venerdì 10 settembre 2010

Buco nero ad altissima emissione di raggi x


È stata una caccia serrata, ma alla fine lo hanno stanato. Stiamo parlando del buco nero più estremo che c’è. Non per le sue dimensioni, che non sono niente di eccezionale rispetto ad altri oggetti simili, anzi è di media grandezza (pari a circa 500 masse solari), ma per la sua fortissima luminosità nei raggi X. Poco più di un anno fa gli astronomi avevano notato questa sorgente brillante nel cielo e l’avevano chiamata Hyper-Luminous X-ray source 1 (HLX-1). Ora è arrivata la conferma della sua esistenza che di fatto sancisce la nascita di una nuova classe di buchi neri di cui HLX-1 è il capostipite.

Situata a 290 milioni di anni luce dal nostro pianeta, nella galassia ESO 243-49, il nuovo buco nero è stato osservato grazie al Very Large Telescope (VLT) dell’Osservatorio europeo meridionale (Eso), in Cile da un gruppo di ricerca internazionale coordinato dalla Gran Bretagna con l’Università di Leicester. Come i ricercatori hanno riferito sulla rivista Astrophysical Journals il getto di raggi X è di un fattore di circa 100 al di sopra della maggior parte degli altri buchi neri e di fattore di circa 10 più alto rispetto alla fonte di raggi X ultra luminosa successiva per luminosità.

Questa ricerca mostra che le fonti di raggi X ultra luminose come HLX-1 possono essere più luminose di quanto si pensasse inizialmente. Sappiamo che i buchi neri sono così densi, con un campo gravitazionale tanto potente, che niente, neanche la luce, riesce a sfuggire. “Dopo la nostra precedente scoperta della fonte di raggi X molto luminosa, eravamo ansiosi di scoprire quanto essa fosse lontana, in modo da essere in grado di calcolare quanta radiazione produce questo buco nero,” ha spiegato Klaas Wiersema dell’Università di Leicester, autore principale di questo articolo.

La sorgente di raggi X si trova accanto a una sorgente luminosa in ottico, la quale si ritiene associata all’emissione della potente radiazione. Wiersema ha spiegato che il telescopio VLT è stato in grado di fornire al team dati di alta qualità, che hanno permesso loro di separare la luce della galassia espansiva e luminosa da quella di una debole fonte ottica.

“Per nostra grande gioia, le misurazioni hanno mostrato esattamente quello che speravamo: era stata rilevata la caratteristica luce degli atomi di idrogeno che ci ha permesso di misurare con precisione la distanza da questo oggetto”, ha aggiunto. “Questo ci ha fornito una prova decisiva che il buco nero si trovava effettivamente dentro la grande galassia luminosa e che HLX-1 è la più luminosa fonte di raggi X ultra luminosa conosciuta.”

Secondo gli scienziati, potrebbe esistere un altro buco nero di massa intermedia all’interno di HLX-1. Fino ad ora, nessuno è stato in grado di rilevare oggetti di questo tipo. Le indagini andranno avanti per definire in dettaglio il risultato. I buchi neri sono oggetti che esercitano una fortissima influenza gravitazionale, pertanto sono ritenuti preziosi per comprendere l’evoluzione delle galassie.




Fonte:
"http://www.media.inaf.it/2010/09/09/scoperto-un-buco-nero-estremo/"






Il Viking probabilmente trovò i mattoni della vita su Marte


Grazie agli esperimenti effettuati dal Phoenix Mars Lander della NASA, si ipotizza che gli esami del celebre lander Viking nel 1976 contenevano tracce di carbonilo e blocchi di costruzione chimica della vita (Foto: Suolo marziano ripreso dalla sonda Viking nel 1976 - credit NASA)

"Questo non dice se su Marte esista o meno la vita ma potrebbe fare una grande differenza nel modo in cui cercare le prove per rispondere a questa domanda" ha detto Chris McKay della NASA Ames Research Center, Moffett Field , in California McKay coautore di uno studio pubblicato online dal Journal of Geophysical Research.

