Visualizzazione post con etichetta NASA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta NASA. Mostra tutti i post

giovedì 4 dicembre 2025

THEIA: NUOVE SCOPERTE

Circa 4,5 miliardi di anni fa, un evento drammatico trasformò per sempre la Terra. 

Un protopianeta noto come Theia colpì il nostro pianeta. Gli scienziati non riescono ancora a ricostruire completamente la sequenza dell'impatto o ciò che è seguito, ma le conseguenze sono chiare. La collisione ha alterato le dimensioni, la struttura e l'orbita della Terra e alla fine ha portato alla creazione della Luna, che da allora è rimasta la nostra costante compagna nello spazio.


Questo solleva diverse domande importanti. Che tipo di oggetto si è scontrato con la Terra? Quanto era massiccia Theia, di cosa era composta e da quale regione del Sistema Solare è arrivata? 

Queste domande rimangono impegnative perché Theia non è sopravvissuta all’impatto. 

Nonostante ciò, gli indizi chimici legati alla sua esistenza persistono all'interno della Terra e della Luna. 

Un nuovo studio pubblicato il 20 novembre 2025, su Science e condotto da ricercatori del Max Planck Institute for Solar System Research (MPS) e dell'Università di Chicago utilizza questi indizi per ricostruire la probabile composizione di Theia e identificare dove potrebbe essersi formata.


Nel nuovo studio, gli scienziati hanno misurato i rapporti di isotopi del ferro nelle rocce della Terra e della Luna con un livello di precisione mai raggiunto prima. Hanno analizzato 15 campioni dalla Terra e sei campioni lunari restituiti dalle missioni Apollo. I risultati erano coerenti con il lavoro precedente sugli isotopi di cromo, calcio, titanio e zirconio: la Terra e la Luna non mostrano differenze misurabili in questi rapporti.


Questa partita ravvicinata, tuttavia, non rivela direttamente com'era Theia. Modelli di collisione multipli potrebbero ancora produrre lo stesso risultato finale. In alcuni scenari, la Luna si forma principalmente dal materiale di Theia. In altri, la Terra primordiale contribuisce con la maggior parte del materiale, o i due corpi si mescolano così accuratamente che le loro singole firme non possono essere separate.


Per saperne di più su Theia, il team ha trattato il sistema Terra-Luna come un puzzle che potrebbe essere risolto all'indietro. 

Considerando le identiche firme isotopiche trovate in entrambi i corpi, hanno testato combinazioni di possibili composizioni di Theia, dimensioni e proprietà delle prime della Terra che avrebbero potuto produrre lo stato finale che osserviamo oggi.


La loro analisi includeva isotopi di ferro, cromo, molibdeno e zirconio. Ogni elemento fornisce informazioni su una diversa fase dello sviluppo planetario.


Molto prima della collisione con Theia, la prima Terra ha sperimentato un processo di differenziazione interna. Man mano che si formava il nucleo metallico della Terra, elementi come il ferro e il molibdeno migrarono verso l'interno e si concentrarono lì, lasciando il mantello con quantità molto inferiori. Il ferro che ora si trova nel mantello della Terra deve quindi essere arrivato dopo la formazione del nucleo, forse consegnato da Theia. Elementi come lo zirconio, che è rimasto nel mantello, registrano l'intera storia della formazione del pianeta.


Quando i ricercatori hanno confrontato tutte le combinazioni matematicamente possibili di Theia e delle prime composizioni della Terra, hanno scoperto che alcuni risultati erano altamente improbabili.


"Lo scenario più convincente è che la maggior parte degli elementi costitutivi della Terra e di Theia hanno avuto origine nel Sistema Solare interno. È probabile che la Terra e Theia siano stati vicini di casa" ha detto Timo Hopp, scienziato MPS e autore principale del nuovo studio


Il primo indizio della Terra può essere spiegato principalmente come un mix di tipi di meteoriti noti. 

Theia è diversa. I meteoriti provengono da regioni specifiche del Sistema Solare e agiscono come punti di riferimento per i materiali disponibili durante la formazione dei pianeti. Nel caso di Theia, i dati suggeriscono che la sua composizione non può essere completamente abbinata a gruppi di meteoriti noti. Invece, i risultati indicano che parte del materiale da costruzione di Theia proveniva da ancora più vicino al Sole rispetto alla regione di origine della Terra. Secondo i calcoli della squadra, Theia molto probabilmente formò l'interno dell’orbita terrestre, prima che i due corpi alla fine si scontrassero.

Fonte della storia:

Materiale fornito dal Max Planck Institute for Solar System Research.


Foto Credit: MPS / Mark A. Aglio

domenica 26 luglio 2015

Kepler scopre la prima terra abitabile


Era nell'aria da tempo. La NASA ha confermato la scoperta del iprimo pianeta terrestre abitabile, vicino ad una stella simile al Sole.
Questa scoperta presentata assieme ad altri 11 nuovi piccoli pianeti candidati nella loro zona abitabile, segna un'altra pietra miliare nel cammino per trovare la vita aliena nel cosmo


Kepler-452b è il più piccolo pianeta finora scoperto in orbita nella zona abitabile intorno ad una stella di tipo G2 come il nostro Sole. La conferma di Kepler-452b porta il numero totale degli esopianeti a 1.030.

"Nel ventesimo anniversario dalla scoperta del primo esopianeta, ci stiamo avvicinando a quelli più simili alla Terra", ha dichiarato John Grunsfeld, amministratore associato del Science Mission Directorate della NASA presso il quartier generale dell'agenzia a Washington.

Kepler-452b è il 60% più grande della Terra ed è considerato una "super terra". Mentre la sua massa e la composizione non sono ancora determinati, ricerche precedenti suggeriscono che i pianeti delle dimensioni di Kepler-452b hanno una buona probabilità di essere rocciosi.

Kepler-452b è più grande della Terra ma la sua orbita di 385 giorni è solo il 5% più lunga. Il pianeta è il 5% più distante dalla sua stella Kepler-452 rispetto alla Terra dal Sole. La sua età è di 6 miliardi di anni, 1,5 miliardi anni più vecchio del nostro Sole, ha la stessa temperatura, ma è il 20% più luminoso e ha un diametro del 10% in più.

"Possiamo immaginare Kepler-452b come un vecchio e più grande cugino della Terra", ha detto Jon Jenkins, che ha scoperto Kepler-452b. "È maestoso pensare che questo pianeta abbia speso 6 miliardi di anni nella zona abitabile della sua stella, avendo una notevole opportunità per sviluppare la vita e le condizioni per la vita necessarie".

Per contribuire a confermare la scoperta e meglio determinare le proprietà del sistema Kepler-452, il team ha condotto le osservazioni terrestri presso l'Università del Texas all'Austin McDonald Observatory, all'Osservatorio Fred Lawrence Whipple sul Monte Hopkins, in Arizona, e al WM Keck Observatory in cima Mauna Kea alle Hawaii. Queste misurazioni sono state fondamentali per i ricercatori al fine di confermare la natura planetaria di Kepler-452b, per affinare le dimensioni e la luminosità della sua stella e ridurre le dimensioni del pianeta e conoscere la sua orbita.

Il sistema di Kepler-452 si trova a 1.400 anni luce di distanza dalla Terra, nella costellazione del Cigno. Il documento di ricerca che ha segnalato il ritrovamento è stato accettato per la pubblicazione sull'Astronomical Journal.

Oltre a confermare Kepler-452b, il team di Kepler ha aumentato il numero di nuovi candidati esopianeti a 521 dalle loro analisi di osservazioni condotte tra il maggio 2009 ed il maggio del 2013, mentre il numero dei pianeti candidati rilevati dalla missione Kepler è di 4.696. I candidati richiedono osservazioni e analisi di inseguimento per verificarne a loro reale esistenza.

Dodici dei nuovi candidati pianeti, hanno un diametro compreso tra le 1-2 volte quello terrestre, ed orbitano nella zona abitabile della loro stella. Di questi, nove orbitano attorno a stelle simili al nostro Sole in termini di dimensioni e temperatura.

"Siamo stati in grado di automatizzare completamente il nostro processo di identificazione dei candidati pianeti, il che significa che possiamo finalmente valutare ogni segnale di transito tra i dati, in modo rapido e uniforme", ha dichiarato Jeff Coughlin, scienziato presso l'Istituto SETI a Mountain View in California, che ha condotto le analisi. "Questo dà agli astronomi una popolazione statisticamente valida di candidati per determinare con precisione il numero di piccoli pianeti, forse rocciosi come la Terra, nella nostra galassia Via Lattea".

Gli scienziati ora stanno producendo l'ultimo catalogo basato sul set di dati di quattro anni della missione Kepler. L'analisi finale sarà condotta utilizzando il sofisticato software sempre più sensibile alle minuscole tracce rivelatrici di pianeti di dimensioni terrestri.

