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venerdì 15 marzo 2013

Ricostruzione Della Nascita Di Un Pianeta


Ancora sorprese dal sistema planetario HR 8799. Uno studio, uscito oggi su Science, ricostruisce le tappe della formazione di uno dei quattro mondi che lo popolano. Tutto grazie all’analisi spettrale ad alta risoluzione della sua atmosfera.

C’è un insolito fermento, attorno alla stella HR 8799. Appena due giorni fa rendevamo conto, qui su Media INAF, dell’inconsueta composizione chimica dei quattro pianeti che le orbitano attorno. Passano poche decine di ore, ed ecco apparire sulle pagine odierne di Science Express un altro articolo dedicato allo stesso, atipico, sistema planetario. O meglio, a uno dei suoi quattro giganti gassosi, quello identificato dalla lettera ‘c’, distante dalla stella madre più o meno quanto Plutone dal Sole. L’anomalo rapporto fra carbonio e ossigeno rilevato su HR 8799c, dicono i risultati pubblicati su Science, racconterebbe la storia della sua formazione: avvenuta non per instabilità gravitazionale, come molti supponevano, bensì per accrescimento del nucleo.

L’uscita pressoché in contemporanea di questi risultati è già essa stessa un indizio dell’importanza rivestita dai pianeti che circondano HR 8799 – circa 158 anni luce la sua distanza da noi – per gli astronomi che si occupano di planetologia estrasolare. La loro peculiarità sta anzitutto nella possibilità di essere osservati direttamente, occasione rara per mondi così remoti. Ancor più interessante, i due studi, quello del team americano dei giorni scorsi e quello del team canadese di oggi (guidato, quest’ultimo, da una ricercatrice postdoc dell’Università di Toronto, Quinn Konopacky), sono stati condotti con mezzi completamente diversi, dunque del tutto indipendenti. Diverso il telescopio: lo Hale del Palomar Observatory per i primi e l’osservatorio del Keck, alle Hawaii, per i secondi. Diversa la suite di strumenti: un equipaggiamento d’avanguardia chiamato Project 1640 per il team americano, lo spettrografo a campo integrale OSIRIS per quello canadese.

Team e strumenti differenti, dunque, ma risultati sovrapponibili. Gli americani di Project 1640 hanno evidenziato, su HR 8799c, l’assenza di anidride carbonica e metano. Il gruppo canadese, invece, concentra la sua analisi sulle righe spettrali dell’acqua e del monossido di carbonio. «Pur avendo registrato una notevole quantità di vapore acqueo nell’atmosfera di HR 8799c, in realtà ce n’è un po’ meno di quanto ce ne saremmo atteso se il pianeta avesse la stessa composizione della sua stella», osserva Quinn Konopacky. «Questo significa che il pianeta ha una quantità di carbonio leggermente elevata rispetto all’ossigeno». Ma il rapporto fra carbonio e ossigeno, negli esopianeti, è a sua volta una spia del loro meccanismo di formazione. In particolare, spiegano gli autori dello studio su Science, i grani di ghiaccio d’acqua devono essersi condensati nel disco planetario che circonda HR 8799, consumandone l’ossigeno.

«Questi grani di ghiaccio si sono poco a poco agglomerati in blocchi più grandi, nell’ordine dei chilometri. Blocchi che continuando a collidere hanno dato origine al nucleo solido del pianeta», prova a ricostruire Konopacky. «L’atmosfera si è aggiunta solo in un secondo tempo, dal gas che il pianeta ha attratto una volta cresciuto a sufficienza. A quel punto, però, una parte dei grani di ghiaccio era già scomparsa, dunque nel gas non c’era più molta acqua».

Quella di HR 8799c sarebbe quindi la storia di un gigante gassoso (bello robusto, fra l’altro: la sua massa è pari a circa 7 volte quella di Giove) che si è sviluppato per accrescimento del nucleo. Vale a dire, in fasi successive, e non attraverso la formazione simultanea di nucleo e atmosfera prevista dai modelli basati sull’instabilità del disco protoplanetario. Un processo di accrescimento, dunque, simile a quello che ha plasmato il Sistema solare, con i giganti gassosi più lontani i e pianeti rocciosi più vicini rispetto al Sole. «E poiché il sistema planetario che circonda HR 8799 sembra una versione in scala di nostro Sistema solare», scrivono i ricercatori, «non sarebbe una sorpresa trovarvi nelle regioni interne pianeti simili alla Terra».

Insomma, la battuta di caccia va avanti. Quanto alla curiosa concomitanza nell’uscita di questi risultati, non c’è motivo di rimanere stupiti, spiega a Media INAF Neil Zimmerman, uno fra gli autori dell’altro articolo, quello in corso di stampa su The Astrophysical Journal: «Credo che sia solo una coincidenza. Fra i sistemi planetari extrasolari, quello di HR 8799 è un caso unico, dunque è normale che ci siano più gruppi in competizione per ottenere i dati migliori. Solo nel corso dell’anno passato sono usciti ben cinque articoli su questi pianeti. Ed erano tutti firmati da team di astronomi completamente diversi».

Per saperne di più:

Leggi su Science l’articolo: “Detection of Carbon Monoxide and Water Absorption Lines in an Exoplanet Atmosphere“, di Quinn M. Konopacky, Travis S. Barman, Bruce A. Macintosh e Christian Marois

A cura di Marco Malaspina

Foto di apertura
Rappresentazione artistica del sistema planetario HR 8799 in una fase precoce della sua evoluzione, con il pianeta HR 8799c, il disco di gas e polveri e i pianeti più interni. Crediti: Dunlap Institute (per Astronomy & Astrophysics), Mediafarm

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/14/esopianeta-hr-8799c/
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martedì 12 marzo 2013

Quattro Mondi Alieni Dalla Chimica Impossibile


Emergono combinazioni chimiche sorprendenti dalla prima analisi spettroscopica di quattro pianeti a 128 anni luce da noi. Metano, ammoniaca, anidride carbonica e acetilene appaiono distribuiti in modi mai immaginati.

Non solo li hanno visti: ne hanno pure catturato la firma chimica. Ed è una firma che lascia sbalorditi. Oggetto di quest’impresa notevole, i cui risultati sono usciti sull’ultimo numero di The Astrophysical Journal, è il sistema planetario in orbita attorno a HR 8799, una stella a 128 anni luce dalla Terra. Di pianeti extrasolari e di sistemi planetari se ne conoscono a centinaia, ma nella maggior parte dei casi ciò che di essi è possibile osservare è solo un’ombra, un effetto indiretto: come l’occultazione della stella ospite, o le perturbazioni gravitazionali che essa subisce. A maggior ragione, dunque, quest’osservazione ha una portata storica: per la prima volta non solo sono stati osservati direttamente quattro pianeti, ma si sono pure ottenuti i loro spettri. Tutto in un colpo solo.

Per ottenerli, gli astronomi hanno fatto ricorso a una suite di strumenti e software, battezzata Project 1640, installata sul telescopio Hale, in California, al Palomar Observatory. Una suite composta, anzitutto, da un sistema di ottica adattiva avanzatissimo, capace di correggere milioni di volte al secondo le aberrazioni introdotte dalla turbolenza dell’atmosfera terrestre. Poi un coronografo, in grado di rimuovere con precisione l’accecante luce della stella madre, da 1 a 10 milioni di volte più intensa di quella dei pianeti. Ancora, uno spettrografo che sforna immagini al ritmo di 30 al secondo. E, infine, un sensore di fronte d’onda.

Ma cosa ci dicono, gli spettri così ottenuti? In breve, che là fuori la natura mostra una varietà inaspettata: un apparente squilibrio chimico tale da rimettere in discussione cos’è normale e cosa no. Ammoniaca e metano, per esempio: ci si attendeva che le due molecole, in mondi dalle temperature non troppo estreme, tendessero a convivere, seppure in proporzioni variabili. E invece è saltato fuori che nei quattro pianeti attorno a HR 8799 può esserci anche solo l’una o solo l’altro. Questo nonostante la temperatura media sia, almeno secondo gli standard astronomici, relativamente tiepida: di poco superiore ai 700 gradi. C’è poi dell’anidride carbonica, e fin qui nulla d’anomalo, ma anche dell’acetilene: una molecola mai osservata prima in un pianeta extrasolare.

«Sono risultati molto strani», conferma il primo autore dell’articolo, Ben Oppenheimer, dell’American Museum of Natural History. «Questi pianeti caldi e “rossi” sono diversi da qualsiasi altro oggetto dell’Universo conosciuto. Tutti e quattro hanno spettri diversi fra loro, e tutti e quattro mostrano peculiarità. Insomma, i teorici avranno parecchio da lavorare».

