Icarus l’uno e su The Journal of Geophysical Research l’altro.

La rapida rotazione dell’atmosfera è una delle caratteristiche più peculiari di Venere: essa fa un giro completo attorno al pianeta in quattro giorni terrestri, mentre la rotazione del pianeta stesso richiede 243 giorni terrestri.

Gli autori dell’articolo su Icarus, guidati da Igor Khatuntsev dello Space Research Institute di Mosca, hanno misurato il movimento delle strutture nuvolose più riconoscibili nelle immagini di Venus Express: un lavoraccio, visto che hanno dovuto seguire a mano, frame per frame oltre 45 000 nuvole (altre 350 000 le hanno fatte tracciare automaticamente da un programma al computer). L’altro gruppo, giapponese, ha utilizzato un diverso sistema di tracciamento delle nuvole per calcolare la velocità dei venti che le spostano. Le due analisi concordano e fissano la velocità media a 400 km all’ora.

“E’ un aumento enorme di velocità che erano già molto alte. Una variazione così grande non si era mai osservata su Venere, e non capiamo perché sia avvenuta” ammette Khatuntsev.

Accanto all’aumento della velocità media sul lungo periodo, gli autori hanno però misurato anche variazioni regolari sul breve termine, dovute alle diverse fasi del giorno, l’altezza del Sole sull’orizzonte e la rotazione del pianeta. In particolare, c’è un’oscillazione regolare che si verifica ogni 4,8 giorni nelle zone equatoriali, probabilmente collegata a onde atmosferiche che si verificano a bassa quota.

A cura di Nicola Nosengo

Foto
Esempi di tracking di nuvole su Venere (from Khatuntsev et al, Cloud level winds from the Venus Express Monitoring Camera imaging, Icarus (2013); doi: 10.1016/j.icarus.2013.05.018)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/18/su-venere-il-vento-soffia-sempre-piu/

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martedì 11 giugno 2013

Anche I Pianeti Migrano...