I prodotti chimici organici individuati nei campioni del suolo marziano riscaldato delle sonde Viking furono il clorometano e il diclorometano, dei composti del cloro interpretati all'epoca come probabili agenti contaminanti dalla purificazione dei fluidi.
Ma queste sostanze chimiche sono esattamente ciò ha rilevato il nuovo studio condotto nel deserto del Cile alla alla stessa maniera di come fecero su Marte le sonde Viking.

"I nostri risultati suggeriscono che non solo sono organici, ma anche il perclorato, potrebbe essere stato presente nel terreno in entrambi i siti di atterraggio dei Viking" ha detto l'autore dello studio, Rafael Navarro-González dell'Università Nazionale Autonoma del Messico, Città del Messico.

Gli elementi organici potrebbero derivare sia da fonti biologiche che non biologiche.
Molti meteoriti provenienti da Marte che sono stati trovati sulla Terra hanno dimostrato di possedere elementi organici; gli scienziati ritengono che anche su Marte potrebbero essere stati portati da meteoriti.

La scoperta di perclorato da parte del Phoenix è stato uno dei risultati più importanti degli ultimi decenni. Il perclorato è composto da uno ione di cloro e di ossigeno e diventa un forte ossidante in caso di riscaldamento.

"Potrebbero essere presenti nel terreno marziano, assieme ad elementi organici, per miliardi di anni, ma quando fu utilizzato il calore del terreno per controllare la loro presenza, il perclorato li ha rapidamente distrutti" secondo McKay.

Questa interpretazione proposta da Navarro González e i suoi quattro co-autori spiega perchè i campioni del Viking erano al limite della rilevabilità.

Il rover della NASA Curiosity che sarà portato dal Mars Science Laboratory nel 2012 avrà con sé il SAM, uno strumento che potrá analizzare una più ampia varietà di rocce e campioni e verificare la presenza di sostanze organiche nel suolo marziano in polvere e rocce a temperature addirittura superiori rispetto a quelle analizzate dal Viking, utilizzando un metodo alternativo a liquido di estrazione a caldo molto più basso. La combinazione di questi metodi su una serie di campioni potrà permettere di fornire ulteriori prove, evitando che l'ossidazione da parte dei perclorati riscaldati possa essere causa di distruzione di elementi organici.

Uno dei motivi per cui le sostanze organiche clorurate trovate da Viking furono interpretate come contaminate dalla Terra è stato che il rapporto tra i due isotopi era più grande rispetto a quelli presenti sulla Terra. Il loro rapporto su Marte non è ancora stato chiaramente stabilito e potrebbe essere molto diverso quello della Terra.

Se i composti organici possono infatti persistere nel terreno di superficie su Marte, contrariamente a quanto si suppone, un modo per cercare le prove di vita potrebbe essere quello di verificare la presenza di più grandi e complesse molecole organiche, come il DNA, che sono indicatori di attività biologica.


di Arthur McPaul

Fonte:
"http://www.jpl.nasa.gov/m/news/index.cfm?release=2010-286"






mercoledì 8 settembre 2010

Una galassia a spirale modello


L’ESO pubblica una nuova spettacolare immagine di NGC 300, una galassia a spirale simile alla Via Lattea, che fa parte del Gruppo di galassie dello Scultore, nel nostro vicinato cosmico. Questa foto, che è stata ottenuta con 50 ore di posa dalla camera WFI dell’Osservatorio di La Silla in Cile, rivela in maniera estremamente dettagliata la struttura della galassia. NGC 300 si trova a 6 milioni di anni luce e la sua superficie apparente nel cielo è pari a due terzi della Luna piena.

Scoperta in Australia dall’astronomo scozzese James Dunlop all’inizio del 19° secolo, NGC 300 è una delle più prossime e più prominenti galassie a spirale del cielo australe e brilla abbastanza da poter essere vista facilmente con un binocolo. È sita nella costellazione dello Scultore, che delimita una porzione di cielo povera di stelle brillanti, ma che ospita un insieme di galassie vicine: il Gruppo dello Scultore [1]. Altre galassie di questo gruppo sono state fotografate dai telescopi dell’ESO, tra le quali NGC 55 (eso0914), NGC 253 (eso1025, eso0902) e NGC 7793 (eso0914). Molte galassie hanno almeno qualche piccola particolarità, ma NGC 300 sembra essere assolutamente normale, il che la rende un modello di riferimento per gli astronomi che studiano la struttura e il contenuto delle galassie a spirale come la nostra Via Lattea.