Provando a riassumerlo schematicamente, ecco l’insolito quartetto che s’è parato innanzi a Oppenheimer e colleghi: assegnando ai quattro pianeti le lettere da ‘b’ a ‘e’, come fanno gli astronomi, risulta che ‘b’ sembra aver tutto fuorché il metano, a ‘c’ mancano sia il metano sia l’anidride carbonica, a ‘d’ difetta invece l’ammoniaca mentre ad ‘e’ mancano ammoniaca e metano. In compenso, sembra che su tutti ci sia un cielo almeno parzialmente nuvoloso, come si deduce dall’abbondanza della componente “rossa” negli spettri. E per fortuna, verrebbe da dire, visto che la stella ospite, HR 8799, oltre a esibire un comportamento quanto mai ballerino (la sua luminosità varia dell’8% in appena due giorni), emette raggi ultravioletti in quantità mille volte superiore al Sole.

Una buona crema protettiva, in ogni caso, non basterebbe, spiega Ian Parry, della Cambridge University, fra i coautori dell’articolo: «Dagli spettri si deduce chiaramente che questi quattro mondi sono troppo tossici e troppo caldi per ospitare la vita come noi la conosciamo. Ma la cosa veramente interessante sono le prospettive delle tecniche che abbiamo sviluppato: tecniche che un giorno saranno in grado di offrirci la prima prova certa dell’esistenza della vita su un pianeta al di fuori del sistema solare».

A cura di Marco Malaspina

Foto di apertura
In queste immagini, il procedimento seguito per ottenere gli spettri. (i) il telescopio punta la stella: si può notare l’ombra del coronografo; (ii) viene attivato il sistema di ottica adattiva: l’immagine diventa molto più nitida; (iii) la stella viene occultata dal coronografo e si dà inizio a un’esposizione di 5 minuti; (iv) viene calibrato il sensore di fronte d’onda, che permette la rimozione degli effetti dovuti a difetti delle ottiche; (v) i dati vengono processati da un algoritmo sviluppato ad hoc, ed emergono chiaramente i quattro pianeti.

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/12/esopianeti-spettroscopia/
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sabato 26 gennaio 2013

Indagini Per Un'Orbita Esoplanetaria Retrograda


Gli astronomi giapponesi grazie al telescopio Subaru, hanno mostrato che il sistema planetario HAT-P-7 posto a circa 1040 anni luce dalla Terra nella costellazione del Cigno, comprende almeno due pianeti giganti e una stella compagna. La scoperta di un compagno sconosciuto (HAT-P-7b) attorno alla stella centrale (HAT-P-7), così come la conferma di un altro pianeta gigante (HAT-P-7c) in orbita al di fuori del pianeta retrogrado HAT-P- 7b [1], offrono nuove prospettive sul modo in cui si possono formare pianeti retrogradi.

Una collaborazione giapponese guidata da Norio Narita (National Astronomical Observatory of Japan) ha utilizzato il telescopio Subaru nel 2008 per scoprire la prima prova di un'orbita retrograda di un pianeta extrasolare, HAT-P-7b. Anche se i pianeti retrogradi, che hanno orbite che contrastano con la rotazione delle loro stelle centrali, sono assenti nel nostro Sistema Solare, si verificano in altri sistemi planetari dell'Universo.
Tuttavia, gli scienziati non sapevano come tali pianeti retrogradi si formato [2].

Dalla scoperta iniziale di HAT-P-7b, Narita ha portato avanti la sua ricerca per spiegarne la sua origine. Come partecipanti del progetto SEEDS [3] (esplorazione strategica di dischi e pianeti extrasolari con il telescopio Subaru) lui ei suoi colleghi, Yasuhiro Takahashi, Masayuki Kuzuhara e Teruyuki Hirano (tutti presso l'Università di Tokyo), hanno ripreso le immagini ad alto contrasto del sistema HAT- P-7 con lo strumento HiCIA per sviluppare un quadro più completo di esso.

Il team ha scoperto due candidati compagni in tutto il sistema di HAT-P-7 nel 2009 e ha misurato il loro moto proprio in un periodo di tre anni fino al 2012. Hanno confermato che uno dei due candidati e un compagno comune moto di tipo stellare, chiamato HAT-P-7b.
Il team ha anche confermato un trend di lungo periodo della velocità radiale [4] per HAT-P-7. Questo sta a indicare l'esistenza di un altro pianeta gigante, HAT-P-7c in orbita tra le orbite di HAT-P-7b (il pianeta retrogrado) e HAT-P-7b (il compagno stellare).

La domanda rimane: Come ha fatto l'orbita retrograda del pianeta a potersi sviluppare?

In una relazione del 2012, il dottor Simon Albrecht ha sottolineato che alcuni effetti gravitazionali tra la stella centrale e HAT-P-7b impedirebbero il mantenimento a lungo termine della sua orbita retrograda. Il team ritiene che l'esistenza della stella compagna (HAT-P-7B) e il pianeta esterno appena confermato (HAT-P-7c) possono svolgere un ruolo importante nel formare e mantenere l'orbita retrograda del pianeta interno ( HAT-P-7b) tramite il meccanismo Kozai, un processo a lungo termine durante il quale un oggetto più massiccio ha un effetto sull'orbita di un altro. Nel caso di HAT-P-7b, il team ha postulato la cosiddetta "migrazione sequenziale Kozai" come spiegazione di questo pianeta retrogrado. Essi suggeriscono che la stella compagna (HAT-P-7B) è stata colpita dall'orbita del pianeta esterno appena confermato (HAT-P-7c) attraverso il meccanismo Kozai, facendolo inclinare.

Quando l'orbita di quel pianeta si è abbastanza inclinata, HAT-P7C ha modificato l'orbita del pianeta interno (HAT-P-7b) attraverso il meccanismo Kozai, in modo che è diventato retrogrado. Questa evoluzione sequenziale orbitale del pianeta è uno degli scenari che potrebbero spiegare l'origine dell'orbita retrograda, inclinata ed eccentrica.

Il team di Narita ha dimostrato l'importanza di condurre osservazioni dirette ad alto contrasto di imaging per sistemi planetari noti per verificare la presenza di eventuali compagni esterni deboli, che possono svolgere un ruolo importante per comprendere l'intero quadro della migrazione planetaria.

I risultati forniscono indizi importanti per comprendere l'origine di una varietà di sistemi planetari, compresi quelli con orbite molto inclinate ed eccentriche.

Note:

1) Un pianeta retrogrado è un pianeta con un'orbita che va contro (oltre 90 gradi) la direzione della rotazione della stella centrale. Precedenti osservazioni hanno rivelato che circa un terzo dei pianeti gioviani caldi, pianeti extrasolari con caratteristiche simili a Giove, orbitano molto vicino alla loro stella e hanno orbite inclinate o anche orbite retrograde rispetto alla rotazione della loro stella centrale.

2) Le lettere dopo il nome di una stella sono modi coerenti con cui gli astrinomi etichettano un sistema planetario. Il sistema planetario è chiamato dal nome della stella centrale (HAT-P-7), e una stella compagna è etichettata con una B maiuscola (HAT-P-7B). Il primo pianeta scoperto nel sistema è designato da una b minuscola (HAT-P-7b), e il successivo, con una c minuscola (HAT-P-7c), e così via.

3) SEEDS (esplorazione strategica di pianeti e dischi extrasolari con Subaru Telescope) è un grande, progetto quinquennale guidato da Motohide Tamura (National Astronomical Observatory of Japan). Con un totale di 120 notti di osservazione al telescopio Subaru. Il progetto si concentra sull'esplorazione di centinaia di stelle vicine, nel tentativo di rilevare con immagini dirette eventuali pianeti extrasolari e dischi o detriti protoplanetari intorno alle stelle.

4) La velocità radiale è la misurazione della velocità di variazione della distanza di un oggetto astronomico. Quando un pianeta orbita intorno a una stella, provoca un piccolo cambiamento nello spettro della stella, che può essere misurato con alta precisione grazie ad uno spettrografo usato per dedurre la presenza di un altro pianeta.

Foto In Alto:
Immagini dell'Hubble space Telescope che mostra l'espansione di una stella rossa supergigante. (Credit: NASA/ESA)


Adattamento A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/01/130125103923.htm

mercoledì 21 novembre 2012

Eccezionale Foto Di Un Pianeta Extrasolare


A sinistra (a): in falso colore, nel vicino infrarosso (1,2-2,4 micron) Kappa e. L'elaborazione delle immagini ha rimosso la luce della stella, che si trova dietro la maschera (un disco scuro generato dal software), al centro della foto. Le chiazze colorate rappresentano la luce delle stelle che rimane dopo la rimozione della luce della stella ospite. Separata da circa 55 unità astronomiche dalla sua stella ospite, il pianeta super-Giove, Kappa e B (in alto a sinistra), risiede ad una distanza di circa 1,8 volte quella di Nettuno dal Sole. (Credit: NAOJ)
Destra (b): Il "segnale-rumore" generato dall'immagine, a sinistra. Le chiazze colorate rappresentano la luce residua che rimane dopo la sottrazione della luce della stella ospite. La funzione in bianco verso l'alto a sinistra, rappresenta un elevato rapporto segnale-rumore, che indica il rilevamento del super-Giove con elevata sicurezza. (Credit: NAOJ)


Un team internazionale di astronomi, guidato da Joseph Carson (College of Charleston e Max-Planck-Institut per l'astronomia), ha scoperto un pianeta "super-gioviano" in orbita alla stella massiccia Kappa Andromedae. Utilizzando lo strumento High Contrast con il Subaru Adaptive Optics (HiCIAO) e la Infrared And Spectrograph Camera (IRCS) montata sul telescopio Subaru, il team è stato in grado di vedere direttamente l'immagine del nuovo esopianeta, un gigante gassoso con una massa di circa 13 volte quella di Giove con un'orbita un pó più grande di quella di Nettuno.
La stella ospite ha una massa 2,5 volte quella del Sole.