Le stelle attirano verso di sè i gioviani caldi che si formano lontano, ma la migrazione verso l'interno spesso poi si ferma. Perché
Un nuovo studio utilizzando i dati ricevuto dal telescopio spaziale Keplero della NASA, mostra che gioviani caldi, non vengono regolarmente consumati dalle loro stelle, ma anzi, restano in orbite stabili per miliardi di anni, fino a quando poi vengono inglobati.
"Tutti i pianeti gioviani caldi si avvicinano sempre più alle loro stelle, ma questo studio dimostra che il processo si arresta prima che lo facciano troppo", ha detto Peter Plavchan dello Exoplanet Science Institute della NASA presso il California Institute of Technology, Pasadena, California. "I pianeti stabilizzano le loro orbite soprattutto quando esse diventano circolari".
Lo studio è stato pubblicato recentemente sulla rivista Astrophysical Journal.
"Quando erano noti solo pochi pianeti gioviani caldi, c'erano diversi modelli che potevano spiegare le osservazioni," ha dichiarato Jack Lissauer, scienziato per Keplero presso l'Ames Research Center della NASA, Moffet Field in California, non affiliato con lo studio.
"Ma successivamente, osservando popolazioni intere di questi pianeti ci ha mostrato che le maree, in combinazione con le forze gravitazionali di pianeti spesso invisibili e con compagni stellari, possono portarli vicino alla loro stella".
I gioviani caldi sono palle giganti di gas che assomigliano a Giove, in massa e composizione. Essi non brillano come un Sole, e si formano in ampie zone fredde, come fece Giove nel nostro Sistema Solare.
In definitiva, i gioviani caldi migrano lentamente verso le loro stelle, in un processo relativamente raro e ancora poco conosciuto.
Il nuovo studio risponde alle domande circa la fine del viaggio dei pianeti gioviani caldi".
In passato, sono state formulate alcune teorie circa il fenomeno e le sue cause.
Una di queste proponeva che il campo magnetico della stella impedisse ai pianeti di andare oltre. Quando una stella è giovane, infatti, è circondata da un disco di polvere planetaria, il materiale ricade continuamente nella stella, in un processo che gli astronomi chiamano accrescimento, ma quando colpisce la bolla magnetica attorno ad esso, chiamata magnetosfera, il materiale viaggia intorno ad essa, ricadendo sulla stella dalla parte superiore e inferiore. Questa bolla potrebbe fermare i pianeti migratori risultanto pertanto insoddisfacente a spiegare il fenomeno.
Un'altra teoria ha ritenuto che i pianeti cesserebbero di migrare quando colpiscono la fine della parte polverosa del disco di formazione planetaria.
"Questa teoria ha detto in sostanza che la strada di polvere su cui un un pianeta viaggia, finisce prima che il pianeta scenda fino in fondo alla stella", ha detto il co-autore Chris Bilinski della University of Arizona, Tucson.
"Si forma un vuoto tra la stella e il bordo interno del suo disco polveroso, dove i pianeti si ipotizza che arrestino la loro migrazione".
Esiste una terza teoria, quella che i ricercatori hanno scoperto essere corretta, in cui un pianeta che migra, si arresta quando le forze di marea della stella hanno completato il loro lavoro di circolarizzare l'orbita.
Per provare questi e altri scenari, gli scienziati hanno esaminato 126 pianeti confermati e più di 2.300 candidati. La maggioranza dei candidati e alcuni dei pianeti conosciuti sono stati identificati tramite la missione Keplero, della NASA.
Keplero ha trovato i pianeti di tutte le dimensioni e tipi, compresi quelli rocciosi che orbitano dove le temperature sono abbastanza calde per ospitare l'acqua liquida.
Gli scienziati hanno esaminato come la distanza dei pianeti dalla loro stella vari a seconda della massa della stella.
Si scopre che le varie teorie che spiegano l'arresto dei pianeti migranti, si differenziano per le loro previsioni su come la massa di una stella colpisca l'orbita del pianeta.
Le "forze di marea" in teoria prevedono che i pianeti gioviani caldi attorno a stelle più massicce avrebbero un'orbita più lontano, in media.
L'indagine risulta abbinata alla teoria delle "forze di marea" e ha anche ha mostrato più di una correlazione tra le stelle massicce e le orbite più distanti da essa più del del previsto.
Ció potrebbe rappresentare la fine del mistero di ciò che blocca la migrazione pianeti, ma il viaggio stesso pone ancora molti interrogativi.
Poiché i pianeti giganti gassosi viaggiano verso l'interno, si ipotizza che che a volte colpiscano i più piccoli pianeti rocciosi deviandoli dalle loro orbite, estirpando su di essi ogni possibilità di vita.
Fortunatamente per noi, il nostro Giove non ha compiuto il sui viaggio verso il Sole e la nostra Terra non è stata coinvolta nel processo di mograzione.
Altri studi come questo aiuteranno a spiegare questi e altri segreti della migrazione planetaria.
Traduzione e adattamento a cura di Arthur McPaul
Foto di apertura
I ricercatori che utilizzano i dati provenienti da telescopio spaziale Keplero della NASA hanno dimostrato che i pianeti cessano il loro viaggio verso l'interno prima di raggiungere le loro stelle, come illustrato nel concetto di questo artista.
I giganti gassosi come Giove, chiamati "pianeti gioviani caldi" sono noti per migrare dalle gelide retrovie dei sistemi stellari verso l'interno.
Decine di pianeti gioviani caldi sono stati scoperti in orbita ristretta vicino alle loro stella. (Credit: NASA / JPL-Caltech)
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130606134722.htm
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giovedì 6 giugno 2013

Dagli Impatti Cometari Si Formarono gli Elementi Pre-Biotici





Una nuova ricerca di Nir Goldman della Lawrence Livermore e Isaac Tamblyn dell'Università di Ontario Institute of Technology, hanno scoperto che le comete ghiacciate schiantesi sulla Terra milioni di anni fa, avrebbero potuto produrre i composti organici, compresi i mattoni delle proteine ​​e le coppie di basi azotate dell'DNA e dell'RNA.

Le comete contengono una varietà di semplici molecole, come l'acqua, l'ammoniaca, il metanolo e l'anidride carbonica e un impatto con una superficie planetaria fornirebbe un abbondante approvvigionamento di energia per guidare le reazioni chimiche.

"Il flusso di materia organica sulla Terra attraverso le comete e gli asteroidi durante i periodi di pesante bombardamento potrebbe ever pesato per 10.000 miliardi di chilogrammi all'anno, offrendo fino a diversi ordini di grandezza di massa di sostanze organiche rispetto a quello che probabilmente preesisteva sul pianeta" ha detto Goldman.

