mercoledì 12 gennaio 2011

Il nucleo lunare potrebbe essere simile a quello terrestre



Una rianalisi dei dati ricavati dalle missioni Apollo suggerisce che la nostra Luna ha un nucleo simile a quello della Terra. Scoprire i dettagli del nucleo lunare è un fattore critico per lo sviluppo dei modelli accurati sulla formazione Lunare. I dati mettono in luce l'evoluzione di una dinamo lunare, un processo naturale attraverso il quale la nostra Luna puó aver generato e mantenuto un proprio forte campo magnetico.

I risultati del team suggeriscono che la Luna possiede un nucleo solido interno ricco di ferro con un raggio di circa 150 km e un secondo strato esterno  fluido.
La differenzia con la Terra è uno strato di confine parzialmente fuso intorno al nucleo con un raggio di quasi 300 miglia.
La ricerca indica che il nucleo contiene una piccola percentuale di elementi leggeri come lo zolfo, riecheggiando la nuova ricerca sismologia sulla Terra, che suggerisce la presenza di elementi leggeri, come lo zolfo e ossigeno, in uno strato intorno al nucleo interno.

I ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti durante le numerose missioni Apollo, ottenuti tramite quattro sismografi che hanno registrato la continua attività sismica lunare fino alla fine del 1977.

"Abbiamo applicato e provato le metodologie della sismologia terrestre a questi dati per ottenere una analisi diretta del nucleo della Luna", ha dichiarato Renee Weber, capo ricercatore e scienziato spaziale del NASA's Marshall Space Flight Center di Huntsville in Alabama.

Il team ha anche analizzato i dati dei sismogrammi lunari dell'Apollo per identificare e distinguere le sorgenti dei segnale di moonquakes (equivalente inglese di terremoti) e di altre attività sismiche. I ricercatori hanno identificato come e dove le onde sismiche attraversano la superficie o si sono riflesse da elementi interni, per offrire un quadro più chiaro sulla composizione e lo stato degli strati a profondità variabili.

Anche se le sofisticate missioni satellitari hanno dato un contributo significativo allo studio della sua storia e la topografia, l'interno profondo del satellite naturale della Terra è rimasto oggetto di speculazioni e congetture sin dai tempi dell'Apollo. I ricercatori in precedenza avevano dedotto l'esistenza di un nucleo, sulla base delle stime indirette delle proprietà interne della Luna, ma erano in disaccordo sulla esatta dimensione del suo raggio, sullo stato e sulla composizione.

Un limite principale alla comprensione del passato lunare è stato causato dalla presenza di "rumore" derivante dalla sovrapposizione dei segnali che rimbalzano più volte al largo delle strutture nella crosta lunare. Per attenuare questi echo, Weber e il team hanno impiegato un approccio che in sismogramma è chiamato  "accatastamento,", o il partizionamento digitale dei segnali.
Ció ha migliorato il rapporto segnale-rumore e ha permesso ai ricercatori di monitorare in modo più chiaro il percorso e il comportamento di ogni segnale che passava attraverso l'interno lunare.

"Speriamo di continuare a lavorare con i dati sismici dell'Apollo per affinare ulteriormente le nostre stime  sul nucleo e caratterizzare i segnali lunari il più chiaramente possibile per favorire l'interpretazione dei dati restituiti dalle missioni future", ha detto Weber.

Il futuro delle missioni della NASA contribuirà a raccogliere dati più dettagliati. Il The Gravity Recovery and Interior Laboratory o GRAAL, è una missione della Nasa pronta a partire già questo anno. La missione consiste di due velivoli spaziali gemelli che entreranno in orbita alla Luna per diversi mesi al fine di misurare il campo gravitazionale in dettaglio senza precedenti. La missione cercherà inoltre di rispondere alle domande insolute sulla Luna e fornirà agli scienziati una migliore comprensione dalla crosta e del suo nucleo, rivelando le strutture del sottosuolo e, indirettamente, la sua storia termica.
Foto in alto: rendering del nucleo lunare in base alle nuove scoperte Credit: NASA / MSFC / Weber Renee
Oltre a Weber, il team è composto da scienziati di Marshall; della Arizona State University, dell'Università della California a Santa Cruz, e dell'Institut de Physique du Globe de Paris in Francia. I loro risultati sono pubblicati nell'edizione online della rivista Science.




1 commento:

  1. Manca il titolo, articolo comunque interessante. :-)

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