L'imaging diretta di un pianeta extrasolare è assai difficile, perché la luminosità della stella centrale oscura la luce più debole emessa da un pianeta in orbita intorno ad esso. Uno degli obiettivi principali del progetto SEEDS (Nota), di cui il team di scienziati fa parte, è quello di esplorare centinaia di stelle vicine, nel tentativo di ottenere immagini dirette dei pianeti extrasolari e dei dischi e detriti protoplanetari. Il team ha utilizzato il Subaru Telescope con lo strumento ad alto contrasto di imaging, HiCIAO, con il sistema AO 188 di ottica adattiva per la caccia di pianeti extrasolari.

Kappa Andromedae situata a 170 anni luce dal nostro Sistema Solare, è un membro del gruppo stellare Columba, con un'età stimata di 30 milioni di anni. Sistemi stellari giovani sono bersagli appetibili per la cattura di immagini dirette dei pianeti perché i pianeti giovani trattengono il calore dalla loro formazione, migliorando così la loro luminosità a lunghezze d'onda infrarosse.
< B>Kappa e B, è un cosiddetto "super-Giove" (un gigante gassoso molto più grande di Giove), rilevato in osservazioni indipendenti nel mese di gennaio e luglio del 2012 a quattro lunghezze d'onda differenti.

Il confronto delle sue posizioni relative tra i due periodi di tempo ha rivelato che Kappa e B presenta "un movimento comune proprio" con la stella ospite, a dimostrazione che i due oggetti sono legati gravitazionalmente. Un confronto di luminosità di Kappa e b tra le quattro diverse lunghezze d'onda ha rivelato colori infrarossi simili a quelli di una manciata di altri pianeti gassosi giganti impressi con successo intorno alle stelle.

La ripresa diretta di un pianeta extrasolare è eccezionalmente rara, in particolare per gli oggetti con separazioni orbitali identiche a quelle dei pianeti del nostro Sistema Solare. In una singola istantanea a raggi infrarossi, il bagliore della stella ospite travolge completamente il piccolo punto di luce prodotto da Kappa e b. La sua luce è stata distinta solo dopo aver utilizzato una tecnica nota come imaging differenziale angolare, che combina un tempo di-serie di singole immagini in un modo che consente di rimuovere il bagliore altrimenti schiacciante della stella ospitante.

La grande massa della stella ospite e del suo pianeta gigante contrastano fortemente rispetto aagli oggetti del nostro Sistema Solare. Negli ultimi anni alcuni osservatori e teorici hanno sostenuto che le stelle di grandi dimensioni come Kappa Andromedae possono avere pianeti di grandi dimensioni, forse conforme a una semplice scala del nostro Sistema Solare. Altri esperti suggeriscono che ci sono dei limiti da estrapolare dal nostro Sistema Solare, se una stella è troppo grande, la sua potente radiazione può interrompere la normale formazione del pianeta che altrimenti si verifica nel disco che circonda la stella.
La scoperta del super-Giove intorno a Kappa Andromedae dimostra che le stelle grandi da 2,5 masse solari sono ancora pienamente in grado di produrre pianeti nel loro dischi circumstellari.

La ricerca del team di SEEDS sta continuando a studiare la luce emessa da Kappa e B in un'ampia lunghezza d'onda, al fine di comprendere meglio la chimica atmosferica del gigante gassoso e definire le sue caratteristiche orbitali. La squadra continua a esplorare il sistema per eventuali pianeti secondari, che possono aver influenzato la formazione di Kappa e B e la sua evoluzione orbitale. Questi studi di follow-up daranno ulteriori indizi non solo sulla formazione del Super-Giove, ma anche dei principi di formazione dei pianeti intorno a stelle massicce.

Riferimenti:
Il documento che descrive la ricerca che ha portato a questa scoperta è stato accettato per la pubblicazione sulla rivista Astrophysical Journal Letters.

Membri principali del gruppo di ricerca sono:
J. Carson, College of Charleston, Stati Uniti d'America e Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
C. Thalmann, Università di Amsterdam, Paesi Bassi e Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
M. Janson, Princeton University, USA
T. Kozakis, College of Charleston, Stati Uniti d'America
M. Bonnefoy, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
B. Biller, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
J. Schlieder, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
T. Currie, Università di Toronto, Canada
M. McElwain, Goddard Space Flight Center, USA
M. Goto, Ludwig Maximilians-Universität, Germania
T. Henning, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
W. Brandner, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
M. Feldt, Max-Planck-Institut per l'astronomia, la Germania
R. Kandori, National Astronomical Observatory of Japan, Giappone
M. Kuzuhara, Osservatorio Astronomico Nazionale del Giappone e l'Università di Tokyo, Giappone
H. Tamura, National Astronomical Observatory of Japan, Giappone

Ringraziamenti:
Questa ricerca è stata resa possibile in parte dal sostegno della National Science Foundation statunitense.

Nota:
Il progetto SEEDS è iniziato nel 2009 per un periodo di cinque anni con 120 notti di osservazione al telescopio Subaru, che si trova in cima del Mauna Kea sull'isola di Hawaii. Motohide Tamura (National Astronomical Observatory of Japan) conduce l'indagine di SEEDS.

Traduzione A Cura Arthur McPaul

Fonte:
http://www.naoj.org/Pressrelease/2012/11/19/index.html

venerdì 16 novembre 2012

Candidato Pianeta Fluttuante A 100 Anni Luce


Gli astronomi del Very Large Telescope e del Canada-France-Hawaii Telescopie hanno individuato un corpo che è molto probabilmente un pianeta vagante nello spazio senza una stella madre.

Questo è il più eccitante candidato pianeta solitario vicino al Sistema Solare mai scoperto, ad una distanza di soli circa 100 anni luce. La sua vicinanza comparativa e l'assenza di una stella luminosa molto vicina ad esso, ha permesso al team di studiare la sua atmosfera in grande dettaglio. Questo oggetto fornisce anche un'anteprima di come verranno visti i pianeti extrasolari dagli strumenti futuri, che orbitano attorno ad altre stelle.

I pianeti solitari sono oggetti di massa planetaria che vagano nello spazio senza alcun legame con una stella. Possibili esempi di tali oggetti sono stati già scoperti in precedenza [1], ma senza sapere la loro età, non è stato possibile per gli astronomi confermare se erano davvero pianeti o nane brune.
Questo oggetto, chiamato CFBDSIR2149 [2], sembra essere parte di un vicino sciame di stelle giovani note come Gruppo AB Doradus. I ricercatori lo hanno scoperto grazie al Canada-France-Hawaii Telescope e hanno sfruttato tutta la potenza del Very Large Telescope per esaminarne le proprietà [3].

Il Gruppo AB Doradus Moving è il più vicino di questi gruppi rispetto al Sistema Solare.
La stelle vagano assieme alla deriva nello spazio e si ritiene che si siano formate contemporaneamente. Se l'oggetto fosse associato a questo gruppo in movimento sarebbe quindi un oggetto giovane, ma sarebbe possibile dedurre molto di più, compresa la sua temperatura, la sua massa e la sua atmosfera è in [4]. Rimane una piccola probabilità che l'associazione con il gruppo in movimento sia un caso.

Il legame tra il nuovo oggetto e il gruppo in movimento è la chiave fondamentale che permetterà agli astronomi di scoprire la sua età [5].

Questo è il primo oggetto isolato di massa planetaria mai identificato in un gruppo in movimento e l'associazione con lo stesso lo rende il più interessante candidato pianeta fluttuante individuato finora.

Oggetti come CFBDSIR2149 si ritiene che si siano formati sia come pianeti normali nei classici sistemi planetari, sia come oggetti solitari come le stelle più piccole o le nane brune. In entrambi i casi questi oggetti sono interessanti.

"Questi oggetti sono importanti, in quanto possono aiutarci a capire di più su come i pianeti potrebbero essere stati espulsi dai sistemi planetari, o come oggetti leggeri possano andare alla deriva dal processo di formazione stellare", spiega Philippe Delorme.
"Se questo piccolo oggetto è un pianeta che è stato espulso dal suo sistema nativo, evocando l'immagine suggestiva di mondi isolati, alla deriva nel vuoto dello spazio, potrebbe essere un oggetto comune, numeroso come le stelle normali [6].