I primi lavori di Goldman si basano sui modelli di calcolo intensivo, che, in passato, non potevano che catturare 10-30 picosecondi di un evento di impatto cometario. Tuttavia nuove simulazioni, sviluppate ai supercomputer del LLNL, Rzcereal e Azteca, hanno usato modelli molto più efficienti ed è stato in grado di catturare centinaia di picosecondi degli impatti, molto più vicini ad un equilibrio chimico.

"Come risultato, ora osserviamo una gamma molto diversa e ampia di prodotti chimici di idrocarburi che, al momento dell'impatto, avrebbero potuto creare un materiale organico che alla fine ha portato alla vita", ha detto Goldman.
Le comete possono variare nel formato da 1,6 km fino a 56 km. Le comete che passano attraverso l'atmosfera terrestre sono riscaldate esternamente, ma rimangono fredde internamente.
Al momento dell'impatto con la superficie planetaria, viene generata un'onda d'urto a causa dell'improvvisa compressione.

Le onde d'urto possono creare improvvise e intense pressioni, che potrebbero influenzare le reazioni chimiche all'interno di una cometa prima che essa possa interagire con l'ambiente planetario. Una collisione obliqua dove un corpo ghiacciato extraterrestre urta un'atmosfera planetaria potrebbe generare le condizioni termodinamiche favorevoli alla sintesi organica.

Questi processi potrebbero apportare in concentrazioni significative le specie organiche sulla Terra.
Il team ha scoperto che moderate pressioni d'urto e temperature (circa 360.000 atmosfere di pressione e di 4.600 gradi Fahrenheit) in una miscela di biossido di carbonio ricco di ghiaccio hanno prodotto una serie di eterocicli contenenti azoto, che si dissociano per formare idrocarburi aromatici funzionalizzati su di espansione e raffreddamento.
Questi sono considerati precursori prebiotici al DNA e alle coppie di basi di RNA.

In contrasto, le elevate condizioni d'urto (da circa 480.000 a 600.000 atmosfere di pressione e dai 6,200-8,180 gradi Fahrenheit) hanno portato alla sintesi del metano e del formaldeide, così come ad alcune molecole di carbonio a catena lunga.
Questi composti sono noti per agire come precursori degli amminoacidi e della sintesi organica complessa.
Tutte le simulazioni di compressione shock per queste condizioni hanno prodotto notevoli quantità di nuovi, semplici composti di carbonio e azoto che sono noti precursori prebiotici.

"Gli impatti cometari potrebbero causare la sintesi delle molecole prebiotiche, senza bisogno di altre condizioni " speciali ", come ad esempio la presenza di catalizzatori, radiazioni UV, o particolari condizioni pre-esistenti su un pianeta", ha detto Goldman.

"Questi dati sono fondamentali per comprendere il ruolo degli eventi di impatto nella formazione di composti costruttori della vita sia sulla Terra che su altri pianeti e nel guidare le future ricerche".

La ricerca appare sulla copertina del numero del 20 di The Journal of Physical Chemistry di giugno 2013.

Foto in alto
Il doppio sistema di stelle T Pyxidis, o T Pisside, nel corso di un periodo di quattro mesi.
NASA, ESA, A. Crotts, J. Sokoloski, e H. Uthas (Columbia University), e S. Lorenzo (Hofstra University))

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130605144326.htm

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domenica 2 giugno 2013

Tempeste Su Titano





Due modelli al computer appena pubblicati sulla rivista Icarus cercano di prevedere l'evoluzione del tempo sul più grande satellite di Saturno, dove sta arrivando l'estate sull'emisfero nord. Previste grandi onde sui mari e veri e propri uragani. Entrambi i modelli basati su dati di Cassini.

Se è difficile il mestiere dei meteorologi sulla Terra (chi l’aveva prevista, la gelida tarda primavera di quest’anno?) figuratevi quello di chi cerca di prevedere il tempo su Titano, la più grande delle lune di Saturno. Eppure c’è chi ci prova, e se due modelli al computer sviluppati dal team della missione Cassini sono corretti, la stagione estiva che si sta avvicinando su Titano porterà eventi estremi: uragani e grandi onde spazzeranno i suoi mari di idrocarburi. I modelli servono a programmare meglio il lavoro di Cassini, permettendogli di concentrarsi con un po’ di preavviso su fenomeni atmosferici particolarmente interessanti. “Sappiamo che su Titano ci sono processi atmosferici simili a quelli terrestri”, spiega Scott Eddington, deputy project scientist di Cassini alla NASA, “ma ci sono anche grandi differenze dovute alla presenza di liquidi insoliti come il metano. Non vediamo l’ora di scoprire se le nostre previsioni si riveleranno esatte.