Traduzione e adattamento a cura di Di Paola Vito

Fonte http://www.sciencedaily.com/releases/2015/07/150721193957.htm






domenica 12 luglio 2015

New Horizons ci mostra Plutone


Dopo più di nove anni, tre miliardi di miglia percorsi nello spazio aperto, la sonda della NASA, New Horizons, è ormai prossima a raggiungere il pianeta nano, Plutone.

Nelle prime ore del mattino dell'8 luglio, gli scienziati della missione, hanno ricevuto questa nuova visione di Plutone, la più dettagliata foto ma fatta da una sonda umana, realizzata dal Reconnaissance Imager Long Range (LORRI), la camera ad alta risoluzione a bordo di New Horizons.

L'immagine è stata scattata il 7 luglio, quando la sonda era posta a poco meno di 5 milioni miglia (8 milioni di chilometri) da Plutone, ed è la prima ad essere ricevuta da quando l'anomalia del 4 luglio avevo fatto tremare la NASA, ponendo la sonda in "safe mode".

Questo lato di Pluto è dominato da tre grandi regioni con diversa luminosità. Il più importante è una caratteristica scura allungata all'equatore, informalmente conosciuto come "la balena", e una grande zona luminosa a forma di cuore misura circa 2.000 km a destra. Sopra tali caratteristiche è posta una regione polare con luminosità intermedia.

"La prossima volta che vedremo questa parte di Plutone in avvicinamento, sarà ripresa con una risoluzione circa 500 volte meglio di quello che vediamo adesso.



Traduzione a cura di Di Paola Vito

Fonte

Science Daily









sabato 15 febbraio 2014

Là dove osa Voyager 1





I risultati dell’Interstellar Boundary Explorer della NASA, pubblicati oggi su Science, sono coerenti con quelli raccolti dagli osservatori terrestri per raggi cosmici. E mostrano come i confini dell’eliosfera siano plasmati dal campo magnetico interstellare.

Com’è orientato il campo magnetico della nostra galassia? L’ago della bussola, quello che potrebbe indicarci la risposta, potrebbe essere un misterioso nastro d’energia e particelle ai confini del Sistema solare. Un nastro sottile e circolare, del quale già avevamo reso conto qui su Media INAF, la cui struttura è delineata da un’intensa emissione di atomi neutri. Individuata da IBEX – l’Interstellar Boundary Explorer della NASA – già nel 2009 catturando particelle a energie relativamente basse (nell’ordine delle centinaia di KeV), la struttura a nastro risulta ora confermata anche da osservazioni a energie dieci ordini di grandezza più elevate, nella scala dei TeV: quelle ottenute da esperimenti come Milagro, As-gamma e IceCube catturando raggi cosmici di provenienza interstellare.

La direzione del campo magnetico galattico, rimasta fino a oggi sconosciuta, potrebbe essere il tassello mancante per comprendere come la forma dell’Eliosfera – la gigantesca bolla che avvolge l’intero Sistema solare – sia modellata dal campo magnetico interstellare, scrivono gli autori dello studio, coordinato da Nathan Schwadron della University of New Hampshire, pubblicato oggi online su Science Express. Di conseguenza, ci aiuterebbe a capire meglio anche come l’eliosfera riesca a proteggerci dai pericolosi raggi cosmici provenienti dalla galassia.

Una misura, questa della direzione del campo magnetico interstellare, che gli autori dello studio suggeriscono di compiere in tandem con il più remoto avamposto dell’umanità: la sonda Voyager 1, la prima a essersi addentrata nello spazio interstellare. E a oggi la sola, insieme alla sorella Voyager 2, in grado di raccogliere informazioni di prima mano dai confini dell’eliosfera. La direzione del campo magnetico interstellare che si deduce dai dati inviati da Voyager 1, a dire il vero, è diversa da quella indicata da IBEX. Una discrepanza che ovviamente pone interrogativi agli scienziati, ma che non necessariamente implica un errore da parte di una delle due sonde. L’incongruenza, suggeriscono i ricercatori, potrebbe essere dovuta solo al diverso insieme di dati analizzati: molto puntuali, raccolti in un luogo e in un periodo di tempo ben circoscritti nel caso di Voyager 1; mediati su grandi distanze nel caso di IBEX.

«È un’epoca affascinante. Solo cinquant’anni», ricorda Schwadron, «fa eravamo ancora alle prese con le prime misure del vento solare, e cominciavamo appena a capire qualcosa della natura di ciò che accade nello spazio immediatamente oltre la Terra. Oggi stiamo muovendo i primi passi in un territorio ancora tutto da esplorare indagando la fisica al di là dell’eliosfera».

Per saperne di più:
Leggi su Science l’articolo “Rays Related to the Sun’s Local Galactic Environment from IBEX”, di N. A. Schwadron, F. C. Adams, E. R. Christian, P. Desiati, P. Frisch, H. O. Funsten, J. R. Jokipii, D. J. McComas, E. Moebius e G.P. Zank

Foto in alto:
L’intensità dei raggi cosmici (in alto) messa a confronto con quanto predetto dai modelli che si basano sui dati di IBEX (in basso). La buona corrispondenza fra osservazioni e previsioni, evidenziata dal colore delle diverse regioni, avvalora la stima di IBEX della direzione locale del campo magnetico galattico. Crediti: Nathan Schwadron, UNH-EOS.

A cura di Marco Malaspina

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2014/02/13/ibex-eliosfera/

Supportaci:








giovedì 13 febbraio 2014

La danza delle aurore di Saturno

Immagini all'infrarosso e all'ultravioletto scattate dalla sonda Cassini della NASA e dall'Hubble Space Telescope. Si vedono aurore attive ai poli di Saturno. Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Colorado/Central Arizona College and NASA/ESA/University of Leicester and NASA/JPL-Caltech/University of Arizona/Lancaster University

Grazie alle spettacolari e dettagliate riprese del telescopio spaziale Hubble e della sonda Cassini gli scienziati stanno indagando come si generano ed evolvono questi fenomeni sul pianeta gigante, scoprendo similitudini e differenze rispetto a quelle che avvengono sulla Terra.

Gli astronomi sono da sempre affascinati dalle aurore che si verificano sul pianeta Saturno e spesso vengono pubblicate foto di questo fenomeno osservato per la prima volta nel 1979, quando Pioneer 11 fotografò i poli del pianeta illuminati in ultravioletto. Lo spettacolare fenomeno è frutto dell‘interazione tra la magnetosfera e la ionosfera. Mentre l‘Hubble Space Telescope della NASA, in orbita intorno alla Terra, è stato in grado di osservare le aurore settentrionali nelle lunghezze d’onda ultraviolette, la sonda Cassini della NASA, in orbita attorno a Saturno, ha ottenuto close-up complementari della parte settentrionale, meridionale e della faccia non visibile dalla Terra agli infrarossi, in luce visibile e nelle lunghezze d’onda ultraviolette. Quello che è stato ottenuto è il dettaglio di una coreografia unica ai due poli del sesto pianeta del Sistema solare che mostra la complessità e la bellezza delle aurore.
A differenza della Terra, dove il magnifico spettacolo dura solo poche ore, su Saturno l’aurora può brillare anche per diversi giorni. La NASA, infatti, è stata in grado di osservare questo fenomeno dal 5 aprile 20 maggio 2013. Le immagini provenienti dall’UVIS (spettrometro ultravioletto), montato su Cassini e ottenute da un’insolita distanza ravvicinata, hanno fornito uno sguardo alle diverse caratteristiche delle deboli emissioni su una scala di poche centinaia di chilometri. Per gli esperti è ormai certo che il fenomeno sia legato alle variazioni causate dal vento solare che entra nell’atmosfera di Saturno: i gas fluorescenti presenti nell’alta atmosfera emettendo lampi di luce a diverse lunghezze d’onda formando le aurore che circondano i poli. Sempre più accreditata è, però, anche l’ipotesi che le aurore siano provocate dal campo magnetico dei due poli del pianeta.