Se CFBDSIR2149 non fosse associato al gruppo AB Doradus Moving, sarebbe complicato essere sicuri della sua natura e delle sue proprietà e potrebbe essere anche una piccola nana bruna. Entrambi gli scenari risponderebbero ad importanti domande su come i pianeti e le stelle formano e si comportano.

"I lavori dovrebbero confermare che CFBDSIR2149 è un pianeta liberamente fluttuante", conclude Philippe Delorme. "Questo oggetto può essere utilizzato come parametro di riferimento per la comprensione della fisica di qualsiasi esopianeta simile che venisse scoperto da futuri sistemi di imaging ad alto contrasto, incluso lo strumento SPHERE che verrà installato sul VLT".

Note
[1] Numerosi candidati per questo tipo di pianeti sono stati trovati in precedenza (con comunicati stampa e documenti relativi, ad esempio su Science, Nature, Royal Astronomical Society). Questi oggetti sono stati scoperti a partire dal 1990, quando gli astronomi hanno scoperto che il punto in cui una nana bruna attraversa il range di massa planetaria è difficile da determinare. Studi più recenti hanno suggerito che ci possono essere un gran numero di questi piccoli corpi nella nostra galassia, una popolazione che potrebbe raggiungere quasi il doppio delle stelle della sequenza principale note.

[2] L'oggetto è stato identificato come parte di una estensione ad infrarossi del Canada-France Survey Brown Dwarf (CFBDS), un progetto per la caccia delle nane brune. È indicato anche come CFBDSIR J214947.2-040.308,9.

[3] Il team ha osservato CFBDSIR2149 sia con la fotocamera WIRCam montata sull'Hawaii Telescope nelle Hawaii che con la fotocamera SOFI sul Technology Telescope dell'ESO in Cile. Le immagini sono state scattate in tempi diversi e hanno permesso di individuare il moto proprio dell'oggetto attraverso il cielo per essere misurato e confrontato con i membri del gruppo AB Doradus in movimento. Lo studio dettagliato dell'atmosfera dell'oggetto è stata effettuata in base allo spettrografo X-shooter del Very Large Telescope dell'ESO sito all'Osservatorio di Paranal.

[4] L'associazione con il Gruppo AB Doradus ha permesso di stimare la massa del pianeta che è di circa 4-7 volte la massa di Giove, con una temperatura effettiva di circa 430 gradi Celsius. L'età del pianeta sarebbe la stessa del gruppo di stelle stesso, dai 50 ai 120 milioni anni.

[5] L'analisi statistica del team sul moto proprio dell'oggetto (il suo cambiamento in posizione angolare nel cielo ogni anno) si presenta con un 87% di probabilità che sia associato con il Gruppo AB Doradus e più del 95% di probabilità che è abbastanza giovane per essere di massa planetaria, il che rende molto più probabile che sia un pianeta canaglia piuttosto che una stella "fallita". I candidati fluttuanti più distanti sono stati trovati in ammassi di stelle molto giovani, ma non potevano essere studiato in dettaglio.

[6] Questi pianeti liberamente fluttuanti possono anche rivelare la loro presenza quando passano davanti ad una stella. L'effetto della lente gravitazionale avviene quando i campi gravitazionali di un pianeta e della sua stella cooperano per focalizzare la luce di una stella lontana. Affinché riesca l'effetto, occorre che l'osservatore, la stella, il pianeta e la stella lontana si trovino per caso esattamente sulla stessa linea di vista. Poiché un allineamento così perfetto capita molto di rado (e l'effetto è molto piccolo, da cui il nome micro) occorre tenere sotto sorveglianza un grande numero di stelle. Questo metodo funziona al meglio per le stelle che si trovano tra noi e il nucleo galattico, perché esso mette a disposizione un gran numero di stelle sullo sfondo. Le indagini di Microlensing della Via Lattea, come OGLE, possono rilevale i pianeti liberamente fluttuanti come avvenuto in un esperimento pubblicato su Nature nel 2011.

Maggiori informazioni
Questa ricerca è presentata in un articolo, "CFBDSIR2149-0403: un pianeta di 4-7 masse gioviane liberamente fluttuante dal gruppo di giovani stelle AB Doradus" in Astronomy & Astrophysics, del 14 novembre 2012.

Il team è composto da P. Delorme (Institut de planétologie et d'Astrophysique de Grenoble, CNRS / Université Joseph Fourier, Francia [IPAG]), J. Gagné (Université de Montréal, Canada), L. Malo (Université de Montréal, Canada), C. Reyle (Institut UTINAM, CNRS / OSU THETA Franche-Comté-Bourgogne/Université de Franche Comté, Francia), E. Artigau (Université de Montréal, Canada), L. Albert (Université de Montréal, Canada), T. Forveille (Institut de planétologie et d'Astrophysique de Grenoble, CNRS / Université Joseph Fourier, Francia [IPAG]), X. Delfosse (Institut de planétologie et d'Astrophysique de Grenoble, CNRS / Université Joseph Fourier, Francia [IPAG] ), F. Allard (Université Claude Bernard Lyon 1, Francia), D. Homeier (Université Claude Bernard Lyon 1, Francia).

Foto
Rappresentazione artistica del candidato pianeta fluttuante CFBDSIR2149 (Credit: ESO/L. Calçada/P. Delorme/Nick Risinger (skysurvey.org)/R. Saito/VVV Consortium)

A Cura Di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/11/121114083411.htm

domenica 11 novembre 2012

Nuove Terre Abitabili


Una nuova super-Terra con un possibile clima adatto a sostenere la vita, è stato scoperta intorno ad una stella vicina, da un team internazionale di astronomi, guidato da Mikko Tuomi dell' Università di Hertfordshire e da Guillem Anglada-Escude dell'Università di Goettingen.

Precedentemente si riteneva che il pianeta possedesse tre pianeti in orbita troppo vicina alla stella per sostenere l'acqua liquida. Evitando falsi segnali causati dall'attività stellare, i ricercatori hanno individuato altre tre nuove super-Terre.
Secondo Mikko Tuomi: "Siamo stati pionieri di nuove tecniche di analisi dei dati, tra cui l'utilizzo della lunghezza d'onda e un filtro per ridurre l'influenza di attività sul segnale proveniente da questa stella. Questo ha aumentato significativamente la nostra sensibilità e ci ha permesso di rivelare tre nuove super-Terre attorno alla stella nota come HD 40307, portando il sistema ad avere sei pianeti.

Dei nuovi pianeti, di maggiore interesse è quello con l'orbita più esterna della stella e con una massa di almeno sette volte quella della Terra. La sua orbita si trova ad una distanza simile a quella dell'orbita terrestre intorno al nostro Sole, aumentandone la probabilità che esso sia abitabile. Questo avviene dove vi sono presenza di acqua allo stato liquido e atmosfere stabili.
Il pianeta potrebbe anche essere in rotazione non sincrona attorno al proprio asse mentre orbita intorno alla stella creando un effetto diurno e notturno che sarebbe idoneo a creare un ambiente simile alla Terra.
Guillem Angla-Escude ha detto: "La stella HD 40307, ​​è una stella nana tranquilla, quindi non c'è alcun motivo per cui il pianeta non possa sostenere un clima simile alla Terra".

Hugh Jones, dell'Università di Hertfordshire, ha aggiunto: "L'orbita lunga del nuovo pianeta significa che il clima e l'atmosfera possono essere giusti per sostenere la vita".

All'inizio di quest'anno, la sonda Keplero ha trovato un pianeta con un'orbita simile. Tuttavia, Keplero 22d si trova a 600 anni luce dalla Terra, mentre questa nuova super-Terra chiamata HD 40307g è molto più vicina essendo situata a 42 anni luce dalla Terra.

Mikko Tuomi ha svolto questo lavoro come membro della RoPACS, un'iniziativa con un focus di ricerca sulla ricerca di pianeti intorno a stelle fredde. Il progetto paneuropeo RoPACS è condotto presso l'Università di Hertfordshire da David Pinfield, che ha commentato: "Scoperte come queste sono davvero entusiasmanti e tali sistemi saranno bersagli naturali per la prossima generazione di grandi telescopi, sia a terra che nello spazio".

A Cura Di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/11/121108073927.htm

lunedì 22 ottobre 2012

L'Illusione Della Vita Sui Pianeti Extrasolari


Quando un meteoroide entra nell’atmosfera di un pianeta extrasolare, aggiunge gas organici che potrebbero farlo sembrare abitato, quando in realtà non lo è. E’ quanto sostengono i ricercatori del progetto Darwin dell’ESA e del Terrestrial Planet Finder
Negli ultimi anni, gli astronomi hanno scoperto centinaia di pianeti extrasolari. Molti di questi si trovano all’interno delle zone abitabili, le aree con un clima che potrebbe garantire l’acqua allo stato liquido sulla superficie, alimentando le speranze che la vita come noi la conosciamo, possa esistere anche fuori dalla nostra Terra.