Questa immagine, realizzata con la camera WFI (Wide Field Imager) dell’Osservatorio di La Silla dell’ESO in Cile, è composta da tante immagini singole prese attraverso una numerosa gamma di filtri, per un tempo di posa totale di quasi 50 ore. I dati sono stati acquisiti nel corso di numerose notti di osservazione, nell’arco di molti anni. L’obiettivo principale di questa vasta campagna di osservazione era quello di realizzare un censimento particolarmente accurato delle stelle nella galassia, quantificando sia il numero che la tipologia delle stelle, contrassegnando quelle regioni e anche quelle singole stelle che meritano uno studio più attento e approfondito. Ma una collezione di dati così ricca avrà anche numerosi altri usi nel corso degli anni a venire. 
Nell’immagine sono visibili con particolare chiarezza come nebulose di colore rosso e rosa le regioni di formazione stellare situate nei bracci a spirale, messe in evidenza dalle osservazioni condotte con filtri che isolano la luce prodotta dagli atomi di idrogeno e ossigeno. Con il suo grande campo di vista di 34 x 34 minuti d’arco, equivalente alla dimensione apparente della Luna piena nel cielo, la camera WFI è uno strumento ideale a disposizione degli astronomi per studiare oggetti estesi come NGC 300.

NGC 300 è anche il luogo dove avvengono numerosi e interessanti fenomeni astronomici che sono stati studiati con i telescopi dell’ESO. Gli astronomi dell’ESO hanno recentemente scoperto in questa galassia uno dei più distanti e massicci buchi neri di massa stellare mai rilevato (eso1004), l’oscuro compagno di una stella di tipo Wolf-Rayet calda e luminosa con la quale forma un sistema binario. NGC 300 e un’altra galassia, denominata NGC 55, stanno “spiraleggiando” lentamente e avvicinandosi l’un l’altra, nelle prime fasi di un lungo processo di fusione (eso0914). Attualmente, la migliore stima della distanza di NGC 300 è stata determinata da alcuni astronomi che hanno utilizzato, tra gli altri, il VLT dell’ESO all’Osservatorio di Cerro Paranal (eso0524).



Annotazioni
Sebbene sia considerata usualmente come appartenente gruppo dello Scultore, le misure più recenti mostrano che NGC 300 si trova significativamente più vicina rispetto a molte delle altre galassie del gruppo e potrebbe essere associata a loro solo debolmente. 

Maggiori Informazioni 
L’ESO (European Southern Observatory) è la principale organizzazione intergovernativa di Astronomia in Europa e l’osservatorio astronomico più produttivo al mondo. È sostenuto da 14 paesi: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera e Gran Bretagna. L’ESO mette in atto un ambizioso programma che si concentra sulla progettazione, costruzione e gestione di potenti strutture astronomiche da terra che consentano agli astronomi di fare importanti scoperte scientifiche. L’ESO ha anche un ruolo preminente nel promuovere e organizzare cooperazione nella ricerca astronomica. L’ESO gestisce tre siti unici di livello mondiale in Cile: La Silla, Paranal e Chajnantor. A Paranal, l’ESO gestisce il Very Large Telescope, l’osservatorio astronomico nella banda visibile più d’avanguardia al mondo. L’ESO è il partner europeo di un telescopio astronomico rivoluzionario, ALMA, il più grande progetto astronomico esistente. L’ESO sta pianificando al momento la realizzazione di  un gigantesco telescopio nell’ottico/vicino-infrarosso di 42 metri di diametro, lo European Extremely Large Telescope, E-ELT, che diventerà “il più grande occhio del mondo rivolto al cielo”.