Nel video si vede anche una zona particolarmente luminosa dell’aurora che ruota in sincronia con la luna di Saturno Mimas. In precedenza altre immagini ottenute con l’UVIS avevano mostrato un punto luminoso aurorale intermittente legato elettricamente alla luna Encelado, un flusso di particelle cariche che viaggia dalla luna ghiacciata a Saturno, interagendo con il suo intenso campo magnetico e generando deboli aurore, un po’ come accade su Giove. I nuovi dati suggeriscono, quindi, che anche un’altra luna è in grado di influenzare lo spettacolo di luci su Saturno. ”Le immagini che abbiamo ottenuto sono le migliori finora per quanto riguarda i rapidi cambiamenti nelle emissioni aurorali”, ha detto Wayne Pryor, del Central Arizona College. “Alcuni punti sono più luminosi e si accendono ad intermittenza nelle immagini. Altre zone, invece, sono perennemente illuminate e ruotano attorno al polo, ma più lentamente rispetto alla velocità di rotazione di Saturno”, ha aggiunto.



aurora saturno polo nord polo sud


I nuovi dati ottenuti da Cassini e da Hubble stanno aiutando gli astronomi a risolvere anche alcuni misteri sulle atmosfere dei pianeti giganti gassosi. “Gli scienziati si sono chiesti perché le zone alte delle atmosfere di Saturno e  degli altri giganti gassosi sono riscaldate ben oltre quello che potrebbe essere normalmente previsto per la loro distanza dal Sole”, ha detto Sarah Badman, ricercatrice per la missione Cassini presso l’Università di Lancaster (Gb). “Guardando questa sequenza di immagini, realizzata da diversi strumenti, capiamo dove l’aurora colpisce e riscalda l’atmosfera”.
Attraverso i dati in luce visibile, invece, i ricercatori hanno potuto studiare i colori delle aurore. A differenza di quelle sulla Terra, che sono verdi nella parte bassa e rosse in alto, su Saturno sono rosse nella parte bassa e viola nella parte alta. Come sul nostro Pianeta, le aurore possono essere a forma di tenda che fluttua nel vento oppure a fiamma con le sembianze di fuoco che brilla in lontananza. Può assumere anche l’aspetto di un bagliore diffuso o di raggi isolati che si formano e scompaiono. Ma perché la differenza di colore? Sulla Terra la colorazione dipende dalla presenza di molecole di azoto e ossigeno eccitato, mentre su Saturno dalla presenza di molecole di idrogeno eccitate (ciò vuol dire che assorbono radiazioni ed emettono luce visibile). ”Ci aspettavamo di vedere un po’ di rosso nelle aurore di Saturno, dato che l’idrogeno emette una luce rossa quando si agita, ma sapevamo anche che potevano esserci variazioni di colore a seconda delle energie delle particelle cariche che bombardano l’atmosfera e della sua densità”, ha spiegato Ulyana Dyudina, del team di imaging presso il California Institute of Technology, Pasadena, California.
Un altro gruppo di ricercatori sta analizzando i dati raccolti nello stesso periodo dai i due telescopi terrestri del W.M. Keck Observatory alle Hawaii e dall’Infrared Telescope Facility della NASA. I risultati aiuteranno a capire come le particelle vengono ionizzate (caricate) nell’atmosfera alta di Saturno e li aiuterà a mettere in ordine un decennio di osservazioni terrestri di Saturno in prospettiva, perché possono vedere che cosa cosa disturba e interferisce nei dati che provengono dall’atmosfera terrestre.

A cura di Elena Ferroni



Stiamo cercando collaboratori

clicca qui e vai al sito di PRclick e inizia subito a lavorare da casa

sabato 28 dicembre 2013

Scoperte Nane Brune Vicino al nostro Sole



Gli astronomi hanno individuato i segni di un possibile pianeta extrasolare in un sistema di stelle gemelle fallite. Se confermato, il mondo alieno sarebbe uno dei più vicini al nostro Sole mai trovato.

Gli scienziati hanno scoperto la coppia di nane brune, lo scorso anno a soli 6,6 anni luce dalla Terra, la coppia è il terzo sistema più vicino al nostro Sole.
In realtà è così vicino che "le trasmissioni televisive del 2006 stanno ormai arrivando", ha detto Kevin Luhman, del Centro di Penn State per i Pianeti extrasolari e i Mondi Abitabili, quando ha annunciato la loro scoperta nel mese di giugno.

Il sistema di nane brune, soprannominato da Luhman 16AB ed è ufficialmente classificato come WISE J104915.57-531906, ed è leggermente più distante della stella di Barnard, una nana rossa posta a 6 anni-luce di distanza, scoperta nel 1916. Ancora più vicino al nostro Sole c'é il sistema di Alpha Centauri, le cui due stelle principali formano un sistema binario posto a circa 4,4 anni luce di distanza. Il pianeta Alpha Centauri Bb in orbita ad una delle stelle nel sistema di Alpha Centauri, detiene attualmente il titolo di più vicino pianeta extrasolare al nostro sistema solare.

Le nane brune sono state avvistate nei dati di Wide-field Infrared Survey Explorer della NASA (WISE), che ha trasmesso a terra circa 1,8 milioni di immagini di asteroidi, stelle e galassie nel corso della sua ambiziosa missione di 13 mesi per scansionare l'intero cielo.

Henri Boffin dell'Osservatorio europeo meridionale (ESO) ha guidato un team di astronomi che cercano di saperne di più sui nostri vicini. Il gruppo ha utilizzato il sensibile strumento FORS2 montato sul Very Large Telescope dell'ESO al Paranal in Cile per prendere le misure astrometriche degli oggetti durante una campagna di osservazione di due mesi da aprile a giugno 2013. (L'astrometria comporta il monitoraggio dei movimenti precisi di una stella nel cielo.)





Questo diagramma illustra le posizioni dei sistemi stellari più vicini al Sole e gli anni della loro scoperta. Il sistema binario WISE J104915.57-531906 è il terzo sistema più vicino al Sole e il più vicino trovato in un secolo.

"Siamo stati in grado di misurare le posizioni di questi due oggetti con una precisione di pochi milli-secondi d'arco", ha detto Boffin in un comunicato. "È come una persona a Parigi in grado di misurare la posizione di qualcuno a New York con una precisione di 10 centimetri".

Il team ha scoperto che entrambe le nane brune hanno una massa dalle 30 alle 50 volte la massa di Giove. (A titolo di confronto, la massa del nostro Sole è di circa 1.000 masse di Giove.) Poiché la loro massa è così bassa, richiedono circa 20 anni per completare un'orbita intorno all'altra, gli astronomi hanno detto.
Il team di Boffin ha anche scoperto lievi perturbazioni nelle orbite di questi oggetti durante il loro periodo di osservazione di due mesi. Essi ritengono che un terzo oggetto, forse un pianeta attorno ad una delle due nane brune, potrebbe essere dietro a queste lievi variazioni.

"Ulteriori osservazioni sono necessarie per confermare l'esistenza di un pianeta", ha detto Boffin in un comunicato. "Il sistema potrebbe anche essere triplo!".

Finora, solo otto pianeti extrasolari sono stati scoperti intorno a nane brune, attraverso la microlensing e le imaging dirette. Il team ha aggiunto che il potenziale pianeta Luhman 16AB potrebbe essere il primo pianeta alieno scoperto tramite l'astrometria, se confermato.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Astronomy and Astrophysics. È disponibile on-line sul sito Arxiv.

A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://space.com/23985-alien-planet-nearby-brown-dwarfs.html

Sponsor:










mercoledì 4 dicembre 2013

La Spettacolare Aurora Su Saturno



Siamo tutti affascinati dalle aurore boreali sulla Terra, ma ancora più spettacolari sono quelle che si osservano nel resto del Sistema solare. Come sul gigante gassoso, dove l'aurora può durare anche diversi giorni. Si formano ai poli quando il vento solare interagisce con i gas presenti nell'alta atmosfera.

È uno degli eventi più affascinanti e attesi dell’anno. L’aurora di Saturno, osservata per la prima volta nel 1979 (quando Pioneer 11 osservò i poli del pianeta illuminati in ultravioletto), stupisce per la sua bellezza ancora a distanza di decenni. Siamo abituati a osservare sulla Terra le aurore boreali, che si formano a causa dell’interazione delle particelle cariche provenienti dal Sole con la ionosfera terrestre.

Le aurore, però, sono un fenomeno tipico anche in altri pianeti del Sistema solare, come appunto Saturno. In questo caso il gigante gassoso presenta analogie con la Terra: anche in questo caso le aurore si formano ai poli quando il vento solare interagisce con i gas presenti nell’alta atmosfera. I gas fluorescenti, emettendo lampi di luce a diverse lunghezze d’onda. Come si vede nell’immagine della NASA, l’aurora è molto alta, cioè si entra di diverse centinaia di chilometri oltre i poli del pianeta. A differenza della Terra, dove il magnifico spettacolo dura solo poche ore, su Saturno l’aurora può brillare anche per diversi giorni.

Su Saturno si ha abbondanza di idrogeno (a differenza della Terra, che ha un’atmosfera in cui prevale ossigeno e azoto) e quindi il miglior modo per osservare le sue emissioni aurorali è utilizzare gli occhi elettroni di telescopi spaziali e sonde nelle lunghezze d’onda infrarosso ed ultravioletto. Le prime immagini delle aurore ultraviolette di Saturno furono poi ottenute dal telescopio spaziale Hubble nel 1994/95 e poi le 1997.