Generalmente gli scienziati vanno alla ricerca di metano e ossigeno, segni significativi per la presenza della vita. Per oltre 40 anni, gli astronomi hanno fatto riferimento alle nubi di metano osservate su Marte, aumentando la possibilità di organismi viventi sotto la sua superficie. Sebbene la vita o i sottoprodotti della vita siano responsabili per quasi tutto il metano trovato nell’atmosfera terrestre, non sono l’unica fonte a produrlo. Per esempio, i vulcani possono produrre metano grazie alle reazioni chimiche tra acqua, anidride carbonica e sali minerali. Sebbene su Marte il numero dei micrometeoriti che colpiscono il pianeta rosso non spiegherebbero i livelli di metano presenti sul pianeta, in altri sistemi solari molto più polverosi, si potrebbe ottenere molto metano che andrebbe ad emettere una falsa firma atmosferica sulla vita.

“Questo potrebbe costituire un problema, in quanto la ricerca di vita su questi pianeti extrasolari dipende da osservazioni remote quali l’analisi spettroscopica delle loro atmosfere, come era stato fatto per rilevare il metano nell’atmosfera di Marte“, ha detto il ricercatore Richard Court, un geologo planetario presso l’Imperial College di Londra. “Non c’è alcuna possibilità per i veicoli spaziali di visitare fisicamente questi pianeti extrasolari ubicati a molti anni luce di distanza“.

Ricerche precedenti indicano che gli unici sistemi solari in grado di imitare la firma della vita sono quelli in possesso di dischi detritici abbastanza densi, o sistemi sottoposti a molte collisioni tra corpi, come avvenuto nel nostro sistema solare 3,9 miliardi di anni fa. Attualmente la Terra riceve circa 40.000 tonnellate di micrometeoriti ogni anno, mentre Marte circa 12.000 tonnellate. I ricercatori stimano che nel corso del bombardamento avvenuto agli albori del sistema solare, la Terra e Marte ne abbiano visto da 1.000 a 10.000 volte di più. La Terra, in quel periodo, potrebbe aver ricevuto circa 33 milioni di miliardi di tonnellate di micrometeoriti, mentre Marte 1.700.000 miliardi di tonnellate.

Tutto questo può essere sufficiente per avere abbastanza metano su un pianeta da farlo sembrare abitato. Finora gli astronomi hanno individuato una serie di sistemi che potrebbero presentare questo aspetto. Un esempio può comprendere Gliese 581 a circa 20 anni luce dalla Terra, che ha uno e forse due “super-Terre” – pianeti rocciosi più grandi della Terra, che possono raggiungere fino a 10 volte la massa del nostro pianeta – intorno alla nana rossa della zona abitabile del sistema. I ricercatori hanno pubblicato i loro lavori dettagliati sulla rivista Planetary and Space Science.

Foto
Credit: European Space Agency di David Sing

A Cura della fonte

Fonte:
http://www.meteoweb.eu/2012/10/lillusione-della-vita-su-un-pianeta-extrasolare/157831/

giovedì 18 ottobre 2012

Scoperto Pianeta Circumbinario


Grazie ad sforzo congiunto di scienziati e astronomi professionisti è stato riportato il primo caso di un pianeta che orbita intorno a delle stelle che a loro volta sono in orbita ad una seconda coppia di stelle.

Con l'aiuto dei volontari del sito web Planethunters.org, un team della Yale University ha guidato degli astronomi dilettanti che hanno individuato e confermato la scoperta del fenomeno, chiamato pianeta circumbinario in un sistema di quattro stelle.

Solo sei pianeti sono noti che orbitano attorno a due stelle e nessuno di questi è posto in orbita lontano dalle stelle.
"I Pianeti circumbinari sono gli esempi estremi di formazione dei pianeti", ha detto Meg Schwamb della Yale, autore di un articolo sul sistema, presentato il 15 ottobre in occasione della riunione annuale della Divisione per le Scienze Planetarie della American Astronomical Society a Reno, in Nevada.

"La scoperta di questi sistemi ci costringe a tornare al tavolo da disegno per capire come questi pianeti siano in grado di formarsi ed evolversi in modo dinamico in questi ambienti difficili".

Soprannominato PH1, il pianeta è stato identificato dagli scienziati che partecipano al Planet Hunters, un programma guidato da Yale che arruola i membri del pubblico per esaminare i dati astronomici della sonda Keplero della NASA sui candidati esopianeti. E' la prima scoperta confermata del progetto.

I volontari Kian Jek di San Francisco e Robert Gagliano di Cottonwood, Arizona,
hanno esaminato i dati deboli salti di luce causati dal pianeta mentre passava davanti alle sue stelle madri, un metodo comune per trovare pianeti extrasolari. Schwamb, un ricercatore post-dottorato di Yale, ha guidato il team di astronomi professionisti che hanno confermato la scoperta e caratterizzato il pianeta, a seguito delle osservazioni dei telescopi Keck di Mauna Kea, nelle Hawaii. PH1 è un gigante gassoso con un raggio di circa 6,2 volte quella della Terra, il che rende un pó più grande di Nettuno.

"Planet Hunters" è un progetto simbiotico tra gli astronomi dilettanti e un team di astronomi professionisti", ha detto Debra Fischer, professore di astronomia all'Università di Yale ed esperto cacciatore di pianeti che ha contribuito al lancio di Planet Hunters nel 2010.
"Questo sistema unico nel suo genere potrebbe essere stato del tutto perso se non ci fosse stato l'occhio acuto del pubblico".

Le orbite di PH1 si eclissiano circa ogni 20 giorni con le stelle che sono di 1,5 e 0,41 volte la massa del Sole. Esso ruota intorno al suo ospite stellare all'incirca ogni 138 giorni. Al di là dell'orbita del pianeta a circa 1000 UA (circa 1000 volte la distanza tra la Terra e il Sole) vi è una seconda coppia di stelle che orbitano intorno al sistema planetario.
"Le migliaia di persone che sono coinvolte con Planet Hunters, stanno eseguendo un servizio importante", ha dichiarato il co-autore Jerome Orosz, che ha guadagnato il suo Ph.D. a Yale nel 1996 e ora è professore associato di astronomia alla San Diego State University.
"Molte delle tecniche automatiche utilizzate per individuare caratteristiche interessanti nei dati di Kepler non funzionano sempre nel modo più efficiente come vorremmo. Il duro lavoro dei cacciatori di pianeti aiuta a garantire che le scoperte importanti non vadano perse".

Gagliano, uno dei due astronomi dilettanti coinvolti nella scoperta, ha detto di essere "assolutamente entusiasta di individuare un piccola variazione nella curva di luce della stella binaria a eclisse dal telescopio Keplero, la traccia di un potenziale nuovo pianeta circumbinario".
Ha continuato, "E' un grande onore essere un cacciatore di pianeta e di lavorare mano nella mano con gli astronomi professionisti, fornendo un fattivo contributo alla scienza".

Jek ha espresso meraviglia per la possibilità della scoperta: "Continua a stupirmi come si possano raccogliere così tante informazioni su un altro pianeta a migliaia di anni luce di distanza semplicemente studiando la luce dalla sua stella madre".

Il documento è disponibile sul server di preprint arXiv ed è stato presentato al Journal. Un team della Johns Hopkins University ha lavorato su un foglio a parte, sugli aspetti del sistema planetario.

La ricerca è stata sostenuta dalla NASA e dalla National Science Foundation Astronomia e Astrofisica Postdoctoral Fellowship.


A Cura Di Arthur McPaul adattato dalla fonte

Foto
Rappresentazione del sistema circumbinario di PH1. Crediti: Haven Giguere/Yale.

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/10/121015150031.htm

venerdì 12 ottobre 2012

Scoperta super-Terra di diamante


Una nuova ricerca condotta dagli scienziati dell'Università di Yale ha rivelato che un pianeta roccioso due volte le dimensioni della Terra è composto interamente di diamante.

"Questo è il nostro primo assaggio di un mondo roccioso con una chimica fondamentalmente diversa dalla Terra", ha detto il ricercatore Nikku Madhusudhan, un ricercatore post-dottorato in fisica e astronomia a Yale.

"La superficie di questo pianeta è probabilmente coperta di grafite e diamante piuttosto che da acqua e granito".
Il pianeta, chiamato 55 Cancri e, ha un raggio doppio della Terra e una massa otto volte maggiore, il che lo rende una "super-Terra".
Si tratta di uno dei cinque pianeti in orbita intorno una stella simile al Sole, 55 Cancri, che si trova a 40 anni luce dalla Terra ed è visibile ad occhio nudo nella costellazione del Cancro.

Il pianeta orbita attorno ad essa in appena 18 ore, a differenza dei 365 giorni terrestri. Esso è anche incredibilmente caldo, con una temperatura di circa 3.900 gradi Fahrenheit.

Secondo le misurazioni effettuate da Madhusudhan e colleghi in precedenza, si supponeva che fossero presenti notevoli quantità di carbonio e carburo di silicio e una quantità trascurabile di ghiaccio d'acqua, ma la nuova ricerca suggerisce che il pianeta non ha acqua e sembra essere composto principalmente da carbonio (come grafite e diamante), ferro, carburo di silicio, e forse, alcuni silicati.
Lo studio stima che almeno un terzo della massa del pianeta, l'equivalente di circa tre masse terrestri, potrebbero essere di diamante.