Sulla parte nord di Titano sta iniziando la primavera: dall’agosto del 2009, data dell’equinozio, questa regione, che era al buio quando la sonda Cassini iniziò a studiarla, riceve la luce del Sole. Le stagioni di Titano prendono circa sette anni terrestri. Entro il 2017, data della fine della missione Cassini, Titano arriverà al solstizio settentrionale, e l’emisfero nord sarà quindi in piena estate.

Vista la quantità di dune osservate su Titano, gli scienziati si chiedevano perché non avessero ancora visto onde spinte dal vento sui suoi laghi e mari. Un team guidato da Alex Hayes, membro del team radar di Cassini, ha provato a spiegare quanto vento sarebbe necessario per generare onde. Il loro modello è stato appena pubblicato sulla rivista Icarus. “Ora sappiamo che le velocità del vento finora erano al di sotto della soglia necessaria per generare onde”, ha detto Hayes. “Quello che è emozionante, però, è che la velocità del vento prevista durante la primavera e l’estate del nord si avvicinano a quelle necessarie per generare onde eoliche nell’etano liquido e nel metano”.

Il nuovo modello dice che venti da 2-3 chilometri all’ora sono necessari per generare onde sui laghi di Titano, una velocità che non è ancora stato raggiunta da quando Cassini studia il pianetino. Ma ora che sull’emisfero nord si avvicinano la primavera e l’estate, altri modelli predicono che i venti arrivare a 3 chilometri all’ora o più. A seconda della composizione dei laghi, quei venti potrebbero produrre onde da 0,15 metri di altezza in su.

L’altro modello è dedicato agli uragani, ed è sempre pubblicato su Icarus. Prevede che il riscaldamento dell’emisfero nord potrebbe produrre anche uragani, simili ai cicloni tropicali che sulla Terra traggono energia dall’accumulo di calore derivato dall’evaporazione dell’acqua di mare. Il lavoro di Tetsuya Tokano dell’Università di Colonia, in Germania, dimostra che gli stessi processi potrebbe essere al lavoro su Titano, con il metano al posto dell’acqua. Il periodo più propizio per questi uragani sarebbe il solstizio d’estate settentrionale di Titano, quando la superficie dei mari diventa più calda e il flusso di aria vicino alla superficie diventa turbolento. L’aria umida, girando in senso antiorario sulla superficie di uno dei mari del nord, potrebbe produrre venti fino a circa 70 chilometri all’ora.

Per saperne di più:
Leggi lo studio su The Astrophysical Journal: The Lyman Alpha Reference Sampe: extended Lyman Alpha halos produced at low dust content, di Matthew Hayes e al.

A cura di Nicola Nosengo

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/05/24/tempeste-in-arrivo-su-titano/

Foto:
Il mare Lygeria, il secondo più grande su Titano, ripreso da Cassini (NASA/JPL-Caltech/ASI/Cornell)

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Quante TAC per andare su Marte?





Raggi cosmici e particelle energetiche solari. Un brodo di microscopici proiettili che popolano lo spazio e con le loro elevate energie possono attraversare pressoché indisturbati anche gli scafi più spessi delle navicelle spaziali, creando danni ai tessuti biologici degli astronauti al loro interno. Uno studio pubblicato online sulla rivista Science presenta i dati raccolti dallo strumento RAD a bordo del rover Curiosity della NASA che ha monitorato queste particelle nel suo lungo viaggio dalla Terra a Marte, indicando che, per un futuro equipaggio umano verso il Pianeta rosso, questo tragitto non sarà privo di rischi.

Quando andremo finalmente su Marte? Difficile ancora dirlo. Di sicuro però c’è la lunga durata della missione per portare un equipaggio umano sul Pianeta rosso, rimanere per una breve esplorazione e ritornare. Le stime indicano che il tutto possa svolgersi nell’arco più o meno di un anno. Quasi quattrocento giorni in cui i temerari astronauti si troveranno lontanissimi dalla Terra ma saranno soprattutto orfani dei suoi preziosissimi ‘ombrelli’ naturali, ovvero l’atmosfera e la magnetosfera, che ci proteggono con grande efficienza da invisibili quanto pericolosi nemici. Sono le particelle di alta e altissima energia, prodotte ad esempio dalle esplosioni di supernova o da getti emessi dai buchi neri nella nostra Galassia (i raggi cosmici galattci o GCR, acronimo di Galactic Cosmic Rays), ma anche – guardando nel nostro vicinato – protoni, neutroni, elettroni e nuclei atomici ‘sparati’ dal Sole (i cosiddetti SEP, dall’inglese Solar Energetic Particles) soprattutto durante i periodi di massima attività della nostra stella.