A cura di Eleonora Ferroni

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/12/04/lo-spettacolo-dellaurora-di-saturno/

Sponsor:









- Posted using BlogPress from my iPhone

La NASA cerca acqua su Venere




Gli esperti sono sicuri che in passato sul secondo pianeta del Sistema solare sia esistita una grande quantità di acqua, tanto da formare oceani, laghi e fiumi. Il Venus Spectral Rocket è stato lanciato ieri e per 8 minuti, a un'altitudine di 110 km, ha osservato la parte più altra dell'atmosfera venusiana in cerca di idrogeno e deuterio (alla base della formula chimica dell'acqua).

È passata solo una settimana dal lancio diMAVEN, la nuova sonda che orbiterà fra nove mesi attorno a Marte, e la NASA ha già mandato in orbita un razzo per studiare l’atmosfera di Venere. Si chiama Venus Spectral Rocket (VeSpR) ed è stato lanciato ieri dalla base di White Sands.

Perché due lanci così ravvicinati? Kelly Fast, ricercatrice anche del progetto MAVEN, ha detto che “è appropriato che le due sonde siano state lanciate a una distanza di tempo ravvicinata proprio perché entrambe studieranno l’atmosfera di un pianeta”. L’unica differenza è che, mentre MAVEN orbiterà attorno al Pianeta rosso, VeSpR rimarrà sopra la Terra.

VeSpR è un sistema a due fasi che combina un missile Terrier – originariamente costruito come un missile terra-aria e poi riproposto per sostenere le missioni scientifiche – e un razzo Black Brant Mk1 al cui interno è stato montato un telescopio. L’integrazione dei due razzi è stata realizzata presso la NASA Wallops Flight Struttura in Virginia. La sonda ha analizzato l’atmosfera di Venere tramite iraggi ultravioletti emessi dal pianeta stesso. In questo modo gli esperti potranno ricostruire buona parte della storia di Venere.

Questo tipo di rilevamenti sono stati finora impossibile con le strumentazioni a terra perché la nostra atmosfera assorbe la maggior parte dei raggi UV provenienti dallo spazio. Proprio per questo motivo il razzo ha portato la sonda a 110 chilometri da altezza dalla superficie terrestre, dove la nostra atmosfera è decisamente più sottile.

Cosa cercano gli esperti della NASA? I ricercatori sanno che l’atmosfera di Venere contiene una piccola quantità di acqua, ma sono convinti che in passato sul pianeta ce ne fosse tanta da formare un oceano. Per questo il team cercherà di determinare se l’acqua si trovi solo negli strati alti dell’atmosfera (dove le temperature sono decisamente inferiori) o sia evaporata dalla superficie del pianeta nel corso di migliaia di anni. Gli studiosi ipotizzano che possano essere esistiti fiumi, laghi e, addirittura, acqua allo stato solido (quindi ghiaccio).

La chiave della ricerca sta tutta nella quantità di idrogeno e deuterio (una versione più pesante dell’idrogeno) che è rimasta nell’atmosfera. Entrambi, ovviamente, in presenza di ossigeno possono creare l’acqua sia sotto forma di H2O che come HDO. La ricerca non sarà facile perché i raggi UV provenienti dal vicino Sole hanno perlopiù sbrindellato l’atmosfera venusiana e proprio perché le molecole di idrogeno sono leggere sono anche le più volatili. I ricercatori hanno scoperto che la quantità di idrogeno e deuterio possono variare a diverse altezze nell’atmosfera, il che potrebbe cambiare i loro calcoli. Per risolvere l’incertezza, VeSpR farà misurazioni in particolare nella parte alta dell’atmosfera.

La NASA in passato aveva già provato a studiare l’atmosfera di Venere con la missione del 1978 Pioneer. Già allora gli studiosi avevano ipotizzato la presenza di acqua in abbondanza sul pianeta. Adesso si cercano prove certe. Il telescopio montato su VeSpR ha osservato il pianeta per 8 minuti e i dati sono stati trasmessi in tempo reale sulla Terra. Il razzo poi è stato recuperato con un paracadute e verrà utilizzato per successioni osservazioni in orbita attorno al nostro pianeta.


A cura di Eleonora Ferroni

Fonte: http://www.media.inaf.it/2013/11/26/la-nasa-cerca-lacqua-su-venere/









giovedì 22 agosto 2013

WISE ritorna in attività





La missione Wide-field Infrared Survey Explorer della NASA verrà riattivata a settembre per continuare lo studio e la ricerca dei near-Earth objects. Dal 2009 al 2011 ha catalogato circa 560 milioni di oggetti e corpi rocciosi come asteroidi e comete, grazie alle sue potenti ottiche a infrarossi.

Le ferie prima o poi finiscono per tutti e anche alcune le sonde spaziali, con la fine di agosto, devono tornare a regime. E’ il caso di WISE (Wide-field Infrared Survey Explorer), la sonda della NASA lanciata nel 2009 che ha scoperto e studiato decine di migliaia di asteroidi nel nostro Sistema solare prima di essere posta in ibernazione nel febbraio del 2011, quando i suoi strumenti sono stati spenti.

I ricercatori del JPL hanno deciso che da settembre prossimo la sonda ricomincerà la sua attività per i prossimi tre anni, alla ricerca di NEO (near-Earth objects), ovvero asteroidi che orbitano a meno di 45 milioni di chilometri dalla Terra. WISE tornerà ad usare il suo telescopio con uno specchio da 40 centimetri di diametro e le sue ottiche a infrarossi alla ricerca di circa 150 oggetti, studiandone la forma, le caratteristiche e la riflettività insieme ad altri 2000 già scoperti in passato.

Durante la sua attività WISE ha raccolto circa 7500 immagini ogni giorno fino a febbraio 2011 (circa 2,7 milioni in tutta la missione). Nell’ambito del progetto NEOWISE della NASA, la sonda è stata la protagonista della più dettagliata ricerca mai realizzata sui NEO. Proprio perché gli asteroidi non emettono ma riflettono la luce, le ottiche a infrarossi di WISE sono degli strumenti potenti per catalogare e studiare la popolazione degli asteroidi. Solo nel 2010 la sonda ha studiato 158mila corpi rocciosi tra i 600mila conosciuti, tra cui 21 comete, più 34mila asteroidi nella cintura tra Marte e Giove e 135 near-Earth objects.

Amy Mainzer, principal investigator di NEOWISE al Jet Propulsion Laboratory, ha detto che la sonda “non solo ci permette di studiare al meglio gli asteroidi e le comete, ma ci permette di programmare al meglio le future missioni nello spazio”.

Foto:
Credit: NASA/JPL-Caltech

A cura di Eleonora Ferroni

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/30/buchi-neri-affamati-e-super-veloci/

Sponsor:

La Tisana Buddista

La ragazza ha perso oltre 21 kg in modo naturale con questa tisana naturale!!!

sabato 17 agosto 2013

Un Pianeta Alieno Ai Raggi X





Per la prima volta in assoluto, l’occultazione di una stella da parte di un pianeta al di fuori del Sistema solare è stata osservata in banda X. A rilevarla, i telescopi spaziali Chandra della NASA e XMM-Newton dell’ESA. Il mondo alieno è HD 189733b, già noto come l'esopianeta blu.

Sono trascorsi quasi vent’anni dalla scoperta del primo pianeta extrasolare, e da allora ne sono stati visti a migliaia intenti a transitare innanzi alla loro stella madre. Sempre, però, in luce visibile. Ora per la prima volta, complice un allineamento propizio, il fenomeno è stato rilevato in banda X. Protagonisti di quest’osservazione da record, il pianeta HD 189733b – in orbita attorno a una stella distante da noi 63 anni luce – e i due telescopi spaziali sensibili ai raggi X che hanno assistito al transito: Chandra della NASA e XMM-Newton dell’ESA.

HD 189733b – definito giusto qualche settimane fa, qui su Media INAF, “il pianeta dipinto di blu” – è un cosiddetto “Giove caldo” (il più vicino alla Terra fra quelli conosciuti), ovvero un esopianeta paragonabile, quanto a stazza, al nostro Giove, ma con un’orbita molto più stretta. Per la precisione, la distanza fra HD 189733b e la sua stella è 30 volte più piccola di quella che separa la Terra dal Sole. E un anno, lassù, dura appena 2.2 giorni.

Un’osservazione senza precedenti, dunque, questa messa a segno da Katja Poppenhaeger dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA) e colleghi. Ma soprattutto un risultato che apre la strada a nuove scoperte. Studiare un esopianeta in banda X offre infatti la possibilità di ottenere informazioni preziosissime sulla composizione della sua atmosfera. HD 189733b, proprio per la sua relativa prossimità alla Terra, era già da tempo nel mirino degli astronomi.