"Al contrario della Terra, l'interno è ricco di ossigeno, ma estremamente povero di carbonio, meno di una parte in migliaia di massa" dice il co-autore Kanani Lee.
L'identificazione di un ricca super-Terra di carbonio significa che i esistono pianeti rocciosi con gli stessi costituenti chimici simili a quelli della Terra.

La scoperta apre anche nuove strade per lo studio dei processi geofisici e geochimici negli esopianeti. Una terra ricca di carbonio potrebbe influenzare l'evoluzione termica del pianeta e la sua tettonica a placche, ad esempio, con implicazioni per il vulcanesimo, l'attività sismica e la formazione delle montagne.
"Le stelle sono semplici, se pensiamo alla loro struttura di base e alla storia" ha detto David Spergel, professore di astronomia e astrofisica all'Università di Princeton, ma "I pianeti sono molto più complessi. Questo pianeta diamante è probabilmente solo un esempio della ricca varietá di scoperte che ci attendono, man mano che si va avanti ad esplorare gli esopianeti intorno a stelle vicine".

Nel 2011, Madhusudhan aveva effettuato la prima scoperta di un pianeta con l'atmosfera ricca di carbonio nell'atmosfera aprendo la possibilità a lungo teorizzata che esistono realmente pianeti rocciosi ricchi di carbonio (o "pianeti diamanti").

La nuova ricerca rappresenta la prima volta che gli astronomi hanno individuato un pianeta diamante intorno ad una stella simile al Sole precisandone la sua composizione chimica.

La ricerca è stata sostenuta dalla Yale Center for Astronomy and Astrophysics (YCAA) presso il Dipartimento di Fisica di Yale.

Il documento e le relazioni sui risultati sono state accettate per la pubblicazione sulla rivista Astrophysical Journal Letters.

Foto
Illustrazione dell'interno di 55 Cancri e. (Credit: Image by Haven Giguere)

A cura di Arthur McPaul

Fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2012/10/121011090647.htm

venerdì 20 luglio 2012

Spitzer Scopre Piccolo Mondo Di Lava Con Possibile Secondo Pianeta


Gli astronomi della NASA grazie alle immagini del telescopio spaziale Spitzer, hanno individuato un possibile esopianeta, più piccolo della Terra.

Il candidato, chiamato UCF-1.01, è situato a soli 33 anni luce di distanza.
Da quando lo Spitzer ha condotto i suoi studi sugli supianeti extrasolari in transito, UCF-1.01 è il primo ad essere stato individuato, più piccolo della Terra, indicando un possibile ruolo anche nell'aiutare a scoprire mondi come il nostro pianeta.

"Abbiamo trovato una forte evidenza per un pianeta molto piccolo, molto caldo e molto vicino alla sua stella, con l'aiuto del telescopio spaziale Spitzer", ha detto Kevin Stevenson presso la University of Central Florida di Orlando.

Stevenson è autore principale dello studio apparso sul The Astrophysical Journal.

Il pianeta è stato trovato inaspettatamente nelle osservazioni di Spitzer. Stevenson e colleghi, stavano studiando il pianeta extrasolare GJ 436b, intorno alla stella nana rossa GJ 436.

Nei dati di Spitzer, hanno notato dei leggeri cali della quantità di luce infrarossa dalla stella, distinti dai buchi causati da GJ 436b. Una revisione dei dati d'archivio ha mostrato che i buchi erano periodici, suggerendo l'ipotesi che potesse esistere un secondo pianeta a bloccare una piccola frazione della luce della stella.

UCF-1.01 sarebbe pertanto di circa 5.200 miglia (8.400 chilometri), o due terzi della Terra. Ruoterebbe abbastanza vicino a GJ 436, a circa sette volte la distanza della Terra dalla Luna, con il suo "anno" che durerebbe solo 1,4 giorni terrestri.

Data questa vicinanza alla sua stella, molto più di quanto lo sia il pianeta Mercurio al Sole, la temperatura superficiale del pianeta sarebbe di oltre 1.000 gradi Fahrenheit (circa 600 gradi Celsius).
Se il candidato pianeta abbia mai avuto un'atmosfera, quasi sicuramente è ormai evaporata da tempo.
UCF-1.01 potrebbe quindi assomigliare ad un pianeta ricco di crateri come Mercurio, geologicamente morto.

Il co-autore Joseph Harrington, anch'egli della University of Central Florida e ricercatore principale della ricerca, ha suggerito un'altra possibilità, che il calore estremo a cui GJ 436 si è sottoposto possa aver sciolto la superficie.

"Il pianeta potrebbe anche essere coperto di magma", ha detto Harrington.

Oltre a UCF-1.01, Stevenson ei suoi colleghi hanno notato accenni di un terzo pianeta, soprannominato UCF-1.02, sempre in orbita GJ 436.
Spitzer ha osservato la prova dei due nuovi pianeti più volte. Tuttavia, anche gli strumenti più sensibili non sono in grado di misurare facilmente le masse dei pianeti extrasolari piccoli come UCF-UCF-1.01 e 1.02, che sono forse solo un terzo della massa della Terra.
Conoscere la massa è prerogativa necessaria per confermare la scoperta e in assenza di ció gli autori della carta stanno cautamente chiamando entrambi i pianeti extrasolari ancora come candidati.

Delle circa 1.800 stelle candidate dal telescopio Kepler per avere sistemi planetari, solo tre hanno pianeti più piccoli della Terra. Tra quelli dello Spitzer, solo un esopianeta potrebbe essere più piccolo, con un raggio simile a Marte, o il 57 per cento quella della Terra.
"Spero che le osservazioni future confermino questi risultati entusiasmanti, che mostrano come lo Spitzer possa essere in grado di scoprire pianeti extrasolari come Marte", ha detto Michael Werner, Project Scientist Spitzer della NASA al Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena, in California:
"Anche dopo quasi nove anni nello spazio, le osservazioni di Spitzer continuano a portarci in direzioni scientifiche nuove e importanti".

Traduzione A cura Di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/07/120718114944.htm

sabato 17 settembre 2011

Scoperto Il Pianeta Con Due Soli




L'esistenza di un mondo con un doppio tramonto, come nel film "Star Wars" è ormai un fatto scientifico.
La missione Keplero della NASA ha fatto il primo rilevamento inequivocabile di un pianeta che orbita intorno due stelle, a 200 anni luce dalla Terra.


A differenza del pianeta di Star Wars, "Tatooine", è freddo, gassoso e non dovrebbe ospitare la vita, ma la sua scoperta dimostra la diversità dei pianeti nella nostra galassia. Precedenti ricerche hanno suggerito l'esistenza di pianeti "circumbinary", ma la chiara conferma si è sempre dimostrata sfuggente.
Keplero ha individuato un pianeta, conosciuto come Keplero-16b, da osservazioni sui transiti in cui la luminosità della stella si affievolisce quando incrocia la sua orbita di fronte ad essa.
"Questa scoperta conferma una nuova classe di sistemi planetari che potrebbero ospitare la vita", ha detto il Principal Investigator di Keplero William Borucki, del NASA Ames Research Center di Moffett Field, California.
"Dato che la maggior parte delle stelle nella nostra galassia sono parte di un sistema binario, questo significa che le opportunità di vita sono molto più ampie rispetto al caso di pianeti che si formano solo intorno a stelle singole. Questa scoperta conferma l'ipotesi che gli scienziati hanno sostenuto per decenni ma che non hanno potuto mai provare prima d'ora".
.
Un gruppo di ricerca guidato da Laurance Doyle del SETI Institute di Mountain View, in California, ha utilizzato i dati dal telescopio spaziale Keplero, che ha analizzato la luminosità di oltre 150.000 stelle, per la ricerca di pianeti in transito.

Keplero è la prima missione della NASA in grado di trovare pianeti di dimensioni simili alla Terra nella zona della "zona abitabile", la regione in un sistema planetario in cui può esistere acqua allo stato liquido sulla superficie del pianeta orbitante.

Gli scienziati hanno individuato il nuovo pianeta nel sistema di Keplero-16, una coppia di stelle orbitanti che si eclissano a vicenda dal nostro punto di osservazione sulla Terra.
Quando la stella più piccola blocca parzialmente la stella più grande, si verifica un'eclisse primaria e una eclissi secondaria quando la stella più piccola è occultata completamente dalla stella più grande.

Gli astronomi hanno inoltre osservato che la luminosità del sistema variava anche quando le stelle non stavano eclissando l'un l'altro, accennando alla possibilità di un terzo organismo.
Gli oscuramenti aggiuntivi chiamati eclissi terziarie e quaternarie, riapparvero ad intervalli irregolari di tempo, indicando che le stelle erano in posizioni diverse nella loro orbita ogni volta che il terzo corpo transitava. Questo ha dimostrato che il terzo corpo girava, non solo su una, ma su entrambe le stelle, in un'orbita larga circumbinary.