Un brodo di proiettili invisibili che scorrazzano nello spazio interplanetario e che possono facilmente penetrare anche gli scafi più robusti delle navette spaziali, creando seri problemi a chi le abita.
Sono noti infatti gli effetti dannosi di queste particelle sui tessuti biologici che, cumulandosi, possono innalzare in modo sensibile il rischio di contrarre forme letali di cancro.

Per questo, progettando una missione umana su Marte, è molto importante conoscere quanto e di che tipo saranno i pericoli per l’incolumità della salute dei futuri viaggiatori spaziali. Un importante passo avanti in questo senso arriva dalla missione Mars Science Laboratory della NASA, per capirci quella che ha rilasciato il 6 agosto scorso il rover Curiosity sulla superficie di Marte. Tra i vari strumenti a bordo del robot semovente c’è quello che prende il nome di RAD, ovvero Radiation Assessment Detector. Un vero e proprio laboratorio miniaturizzato per monitorare in dettaglio le particelle presenti nell’ambiente dove si trova il rover, registrandone il flusso, il tipo e la loro energia. RAD è stato quasi sempre acceso durante il lungo viaggio di Curiosity dalla Terra a Marte, raccogliendo così informazioni molto accurate sulle radiazioni assorbite dal veicolo.

“Parlando di dosi accumulate in tutto il viaggio, possiamo equiparare le radiazioni che hanno investito RAD a quella di una TAC su tutto il corpo di un essere umano ogni cinque o sei giorni” spiega Cary Zetlin, del South West Research Institute nel Texas, dove è stato realizzato e viene monitorato RAD, nonché primo autore di un articolo sull’analisi dei dati raccolti dallo strumento pubblicato online sulla rivista Science. “Avere un quadro completo delle radiazioni presenti a bordo di un veicolo spaziale in rotta verso Marte è fondamentale nella programmazione di una missione umana verso il Pianeta rosso. Le misure di RAD indicano una dose giornaliera di radiazioni assorbite durante il viaggio pari a circa 1.8 milliSievert. Questo porterebbe a un valore complessivo di circa 0,66 Sievert per un viaggio di andata e ritorno da Marte con le tecniche di propulsione attuali, a cui andrebbe aggiunta la dose accumulata dagli astronauti nel loro periodo di permanenza e attività sulla superficie del pianeta.

Il valore totale non dovrà però superare quello di un Sievert, che secondo gli standard di sicurezza di molte Agenzie Spaziali è il limite massimo di radiazioni che un astronauta può assorbire senza rischiare un aumento significativo di problemi biologici”.

A cura di Marco Galliano

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/05/30/quante-tac-per-un-viaggio-su-marte//

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domenica 19 maggio 2013

Studio Sul Clima Dei Giganti Gassosi



Qual è la previsione del tempo a lungo raggio per i pianeti gassosi Urano e Nettuno? Questi pianeti hanno venti estremi che soffiano fino ad una velocità di oltre 1000 km orari, tempeste ed uragani grandi come la Terra, immensi sistemi meteorologici che durano per anni. Entrambi i pianeti presentano climi simili, nonostante il fatto che Urano sia capovolto su un lato con il polo rivolto verso il Sole durante l'inverno. I venti di questi pianeti sono stati osservati sulle loro superfici esterne, ma per ottenere una comprensione migliore, abbiamo bisogno di avere un'idea di ciò che sta accadendo più in basso.
Per esempio, i modelli atmosferici nascono dal profondo del pianeta, o sono limitati alla superficie?


Una nuova ricerca presso il Weizmann Institute of Science della University of Arizona e della Università di Tel Aviv, pubblicato online su Nature, dimostra che i modelli del vento osservati sulla superficie possono estendersi in profondità su questi due mondi.
Comprendere la circolazione atmosferica non è semplice per un pianeta senza una superficie solida, dove non esistono confini tra solidi, liquidi e gli strati di gas.