Dai dati raccolti con la sonda Kepler e il telescopio spaziale Hubble era emersa la presenza, nella sua atmosfera, di particelle di silicati, responsabili della sua caratteristica colorazione blu. L’osservazione con Chandra e XMM Newton offre ora nuovi indizi sullo spessore e sulla composizione della sua atmosfera. Durante i transiti, i due telescopi spaziali hanno infatti rilevato una diminuzione della luce in banda X tre volte superiore alla corrispondente diminuzione in banda visibile. «I dati a raggi X suggeriscono l’esistenza di strati estesi, nell’atmosfera del pianeta, trasparenti alla luce ottica ma opachi ai raggi X», spiega Jurgen Schmitt, dell’Hamburger Sternwarte (Germania), uno dei coautori dell’articolo in uscita su The Astrophysical Journal. «Tuttavia, per averne certezza, occorrono altri dati».

A cura di Marco Malaspina

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/30/pianeta-a-raggi-x/

Foto di apertura:
Crediti: X-ray: NASA/CXC/SAO/K.Poppenhaeger et al;
Illustrazione: NASA/CXC/M.Weiss

Sponsor:
Il tuo sito web...? (clicca sulla foto)

Sito WORDPRESS o ECOMMERCE? Tutto quello che ti serve, incluso template grafico, solo 7,5 Euro al mese su MISTERHOSTING.it

La Tisana Buddista

Ho perso oltre 21 kg in modo naturale con questa tisana naturale! Grazie!!!

venerdì 16 agosto 2013

Quel puntino siamo noi!!!





La sonda Cassini ha realizzato il 19 luglio un'immagine del nostro pianeta vista dal sistema di Saturno. Per ora ancora grezza, verrà elaborata nei prossimi mesi, e continuerà la tradizione di immagini della Terra dai confini del Sistema solare iniziata dal famoso "pale blue dot" ripreso da Voyager nel 1990.

Speriamo che il 19 luglio, alle ore 23:30 circa, non abbiate dimenticato di fermarvi, di smettere di rimuginare i soliti pensieri quotidiani, di guardare verso l’alto e sorridere. E che quel sorriso fosse degno di superare alla velocità della luce l’orbita di Marte, attraversare indenne la fascia degli asteroidi, lambire Saturno e dopo un viaggio di 80 minuti circa imprimersi nella CCD della camera di Cassini, insieme a miliardi di altri sorrisi. In un segno di poco più di un pixel.

Quella di oggi potrebbe sembrare solo un’altra “semplice” fotografia della Terra scattata dallo spazio, un’immagine raw (grezza) e bisognerà aspettare i prossimi mesi per vederla pulita, sistemata e rimontata in un ritratto inedito del sistema di Saturno comprensivo della Terra. Il clamore mediatico che l’ha preceduta e l’invito della NASA rivolto a tutti i terrestri di partecipare all’evento spaziale (realizzando anche un gruppo Flicker di proprie immagini del momento) sembrano in contraddizione con i pochi sgranati pixel che dovrebbero rappresentare la Terra ripresa dall’orbita di Saturno.






La Terra vista da Cassini a Saturno nel 2006. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute

In realtà l’immagine di oggi va vista come il frutto di un progetto iniziato decine di anni fa, agli albori dell’esplorazione spaziale e che ha un obiettivo semplice e geniale: scattarci una foto dai confini del Sistema Solare. Realizzare una immagine dalla quale risulti chiaro come l’Essere umano sia piccolo (parlando di mere dimensioni fisiche) e contemporaneamente, come sia incredibilmente grande (in termini di ambizione scientifica e umana).

Tracciando a ritroso la storia di questo progetto torniamo al 15 settembre 2006, quando Cassini già realizzò un’impresa simile da una distanza dalla Terra di 1,5 miliardi di km. Questa volta il ritratto era in colori naturali e la Terra compariva con un accenno di Luna, tra gli anelli del sistema di Saturno (nel box dell’immagine originale), in controluce rispetto alla luce del Sole. La scelta di inquadrare la Terra con questa particolare illuminazione è stata fatta dal team di Cassini per non rischiare di rovinare la CCD della sonda con la luce diretta della nostra stella.

A onor di cronaca, Cassini non è stata la prima a tentare l’impresa. Era il 14 febbraio 1990 quando la sonda Voyager 1 dall’orbita di Nettuno a circa sei miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, scattò una fotografia del pianeta Terra, un minuscolo, quasi indistinguibile puntino. L’idea di girare la fotocamera della sonda e scattare quella foto così assurda e così preziosa è stata del geniale astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan. A prima vista, la Terra appariva in quell’immagine come un puntino di 0,12 pixel quasi indistinguibile nella luce verde del Sole (inevitabile nel realizzare un’immagine di una zona così vicina al Sole).






La Terra ripresa dalla sonda Voyager 1 il 14 febbraio 1990

E se siete scettici e faticate a distinguere in quei pochi pixels una delle immagini spaziali più famose ed evocative, nota al mondo come il “pale blue dot”, fermatevi un attimo. Come scrisse Sagan (che cito per intero), considerate ancora quel puntino.

“Quel puntino è qui. Quel puntino è casa. Quel puntino è noi. Su di esso, tutti coloro che ami, tutte le persone che conosci, tutti quelli di cui hai mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto qui la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì. Su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di Sole.”

A cura di Livia Giacomini

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/22/quel-puntino-siamo-noi/

Foto di apertura:
Una delle immagini raw della Terra realizzate dalla Cassini il 19 Luglio 2013. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute

Sponsor:
Il tuo sito web...? (clicca sulla foto)

Sito WORDPRESS o ECOMMERCE? Tutto quello che ti serve, incluso template grafico, solo 7,5 Euro al mese su MISTERHOSTING.it
La Tisana Buddista

Ho perso oltre 21 kg in modo naturale con questa tisana naturale! Grazie!!!


Un ammasso, due gruppi di stelle





Un gruppo di astronomi, utilizzando l'Hubble Space Telescope della NASA e dell'ESA, ha determinato il moto orbitale di due distinte popolazioni di stelle in un antico ammasso globulare stellare, rivelando che si sono formate in tempi diversi e offrendo un raro sguardo sui primi giorni della Via Lattea.

Ancora una volta Hubble si rivela uno strumento indispensabile per le grandi scoperte spaziali. Infatti un gruppo di ricercatori guidati da Harvey Richer della University of British Columbia in Vancouver ha combinato le recenti osservazioni di Hubble con otto anni di osservazioni prese dall’archivio del telescopio per determinare i movimenti delle stelle nell’ammasso globulare 47 Tucanae, che si trova a circa 16.700 anni luce distanza nella costellazione meridionale del Tucano.

L’analisi ha permesso ai ricercatori, per la prima volta, di mettere in relazione il movimento delle stelle all’interno del cluster con la loro età. Le due popolazioni stellari presenti in 47 Tucanae hanno una differenza di età inferiore ai 100 milioni di anni. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista The Astrophysical Journal Letters.

“Quando si analizzano i movimenti delle stelle, più è lungo il tempo di osservazione, e più accuratamente possiamo misurare il loro movimento”, ha detto Richer. “Questi dati sono così buoni che possiamo effettivamente vedere i singoli movimenti delle stelle all’interno del cluster. I dati ci offrono prove dettagliate per cercare di capire come le diverse popolazioni stellari si sono formate nei cluster.”

Gli ammassi globulari della Via Lattea sono ciò che resta del processo di formazione della nostra galassia. 47 Tucanae ha più di 10,5 miliardi di anni ed è uno dei più brillanti dei 150 ammassi globulari della nostra galassia.

Alcuni precedenti studi spettroscopici hanno rivelato che molti ammassi globulari contengono stelle di diversa composizione chimica, suggerendo che vi siano stati più episodi di formazione stellare. Questa analisi di Hubble supporta quegli studi, ma aggiunge il moto orbitale delle stelle all’analisi.

Richer e il suo team hanno usato l’Hubble Advanced Camera for Surveys per osservare il cluster nel 2010. Hanno combinato queste osservazioni con 754 immagini d’archivio per misurare il cambiamento di posizione di oltre 30.000 stelle. Questi dati sono stati utilizzati anche per studiare il movimento delle stelle. Il team ha anche misurato la luminosità e la temperatura delle stelle.

L’archeologia stellare ha identificato due distinte popolazioni di stelle. La prima popolazione è costituita da stelle più rosse, che sono più vecchie, meno arricchite chimicamente, e orbitano su cerchi casuali. La seconda popolazione è costituita da stelle più blu, che sono più giovani, più arricchite dal punto di vista chimico, e si muovono in orbite più ellittiche.

La mancanza di elementi più pesanti nelle stelle rosse riflette la composizione iniziale del gas che ha formato il cluster. Dopo che le stelle più grandi hanno completato la loro evoluzione hanno espulso del gas arricchito con elementi più pesanti nel cluster. Questo, entrando in collisione con altro gas, ha formato un seconda generazione di stelle, più arricchita chimicamente, che si è concentrata verso il centro del cluster. Nel corso del tempo queste stelle si sono spostate lentamente verso l’esterno in orbite più ellittiche.