La forza gravitazionale esercitata sulle stelle, dai cambiamenti nei loro tempi di eclissi, era un buon indicatore della massa del terzo corpo, che se esiste dovrebbe essere molto esigua.

I risultati sono stati descritti in un nuovo studio pubblicato il 16 settembre sulla rivista Science.
"La maggior parte di ciò che sappiamo circa le dimensioni delle stelle deriva da tali sistemi binari ad eclisse e la maggior parte di ciò che sappiamo circa le dimensioni dei pianeti viene dai transiti", ha detto Doyle, che è anche l'autore principale e uno scienziato partecipante alla missione. "Keplero-16 unisce il meglio dei due mondi, con le eclissi stellari e i transiti planetari in un unico sistema".

Questa scoperta conferma che Keplero-16b è un inospitale, freddo mondo delle dimensioni di Saturno e si pensa che sia per la maggior parte composto per metà da roccia e per metà da gas.

Le stelle progenitrici sono più piccole del nostro Sole. Uno è il 69 per cento della massa della sua massa e l'altra solo il 20 per cento. Keplero-16b orbita intorno ad entrambe le stelle ogni 229 giorni, come Venere (225 giorni), ma si trova fuori della zona abitabile del sistema, dove l'acqua liquida potrebbe esistere in superficie, perché le stelle sono più fredde del nostro Sole.

"I film spesso hanno il compito di creare qualcosa di mai visto prima", ha detto il supervisore agli effetti visivi John Knoll della Industrial Light & Magic, una divisione di Lucasfilm Ltd., a San Francisco. "Tuttavia, il più delle volte, le scoperte scientifiche dimostrano di essere più spettacolari di qualsiasi cosa osiamo immaginare. Non c'è dubbio che queste scoperte influenzano ed ispirano noi narratori. La loro stessa esistenza serve da pretesto per sognare in grande e aprire la mente a nuove possibilità al di là di quanto pensiamo di 'sapere' ".

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2011/09/110915144828.htm

martedì 11 gennaio 2011

Keplero scopre il suo primo pianeta roccioso


La missione Keplero della NASA ha confermato la scoperta del suo primo pianeta roccioso, denominato Kepler-10b. Grande 1,4 volte le dimensioni della Terra, è il più piccolo pianeta mai scoperto fuori dal nostro Sistema Solare.

La scoperta di questo pianeta, si basa su oltre otto mesi di dati raccolti dalla sonda spaziale tra il maggio 2009 e gennaio 2010.
"Tutte le migliori capacità di Keplero sono confluite per ottenere la scoperta di un pianeta roccioso in orbita attorno ad una stella diversa il nostro Sole", ha detto Natalie Batalha, vice responsabile del team scientifico del NASA Ames Research Center di Moffett Field, in California, e primo autore della scoperta relazionata in un articolo accettato alla stampa sull'Astrophysical Journal.

Il fotometro ultra preciso di Keplero misura la minuscola diminuzione di una stella che si verifica quando un pianeta passa di fronte ad essa. La dimensione del pianeta può essere ricavata da questi periodici cali di luminosità. La distanza tra il pianeta e la stella si calcola misurando il tempo tra i passaggi del pianeta mentre orbita intorno ad essa.

Keplero è la prima missione NASA in grado di trovare pianeti simili alla Terra in dimensioni o vicino alla zona abitabile (quella la regione in un sistema planetario in cui l'acqua liquida può esistere sulla superficie del pianeta). Tuttavia, dato che orbita una volta ogni 0,84 giorni, Keplero-10B è 20 volte più vicino alla sua stella di quanto Mercurio lo è attorno al nostro sole e non è pertanto situato nella zona abitabile.

Kepler-10 è stata la prima stella identificata come candidata ad ospitare un piccolo pianeta in transito, confermata dalle osservazioni terrestri con il telescopio Keck Observatory di 10 metri nelle Hawaii.
Il Keck è stato in grado di misurare i piccoli cambiamenti nello spettro della stella, chiamati Doppler, causati dal pianeta in orbita attorno a una stella.
"La scoperta di Keplero 10-b è una significativa pietra miliare nella ricerca di pianeti simili al nostro", ha detto Douglas, scienziato della NASA a Washington. "Anche se questo pianeta non si trova nella zona abitabile, è emozionante trovare fare scoperte di questo tipo è si spera di farne molte altre in futuro".

Keplero-10 è una delle stelle più luminose tra gli obiettivi di Keplero e gli scienziati sono stati in grado di rilevare le variazioni ad alta frequenza nella luminosità della stella, generata dalle oscillazioni stellari, o starquakes. Tale analisi ha permesso agli scienziati di fissare le proprietà di Keplero-10b.
Vi è un chiaro segnale nei dati derivanti dalle onde di luce che viaggiano entro l'interno della stella. Il Kepler Asteroseismic Science è utilizzato per capire meglio la stella, proprio come i terremoti sono utilizzati per conoscere la struttura interna della Terra. Come risultato di questa analisi, Keplero-10 è una delle più tipiche stelle che ospitano pianeti nell'universo.

Questa è una buona notizia per il team di studio di Keplero-10b. Accurate proprietà stellari forniscono accurate proprietà del pianeta. Nel caso di Keplero-10B, il quadro che emerge è quello di un pianeta roccioso con una massa 4,6 volte quella della Terra e con una densità media di 8,8 grammi per centimetro cubo, simile a quella di un manubrio di ferro.


Per ulteriori informazioni sulla missione Kepler, visitare il sito: http://www.nasa.gov/kepler . Altre informazioni disponibili qui: http://planetquest.jpl.nasa.gov/

A cura di Arthur McPaul

Fonte

lunedì 18 ottobre 2010

Nuova tecnica per scoprire gli esopianeti


Utilizzando la nuova tecnologia ottica sviluppata presso l'Università diell'Arizona allo Steward Observatory, un team internazionale di astronomi ha ottenuto le immagini di un pianeta su un orbita molto più stretta attorno alla sua stella, rispetto a qualsiasi altro pianeta extrasolare trovato in precedenza.

La scoperta, pubblicata on-line sull'Astrophysical Journal Letters, è il risultato di una collaborazione internazionale tra l'Osservatorio Steward, l'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo, l'European Southern Observatory, Università di Leiden nei Paesi Bassi e della Germania Max-Planck-Institut per l'astronomia.

Installato sull'European Southern Observatory's Very Large Telescope o VLT, in cima al Monte Paranal in Cile, la nuova tecnologia è stata attivata da un team internazionale di astronomi per confermare l'esistenza e il movimento orbitale di b Beta Pictoris, un pianeta da sette a 10 volte la massa del Giove, intorno alla sua stella madre, Beta Pictoris, a 63 anni luce di distanza.
Al cuore del sistema è un piccolo pezzo di vetro con un motivo molto complesso inscritto nella sua superficie. Chiamato Apodizing, o APP, il dispositivo blocca la luce delle stelle in modo molto definito, permettendo ai pianeti in l'alto nell'immagine di mostrare i segnalii precedentemente soffocati dal bagliore della stella.

"Questa tecnica apre nuove porte alla scoperta pianeta", ha dichiarato Phil Hinz, direttore del Centro Steward Observatory. "Fino ad ora, abbiamo solo potuto guardare i pianeti esterni in un sistema solare, nella gamma dell'orbita di Nettuno. Ora possiamo vedere i pianeti su orbite molto più vicino alla loro stella madre".

In altre parole, se gli astronomi stavano studiando il nostro Sistema Solare utilizzando la tecnologia disponibile in precedenza per l'individuazione dell'imaging diretta, tutti avrebbero visto Urano e Nettuno. I pianeti interni, Mercurio, Venere, Terra, Marte e Saturno, e non si sarebbero presentatinelle loro immagini del telescopio.
La distanza media di Nettuno dal Sole è di circa 2,8 miliardi di miliardi di chilometri, o 30 Unità Astronomiche, o Aus. Una UA è definita come la distanza media tra il Sole e la Terra.

Il pianeta appena esposto, Beta Pictoris b, orbita intorno alla sua stella a circa sette AUS, una distanza in cui le cose si fanno particolarmente interessanti, secondo Hinz, "è lì che crediamo che la maggior parte della massa planetaria si concentra nella maggior parte dei sistemi solari. Tra le 5 e le 10 UA".
Mentre i cacciatori di pianeti hanno utilizzato una varietà di metodi indiretti per rilevare le "impronte" di pianeti extrasolari, come ad esempio la lieve oscillazione gravitazionale di un pianeta orbitante che induce alla sua stella madre, ben pochi di loro sono stati direttamente osservati.
Secondo Hinz, lo zoo crescente di pianeti extrasolari scoperti fino ad oggi, per lo più giganti gassosi super-massicci in ampie orbite, rappresenta un esempio preciso, poiché le loro dimensioni e la distanza alla loro stella madre li rende più facili da individuare.