Dalla scoperta di questi forti venti atmosferici nel 1980 da parte della sonda Voyager II, la misurazione in verticale di questi venti è stata un grande enigma, che influenza la nostra comprensione della fisica che regola le dinamiche atmosferiche e della struttura interna di questi pianeti.
Ma un team guidato dal Dr. Yochai Kaspi di Scienze Ambientali del Weizmann Institute Energy Research ha studiato un nuovo metodo per l'analisi del campo gravitazionale dei pianeti, in modo da determinare un limite superiore per lo spessore atmosferico degli strati.
Le deviazioni nella distribuzione di massa in pianeti causa delle oscillazioni misurabili nel campo gravitazionale. Sulla Terra, per esempio, un aereo in volo nei pressi di una grande montagna sente la sua leggera attrazione gravitazionale extra. Come la Terra, i pianeti giganti del Sistema Solare ruotano rapidamente. In realtà tutti loro ruotano più velocemente rispetto alla Terra, i periodi di rotazione di Urano e Nettuno sono rispettivamente di circa 17 e 16 ore.


A causa di questa rapida rotazione, i venti girano a vortice intorno a regioni di alta e bassa pressione. (In un corpo non rotante, il flusso viene dall'alta alla bassa pressione). Ciò consente ai ricercatori di dedurre le relazioni tra la distribuzione della pressione e la densità del vento e del campo dei pianeti. Questi principi fisici hanno permeso al team di calcolare, per la prima volta, la gravità dei modelli del vento e creare così una mappa della gravità indotta dal vento di questi pianeti.
Calcolando i campi gravitazionali di una vasta gamma di modelli di pianeta ideali, quelli con assenza di vento, un compito svolto dal membro del team, il Dr.


Ravit Helled della Tel Aviv University e confrontandoli con i campi gravitazionali osservati, sono stati ottenuti i limiti superiori dei valori dei campi gravitazionali, dimostrando che i flussi di gas osservati nell'atmosfera sono limitati a un "tempo-strato" di non più di circa 1000 km di profondità , che costituisce soltanto una minima frazione percentuale della massa di questi pianeti.
Anche se non esistono missioni spaziali verso Urano e Nettuno in programma per il prossimo futuro, Kaspi prevede che i risultati del gruppo saranno utili per l'analisi di un altro set di modelli di circolazione atmosferica presto osservabili: quelli di Giove.


Kaspi, Helled e Hubbard sono parte del team scientifico della sonda NASA Juno diretta verso Giove.
Juno è stata lanciata nel 2011 e raggiungerà Giove nel 2016, fornendo misurazioni molto accurate del campo gravitazionale di questo gigante gassoso.
Usando gli stessi metodi del presente studio, Kaspi anticipa che essi saranno in grado di ottenere lo stesso tipo di informazioni per Urano e Nettuno: vale a dire, ponendo vincoli sulla profondità delle dinamiche atmosferiche di questo pianeta.
Urano e Nettuno sono i più lontani pianeti del Sistema Solare e ci sono ancora molte questioni aperte per quanto riguarda la loro formazione e la loro composizione.


Questo studio ha implicazioni per rivelare i misteri della loro profondità e potrà anche fornire informazioni su come si sono formati i pianeti.
Inoltre, molti dei pianeti extrasolari individuati intorno ad altre stelle hanno masse simili a quelle di Urano e Nettuno, in modo tale che la ricerca sarà importante anche per la comprensione dei pianeti extrasolari di simili dimensioni.


Foto in alto
Immagine dal Voyager II di Nettuno ripresa durante il volo ravvicinato dell'agosto 1989 (NASA). Nel mezzo appare la Grande Macchia Scura, accompagnata da luminose nubi bianche che subiscono rapidi cambiamenti di aspetto. A sud della Grande Macchia Scura vi è la caratteristica regione luminosa che gli scienziati Voyager soprannominarono Scooter. Ancora più a sud vi è un'altra regione denominata Dark Spot, con un nucleo luminoso.
La velocità del vento vicino all'equatore verso ovest, raggiunge i 1300 chilometri all'ora, mentre quelli a latitudini più alte sono verso est, con un picco fino a 900 km / h. (Credit: Immagine per gentile concessione del Weizmann Institute of Science).


Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/05/130516105621.htm


Traduzione e adattamento a cura di Arthur McPaul


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