Questa non è la prima volta che Hubble ha rivelato la presenza di più generazioni di stelle in ammassi globulari. Nel 2007, i ricercatori di Hubble hanno trovato tre generazioni di stelle nel massiccio ammasso globulare NGC 2808.

A cura di Antonio Marro

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/19/un-ammasso-due-gruppi-di-stelle/

Foto:
Immagine dell’antico ammasso globulare 47 Tucanae. L’immagine a destra mette in risalto le migliaia di stelle dell’ammasso.
CREDIT: NASA, ESA, Digitized Sky Survey (DSS; STScI / AURA / UKSTU / AAO), H. Richer e J. Heyl (University of British Columbia), e J. Anderson e J. Kalirai (STScI))

Sponsor:
Il tuo sito web...? (clicca sulla foto)

Sito WORDPRESS o ECOMMERCE? Tutto quello che ti serve, incluso template grafico, solo 7,5 Euro al mese su MISTERHOSTING.it

La Tisana Buddista

Ho perso oltre 21 kg in modo naturale con questa tisana naturale! Grazie!!!

mercoledì 14 agosto 2013

Che aria si respira su Marte?





Due strumenti a bordo del rover Curiosity hanno studiato la composizione dell'atmosfera di Marte con una precisione mai raggiunta prima, studiano in particolare il rapporto tra gli isotopi di carbonio, idrogeno, ossigeno e argon. I dati raccontano la storia dell'atmosfera di Marte e confermano l'origine marziana di molti meteoriti giunti sulla Terra.

Non contento di scavare e raccogliere campioni di roccia marziana, il rover della NASA Curiosity sta anche annusando l’aria del pianeta rosso, per ottenere la più dettagliata analisi mai effettuata della sua atmosfera. Due articoli sul numero di questa settimana di Science contengono i dati raccolti finora dalla suite di strumenti dedicati a questa impresa, chiamata Sample Analysis at Mars. Il primo dei due articoli deriva dai dati raccolti dallo spettrometro TLS (tunable laser spectrometer), e ha come primo autore Chris Webster del Jet Propulsion Laboratory della NASA. L’altro si basa invece sulle osservazioni del Quadrupole Mass Spectrometer (QMS), ed è firmato da Paul Mahafft del NASA Goddard Space Flight Center.

I due studi confermano in buona parte quanto osservato negli anni Settanta dalle missioni Viking, ma raggiungendo una precisione molto maggiore. L’atmosfera marziana appare costituita da un mix di anidride carbonica (il gas più abbondante), argon, azoto, ossigeno e monossido di carbonio.

Come spiega Webster in una intervista a Science, il vero salto di qualità di queste misurazioni rispetto a quelle di Viking è il fatto di essere riusciti a misurare non solo la concentrazione delle diverse sostanze chimiche, ma anche dei diversi isotopi di ogni elemento chimico, ovvero le diverse “versioni” degli atomi di carbonio, ossigeno, idrogeno e così via, che si differenziano per il numero di protoni. “Sulla Terra, la misurazione degli isotopi ci racconta molte cose sulla biologia, la geologia, il cambiamento climatico, perché tutti questi processi influenzano le concentrazioni relative di isotopi. Su Marte, ci danno una vera e propria finestra sulla storia del pianeta, raccontandoci di impatti di comete ed eruzioni vulcaniche”.

Secondo Webster, i più importanti messaggi che emergono dai due studi è il fatto che l’atmosfera marziana non sembra essere cambiata un granché nell’ultimo miliardo di anni: gli eventi che hanno determinato la sua composizione attuale si sono verificati per lo più prima. L’altro aspetto è la conferma dell’effettiva origine marziana di molti meteoriti trovati sulla Terra, consentita dalla misura della concentrazione di Carbonio 13, che nelle molecole di anidride carbonica nell’atmosfera di Marte si trova con una ratio corrispondente a quella di quei meteoriti. “Il fatto che due strumenti che funzionano in modo molto diverso come TLS e QMS è molto rassicurante” spiega Webster.

Interessantissime anche le misurazioni delle concentrazioni relative di idrogeno e deuterio, la sua variante più pesante. “Sulla Terra, il rapporto tra idrogeno e deuterio ci racconta la storia dell’acqua, e ci aiuta a fare ipotesi su come sia arrivata sul nostro pianeta. Anche su, la misurazione del rapporto D/H (deuterio/idrogeno) è il primo passo verso una ricostruzione completa della storia dell’acqua su Marte e la sua interazione con l’atmosfera, e la storia dell’atmosfera a sua volta sarà il riferimento per una storia della chimica delle rocce”. Il fatto che su Marte ci sia molto deuterio e poco idrogeno semplice, spiega Webster, supporta l’idea che Marte abbia perso gran parte della sua atmosfera all’inizio della sua storia, 3 o 4 miliardi di anni fa per poi perderne solo una piccola porzione in tutto il periodo successivo.

A cura di Nicola Nosengo

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/18/che-aria-si-respira-su-marte/

Foto:
Il rover Curiosity (Credit: NASA)


Sponsor:
Il tuo sito web...? (clicca sulla foto)

Sito WORDPRESS o ECOMMERCE? Tutto quello che ti serve, incluso template grafico, solo 7,5 Euro al mese su MISTERHOSTING.it

venerdì 12 luglio 2013

Un Pianeta Blu Cobalto





Gli astronomi che utilizzano l'Hubble Space Telescope della NASA hanno dedotto il colore in luce visibile di un pianeta, in orbita intorno ad un'altra stella a 63 anni luce di distanza.

Se visto direttamente sarebbe simile ad un "punto blu", che ricorda il colore della Terra vista dallo spazio.
Ma la sua atmosfera diurna è di quasi 2.000 gradi Fahrenheit e forse piove vetro con venti a circa 4.500-miglia/h.

Il colore blu cobalto non proviene dalla riflessione di un oceano tropicale, ma da una vaga atmosfera di un blu tipo fiammelle e forse da nubi in alta quota con particelle di silicato.
La temperatura di condensazione dei silicati potrebbe formare piccolissime gocce di vetro che si disperdono la luce blu più di quella rossa.

Il mondo alieno assai turbolento, catalogato come HD 189733b, è uno degli esopianeti più vicini alla Terra, ed è stato intensamente studiato da Hubble e di altri osservatori e la sua atmosfera è drammaticamente mutevole ed esotica.
"Noi ovviamente non sappiamo molto sulla fisica e sulla climatologia delle nubi di silicato, per cui stiamo esplorando un nuovo campo della fisica dell'atmosfera", ha detto il membro del team Frédéric Pont, dell'Università di Exeter, Inghilterra sud-occidentale, il Regno Unito.

Il team ha utilizzato lo spettrografo sull'Hubble per misurare le variazioni del colore della luce dal pianeta prima, durante, e dopo il passaggio del pianeta dietro alla stella madre. Questa tecnica è possibile perché l'orbita del pianeta è inclinata vista dalla Terra, pertanto, passa ordinariamente davanti e dietro la stella.

Hubble ha misurato una piccola goccia di luce, circa una parte su 10.000: "Abbiamo visto la luce diventare meno brillante nel blu, ma non nel verde o nel rosso. Ciò significa che l'oggetto scomparso è azzurro perché la luce mancava nel blu, ma non nel colore rosso", ha detto Pont.

Lo studio é pubblicato sull'Astrophysical Journal Letters.
Dalle osservazioni precedenti erano emerse le evidenze della diffusione della luce blu sul pianeta. Ma questa ultima osservazione di Hubble dà conferma e lo evidenza, hanno detto i ricercatori.

Il pianeta HD 189733b è stato scoperto nel 2005. A distanza di solo 2,9 milioni di chilometri dalla sua stella, il pianeta è così vicino che è gravitazionalmente in "rotazione sincrona", in modo che un lato si affaccia sempre verso la stella e l'altro è sempre buio.

Nel 2007 il telescopio spaziale Spitzer della NASA ha misurato la luce infrarossa o calore, del pianeta. Questa osservazione ha prodotto una delle prime mappe di temperatura in assoluto di un pianeta extrasolare.
La mappa mostrava che le temperature del lato diurno e notturno differivano di circa 500 gradi Fahrenheit. Questa differenza di temperatura dovrebbe causare forti venti che corrono dalla parte in giorno alla parte in notte.

Le osservazioni complementari di Hubble nella luce visibile hanno ridotto le possibili contaminazioni di luce dal bagliore proprio del pianeta e si sono concentrate sulla composizione atmosferica.