"Si potrebbe dire che siamo partiti cercando in sistemi solari pianeti esterni, ma la tecnica che abbiamo sviluppato ci consente di cercare giganti gassosi a bassa massa delle dimensioni di Giove, in orbite interne".
Ha aggiunto: "Per la prima volta, si potrebbero cercare pianeti nelle stelle vicine come Alpha Centauri, per vedere se sono giganti gassosi".

La svolta, che può consentire agli osservatori di bloccare del tutto la luce delle stelle con ulteriori perfezionamenti, è stata resa possibile attraverso modelli matematici molto complessi.
"Fondamentalmente, stiamo cancellando l'alone luce delle stelle che altrimenti soffocherebbe il segnale luminoso del pianeta", ha detto Johanan (Giovanni) Codona, un ricercatore senior presso l'UA gli Steward Observatory che ha sviluppato la teoria che sta dietro alla tecnica, che egli chiama "phase-apodization coronagraphy".
"Se stai cercando di trovare qualcosa che è di migliaia o milioni di volte più debole della stella, è una grande sfida."
Per rilevare i segnali di debole luce dei pianeti extrasolari, gli astronomi si basano sui coronografi per bloccare il disco luminoso di una stella, proprio come la schermatura della Luna davanti alla luce del Sole durante un'eclisse, permettendo di vedere anche gli oggetti più deboli.

Beta Pictoris b. (ESO, VLT)

Utilizzando il proprio approccio matematico non convenzionale, Codona ha trovato un complesso schema di increspature d'onda, che, se presenti sotto le stelle ed entrando nel telescopio, avrebbero causato la parte cancellato l'alone, ma lasciato l 'immagine intatta. Il team di Steward Observatory ha usato un pezzo di vetro ottico a raggi infrarossi delle dimensioni e della forma di una goccia per introdurre le increspature. Situato nel percorso ottico del telescopio, il dispositivo APP ruba una piccola parte della luce stellare e diffrandengola e annullandola.

"E 'un effetto simile a quello che si potrebbe vedere se fossimo immersi nel mare e guardassimo il Sole da sotto la superficie", ha spiegato Sascha Quanz dalla Swiss Federal Institute of Technology di Astronomia, l'autore principale dello studio.

"Le onde sulla superficie curvano i raggi di luce e fanno apparire il cielo e le nuvole molto diverse. I nostri lavori ottici sono assai simili".
Al fine di bloccare la luce proveniente da una stella, i coronagrafi convenzionali devono essere precisamente allineati e sono altamente sensibili al disturbo. Una morbida brezza notturna potrebbe essere eludere del tutto la qualità dell'immagine. L'APP, d'altra parte, non richiede il puntamento e funziona altrettanto bene su ogni stella.
"Il nostro sistema non si cura questo tipo di disturbi", ha detto Codogno. "Permette di osservare molto più facilmente e molto più efficientemente le stelle sospette".

Nello sviluppo dell'APP, Codogno è stato raggiunto da Matt Kenworthy (ora al Leiden Observatory nei Paesi Bassi). Hinz, che è un membro del team dello strumento di aggiornamento per il VLT, ha giocato un ruolo chiave nella implementazione della tecnica del 6,5 Meter Telescope sul monte Hopkins in Arizona.
L'ex professore UA Michael Meyer, ora al Politecnico federale di Zurigo, dove ha guidato il gruppo di attuazione della tecnologia sul VLT, ha sottolineato che l'APP potrà avanzare le aree di ricerca in aggiunta alla caccia di pianeti extrasolari.
"Sarà emozionante vedere come gli astronomi utilizzeranno la nuova tecnologia sul VLT, in quanto si presta anchead altre strutture deboli intorno a stelle giovani e quasar".

A cura di Arthur McPaul


giovedì 14 ottobre 2010

Gliese 581g: il team che lo ha scoperto fa la voce grossa: Esiste!


In questi giorni sembra essere scoppiata una grande polemica attorno a Gliese 581g, il primo pianeta simile alla Terra, annunciato alla stampa il 29 settembre 2010 dal team di ricerca dello scienziato Steven Vogt, dell'Università di Santa Cruz, California.

Il 12 ottobre, un team svizzero, guidato da Michel Mayor dell'Osservatorio di Ginevra, ha messo quasi in ridicolo la reale esistenza del gemello della Terra, scatenando una reazione a catena in tutto il web. Complotto, formalismo accademico o semplice confutazione dei dati?

Steven Vogt, leader del team che ha rilevato Gliese 581g, ha detto che rispetta il lavoro dei ricercatori che hanno messo in dubbio l'esistenza del pianeta ma non è possibile commentare i loro risultati, dal momento che non sono mai stati pubblicati. "Io confermo i nostri dati e analisi", ha ribadito l'astronomo Vogt, presso l'Università di California, Santa Cruz. "Mi sento fiducioso che noi abbiamo svolto un esame esatto e trasparente e abbiamo riportato le nostre incertezze e fatto un responsabile e approfondito lavoro per l'estrazione di informazioni e dei dati. Sono certo che chiunque indipendentemente analizzi questo insieme di dati arriverà alle stesse conclusioni".

Vogt ha aggiunto che spera di leggere i loro risultati  quando saranno pubblicati in una rivista peer-reviewed.
"In 15 anni di caccia agli esopianeti, con centinaia di pianeti scoperti dal nostro team, non abbiamo ancora pubblicato nessun falso pianeta, retrazione o errata corrige", ha detto Vogt. "Stiamo facendo del nostro meglio per mantenere lo standard di ricerca su questa via".

Il team di Vogt ha annunciato la scoperta di Gliese 581g il 29 settembre. Il pianeta, a circa 20 anni luce dalla Terra, è il primo pianeta alieno trovato in orbita la sua stella nella cosiddetta "zona abitabile" che può permettere all'acqua liquida di esistere.

Da allora, la scoperta ha ricevuto molta attenzione, sia da parte dei media che da altri ricercatori. Un gruppo di astronomi, guidato da Michel Mayor dell'Osservatorio di Ginevra in Svizzera, ha effettuato un follow-up di indagine nel tentativo di confermare l'esistenza di Gliese 581g.
Ad una conferenza di astronomia di questa settimana a Torino, in Italia, il team svizzero ha annunciato di non poter confermare né Gliese 581g, né 581f, un altro pianeta che la squadra di Vogt ha scoperto nello stesso sistema. Anche se i ricercatori non hanno confermato l'esistenza del pianeta, hanno confermato gli altri quattro precedentemente trovati intorno alla stella.

Vogt ha detto che non era eccessivamente sorpreso di sentire la notizia, dal momento che i due pianeti  avevano un segnale piuttosto debole.

Entrambe le squadre di ricerca hanno utilizzato metodi simili, scrutando il movimento della stella Gliese 581 e cercando di rilevare le anomalie che testimoniano la presenza di pianeti orbitanti. Ed entrambe le squadre analizzato alcuni degli dati stessi. Il team di Vogt ha effettuato 119 controlli con lo strumento HARPS sul telescopio a La Silla presso l'European Southern Observatory in Cile, e 142 misurazioni dello strumento HIRES sul telescopio Keck I dell'Hawaii Keck Observatory.

Il team svizzero ha rianalizzato le stesse 119 misurazioni HARPS, più altre 60 ulteriori analisi HARPS. Vogt ha detto che quelle 60 nuove misurazioni potrebbe portare ad un potenziale guadagno di rilevamento massimo di sensibilità di solo il 23 per cento o giù di lì, assumendo che tutti i punti i nuovi dati sono utili e non ridondanti.

La squadra svizzera non ha verificato nessuno dei dati Keck, un fatto che Vogt trova sconcertante, soprattutto perché la sua squadra ha concluso che sia le misure e noleggi HARPS dovevano essere combinati per rilevare in modo affidabile tutti i sei pianeti in orbita attorno a Gliese 581.

"Il team svizzero pur avendo i nostri dati da più di una settimana, non li hanno già combinati insieme con i loro per un confronto" ha detto Vogt. "La squadra svizzera non ha ancora pubblicato i suoi risultati in una rivista peer-reviewed. Finché ciò non accadrà, è difficile sapere cosa hanno veramente confutato", ha detto Vogt.

"Come abbiamo fatto noi, devono pubblicare alla stessa maniera i loro dati, le analisi e le conclusioni su una rivista scientifica con i loro dati affinchè tutto il tutto il mondo li possa vedere", ha detto Vogt. "Una volta che questo avverà, saranno accuratamente analizzati e confrontati con i nostri, per trarne le conclusioni".

A quanto pare, stavolta, l'insabbiamento sembra essere fallito! E' sconcertante, che dopo circa 500 esopianeti scoperti, l'unico su cui è scoppiata la polemica è proprio quello abitabile. Questo va presagire cattivi auguri, quando in un lontano futuro, con mezzi propulsivi fantascientifici, saranno a portata di mano per l'esplorazione umana Zermina e le nuove terre che da ora in poi verranno scoperte. 

In attesa che la telenovelas continui, per il momento Gliese 581g, esiste e ci fa ancora sognare.