Pont avverte che è difficile sapere esattamente che cosa causi il colore dell'atmosfera di un pianeta, anche per i pianeti del Sistema Solare. Per esempio, Giove è rossastro a causa di sconosciute molecole di colore rosso che trasporta nella sua alta atmosfera. Venere non riflette la luce ultravioletta (UV) a causa di un assorbitore UV sconosciuto presente nella sua atmosfera.
La Terra sembra blu dallo spazio perché gli oceani assorbono le lunghezze d'onda rosse e verdi più fortemente del blu. Inoltre, gli oceani riflettono il cielo terrestre, dove le più brevi lunghezze d'onda blu del Sole sono selettivamente disperse mediante l'ossigeno atmosferico e le molecole di azoto in un processo chiamato diffusione di Rayleigh.

A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/07/130711102859.htm

Foto:
(Credit: NASA, ESA, and G. Bacon (STScI))

Sponsor:
Il tuo sito web...? (clicca sulla foto)

Sito WORDPRESS o ECOMMERCE? Tutto quello che ti serve, incluso template grafico, solo 7,5 Euro al mese su MISTERHOSTING.it

giovedì 4 luglio 2013

Voyager 1 ancora sotto l'influenza solare





I dati di Voyager 1, ormai a più di 11 miliardi di miglia (18 miliardi chilometri) dal Sole, suggeriscono che sta diventare il primo oggetto costruito dall'uomo a raggiungere lo spazio interstellare.

La ricerca che utilizza i dati di Voyager , pubblicata sulla rivista Science, fornisce nuovi dettagli sulla regione di spazio che la navicella attraverserà prima di lasciare l'eliosfera (la bolla intorno al nostro Sole), ed entrare nello spazio interstellare.
Tre documenti descrivono l'ingresso di Voyager 1 in una regione chiamata "autostrada magnetica", in cui è presente il più alto tasso di particelle cariche provenienti dall'eliosfera e la loro progressiva scomparsa.
Gli scienziati hanno visto due dei tre segni dell'arrivo interstellare che si aspettavano: le particelle cariche che scompaiono come rimpicciolite lungo il campo magnetico solare e i raggi cosmici extragalattici che entrano, ma gli scienziati non hanno ancora visto il terzo segno, un brusco cambiamento nella direzione del campo magnetico, che rivelerebbe la presenza del campo magnetico interstellare.

Ed Stone, scienziato del progetto Voyager al California Institute of Technology di Pasadena ha dichiarato: "Se osserviamo i raggi cosmici e i dati delle particelle energetiche in isolamento, si potrebbe pensare che Voyager abbia raggiunto lo spazio interstellare, ma il team ritiene che non sia ancora arrivato perché siamo ancora nel dominio del campo magnetico del Sole".

Gli scienziati non sanno esattamente quanto lontano Voyager 1 debba andare per raggiungere lo spazio interstellare. Si stima che possano essere richiesti diversi mesi, o addirittura anni, per arrivarci.
L'eliosfera si estende per almeno 8 miliardi miglia (13 miliardi km) al di là tutti i pianeti del nostro Sistema Solare. È dominata dal campo magnetico del Sole e un vento ionizzato in espansione verso l'esterno.

Oltre l'eliosfera, lo spazio interstellare è pieno di materia proveniente da altre stelle e il campo magnetico presente nella regione della Via Lattea.

Voyager 1 e la sua astronave gemella, Voyager 2, furono lanciate nel 1977, viaggiando E analizzando Giove, Saturno, Urano e Nettuno, sul cammino della missione interstellare nel 1990.

Adesso le missioni delle Voyager è misurare le dimensioni dell'eliosfera.
Le analisi scientifiche si concentrano sulle osservazioni dei raggi cosmici fatte da maggio a settembre del 2012 ed altre ad aprile del 2013, dagli strumenti a bordo delle navicelle.
Voyager 2 è a circa 9.000 milioni miglia (15 miliardi chilometri) dal Sole, ancora dentro la eliosfera. Voyager 1 era a circa 11 miliardi di miglia (18 miliardi chilometri) dal Sole, il 25 agosto, quando ha raggiunto l'autostrada magnetica, conosciuta anche come regione di svuotamento verso lo spazio interstellare.

Questa regione permette alle particelle cariche di viaggiare dentro e fuori dall'eliosfera lungo una linea di campo magnetico liscia, invece di rimbalzare in tutte le direzioni, come se intrappolate su strade locali.
Per la prima volta in questa regione, gli scienziati potrebbero rilevare i raggi cosmici a bassa energia che hanno origine da stelle morenti.
"Abbiamo visto una scomparsa drammatica e rapida delle particelle solari originarie. Sono diminuite di intensità oltre 1.000 volte", ha detto Stamatios Krimigis, ricercatore principale strumento della particella alla Hopkins University Applied Physics Laboratory Johns a Laurel, nel Maryland.
"Non abbiamo mai assistito a una tale diminuzione precedentemente, tranne quando Voyager 1 uscì dalla magnetosfera di Giove, circa 34 anni fa".

Dal comportamento delle particelle cariche osservate dalla Voyager 1 viene indicato anche che il veicolo spaziale è ancora in una regione di transizione verso il mezzo interstellare. Mentre attraversava la nuova regione, le particelle cariche provenienti dall 'eliosfera, sono diminuite più rapidamente quelle lungo le linee del campo magnetico solare. Le particelle in moto perpendicolare al campo magnetico non sono diminuite come rapidamente.

Tuttavia, i raggi cosmici che si spostano lungo le linee di campo nell'autostrada magnetica, erano alquanto più popolosi di quelli in movimento perpendicolare. Nello spazio interstellare, la direzione delle particelle cariche in movimento non è previsto.
Nell'arco di circa 24 ore, il campo magnetico proveniente dal Sole ha iniziato ad accumularsi cambiando direzione, per oltre 2 gradi, ha detto Leonard Burlaga, autore principale di uno dei documenti presso il NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.
"Ma poiché non vi è stato alcun cambiamento significativo nella direzione del campo magnetico, stiamo ancora osservando le linee del campo originarie dal Sole".

Quando manca dunque all'uscita dalla sfera energenica solare?


Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130627140803.htm

Foto:
(Credit: ESO / M. Kornmesser)

Sponsor:
Per una serata sexy ci vuole un regalo sexy! (Clicca sulla foto per vedere gli articoli)

Descrizione: Leggings in lycra elastica, con bellissime stampe colorate e cinturina disegnata. Perfetti come da immagine. Da non perdere! Vita alta. Indumento femminile da abbinare a t-shirt e minigonne, pensato per donne solari e creative. Colore blu con stampe fantasia. Materiale: 85% Poliestere, 15% elastene. Taglia unica. Adatto per una taglia S e M, veste da una taglia 38 alla 44.
L9504.
LC7761-1.

domenica 23 giugno 2013

Due Galassie nel Caos





Il telescopio spaziale Hubble della NASA / ESA, ha prodotto questa vivida immagine di una coppia di galassie interagenti note come Arp 142.

Quando due galassie si avvicinano l'uno all'altra, cominciano ad interagire, causando cambiamenti spettacolari in entrambi gli oggetti. In alcuni casi possano scontrarsi fino a fondersi.

Proprio sotto il centro di questa immagine in blu, c'è la forma contorta della galassia NGC 2936, una delle due galassie interagenti, che formano Arp 142 nella costellazione di Hydra. Soprannominato "il pinguino" o "la focena" dagli astronomi dilettanti, NGC 2936 era una galassia a spirale standard prima di essere lacerata dalla gravità della sua compagna cosmica.
I resti della sua struttura a spirale si possono ancora vedere, l'ex agglomerato galattico, l'occhio del pinguino, attorno al quale è ancora possibile scorgere i resti delle braccia della galassia.

Queste braccia perturbate, ora formano un "corpo" di uccello cosmico con strisce luminose blu e rosse su tutta l'immagine. Queste striature ad arco in basso verso la vicina compagna di NGC 2936, la galassia ellittica NGC 2937, sono visibili qui come un brillante ovale bianco.

La coppia mostra una somiglianza con un pinguino che protegge il suo uovo.
Gli effetti di interazione gravitazionale tra le galassie possono essere devastanti.
La coppia in Arp 142 sono abbastanza vicine tra loro per interagire con violenza, scambiandosi materia e provocando il caos.

Nella parte superiore dell'immagine vi sono due stelle luminose, entrambe le quali si trovano in primo piano rispetto ad Arp 142. Uno di questi è circondato da una scia di materiale blu scintillante, che è in realtà un'altra galassia.
Questa galassia è ritenuta essere troppo lontana per avere un ruolo nell'interazione, lo stesso vale per le galassie intorno al corpo di NGC 2936. Sullo sfondo ci sono in blu e rosso, le forme allungate di molte altre galassie, che si trovano a grande distanza da noi, ma che possono essere viste dall'occhio acuto di Hubble.

Questa coppia di galassie è stata chiamata così dall'astronomo americano Halton Arp, il creatore dell'Atlante delle Galassie Peculiari, un catalogo di galassie originariamente pubblicato nel 1966.
Scelse i suoi obiettivi in ​​base alle loro strane apparizioni, ma gli astronomi più tardi si resero conto che molti degli oggetti nel catalogo di Arp erano infatti galassie che interagivano e si fondevano.

A cura di Arthur McPaul

Foto
(Credit: NASA, ESA, e Hubble (STScI / AURA))

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130620132225.htm

Sponsor:
Per una serata sexy ci vuole un regalo sexy! (Clicca sulla foto per vedere i dettagli)

Descrizione: Pantaloncini sexy con zip.
Bellissimi shorts in tessuto elastico oro, lucidi con zip sul davanti. Perfetti come da immagine. Da non perdere! Colore argento, taglia unica 38/42.
Composizioni:
- Polietilene 95%;
- Elastam 5%.
0000HO6901.

giovedì 20 giugno 2013

La Metamorfosi del ghiaccio lunare





Un gruppo di scienziati della Nasa e dell’università del New Hampshire ha forse risolto un mistero lunare: la formazione di idrogeno molecolare a partire dall'acqua ghiacciata nel cratere perennemente in ombra dove atterrò la missione LCROSS. I responsabili sono i raggi cosmici che penetrano sotto la superfice dissociano l’acqua facendola passare da H20 a H2.

I ricercatori del dell’Università del New Hampshire e del NASA Goddard Space Flight Center hanno risolto un mistero che riguardava di una delle regioni più fredde del sistema solare: un cratere permanentemente in ombra sulla Luna. Utilizzando i dati raccolti dal Lunar Reconnaissance Orbiter della NASA (LRO), hanno spiegato in che modo le particelle energetiche che penetrano il suolo lunare possono creare idrogeno molecolare dall’acqua ghiacciata. La scoperta permette di comprendere in che modo le radiazioni possono cambiare la chimica del ghiaccio d’acqua in tutto il sistema solare.

Scoprire idrogeno molecolare sulla Luna è stato un risultato a sorpresa per la missione della NASA Lunar Crater Observation Sensing Satellite (LCROSS), portata da un razzo Centaur fino a schiantarsi nel cratere Cabeo, nella regione permanentemente in ombra della luna. Queste regioni non sono mai state esposte alla luce del Sole e sono rimaste a temperature vicine allo zero assoluto per miliardi di anni, preservando in tal modo la natura incontaminata del suolo lunare.

La strumentazione di bordo di LCROSS ha rilevato nell’immenso pennacchio di detriti conseguente all’impatto della sonda vapore acqueo e acqua ghiacciata, che erano gli obbiettivi della missione. Invece LRO, già in orbita intorno alla Luna, ha rilevato l’idrogeno molecolare, una vera sorpresa.

Lo studio di Andrew Jordan e colleghi fornisce una spiegazione di come l’idrogeno molecolare, che è composto di due atomi di idrogeno e denotato chimicamente come H2, possa crearsi sotto la superficie della Luna.

“Dopo il ritrovamento, c’erano un paio di idee su come l’idrogeno molecolare poteva essersi formato, ma nessuno di queste sembrava accordarsi con le condizioni nel cratere o con l’impatto del razzo.” Jordan dice. “La nostra analisi mostra che i raggi cosmici galattici, che sono carichi di particelle energetiche sufficienti a penetrare sotto la superficie lunare, possono dissociare l’acqua, H2O, in H2 attraverso vari possibili percorsi.”

Le analisi si sono basate sui dati raccolti dal telescopio Cosmic Ray Telescope for the Effects of Radiation (CRATER)che si trova a bordo della sonda LRO. Jordan, ricercatore presso lo University of New Hampshire’s Institute for the Study of Earth, Oceans, and Space (EOS) è un membro del team scientifico di Crater, guidato dal ricercatore principale Nathan Schwadron. Schwadron è stato il primo a suggerire le particelle energetiche come possibile meccanismo per la creazione di idrogeno molecolare.

“Abbiamo utilizzato le misurazioni del cratere per avere un’idea di quanto idrogeno molecolare si sia formato dal ghiaccio d’acqua per via delle particelle cariche.” Il modello al computer creato da Jordan ha incorporato i dati del cratere e ha dimostrato che queste particelle energetiche possono formare tra il 10 e il 100 per cento dell’idrogeno molecolare misurato da LAMP.

Lo studio sottolinea che per ridurre quell’incertezza sarebbero necessari esperimenti sull’acqua ghiacciata effettuati con gli acceleratori di particelle, per valutare con maggiore precisione il numero di reazioni chimiche che hanno luogo per unità di energia veicolata dai raggi cosmici e dalle particelle energetiche solari.

A cura di Antonio Marro

Foto
Vista panoramica lunare, presa dal Lunar Reconnaissance Orbiter Camera, del bordo nord del cratere Cabeo. La distanza da sinistra a destra è di circa 75 chilometri. CREDIT: Image of NASA / GSFC / Arizona State Univ.

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/20/la-metamorfosi-del-ghiaccio-lunare/

Sponsor:
Per una serata sexy ci vuole un regalo sexy! (Clicca sulla foto per vedere i dettagli)

Descrizione: Incantevole canottiera in tulle trasparente con apertura posteriore. Ultra sexy per un intimo confortevole e seducente. Estremamente sensuale, si modella sul vostro corpo esaltando i contorni. Disponibile la taglia unica S e M (38-44). Materiale 80% nylon e 20% spandex.
F8575.

Quando Marte diventó rosso...





Secondo uno studio inglese, la composizione chimica delle rocce analizzate da Spirit e dei meteoriti marziani rinvenuti sulla Terra rivela che l'atmosfera del pianeta conteneva molto ossigeno 4 miliardi di anni fa, ben prima della comparsa dell'ossigeno nell'atmosfera terrestre.

Marte era già rosso ben prima che la Terra diventasse azzurra. Ce lo dice, insieme a diverse altre cose, uno studio appena pubblicato su -Nature da un gruppo di ricercatori dell’Università di Oxford, guidati da Bernard Wood. I ricercatori hanno cercato una spiegazione a un problema che lasciava perplessi gli studiosi del pianeta rosso. Perché i meteoriti provenienti da Marte e rinvenuti sulla Terra abbiano una composizione così diversa dalle rocce analizzate dal rover della NASA Spirit. Queste ultime (rocce superficiali rinvenuti nei pressi del cratere Gusev, e quindi di probabile origine vulcanica) sono cinque volte più ricche di nichel rispetto ai meteoriti. Il che faceva pensare che questi ultimi potessero avere un’origine diversa, non vulcanica. E faceva dubitare che si potessero usare come campioni significativi per studiare l’evoluzione del pianeta.

Usando una simulazione al computer dell’evoluzione geologica di Marte, i ricercatori hanno ricostruito come, a partire da un modello della composizione iniziale del mantello di Marte, possano essersi formate le diverse rocce superficiali a seguito di processi vulcanici. Dimostrando che le due categorie di rocce possono avere la stessa origine, e che le loro differenze chimiche si possono ricondurre semplicemente alla diversa età (4 miliardi di anni per quelle analizzate da Spirit, da 180 milioni a un miliardo di anni per i meteoriti) e alle caratteristiche dell’atmosfera primordiale di Marte.

Certo, è possibile che la composizione geologica di Marte vari moltissimo da una zona all’altra, e quindi i meteoriti conosciuti vengano semplicemente da zone con caratteristiche molto diverse dal cratere Gusev. Ma i ricercatori ritengono più probabile che quelle differenze siano dovute a un processo chiamato subduzione, per cui del materiale “sprofonda” dalla superficie verso l’interno. L’idea è che l’atmosfera di Marte fosse già molto ricca di ossigeno nelle primissime fasi di vita del pianeta, e che materiale roccioso ossidato sia sprofondato per subduzione e poi risputato in superficie dalle eruzioni vulcaniche, il tutto circa 4 miliardi di anni fa. E questo spiega l’origine delle rocce studiate da Spirit. I meteoriti, al contrario, sarebbero rocce vulcaniche più giovani, emerse da profondità molto più grandi e in tempi più recenti, e quindi meno influenzate dal processo di ossidazione.

“Questo implica che Marte avesse un’atmosfera ricca di ossigeno circa 4 miliardi di anni fa, ben prima della comparsa dell’ossigeno atmosferico sulla Terra, che avvenne circa 2 miliardi e mezzo di anni fa. Dato che l’ossidazione è responsabile del caratteristico colore rosso di Marte, questo vuol dire che il pianeta era rosso, umido e caldo miliardi di anni prima che l’atmosfera della Terra diventasse ricca di ossigeno”.

A cura di Nicola Nosengo

Foto

Il cratere Gusev visto da Spirit (credit: NASA)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/19/quando-marte-divento-rosso/

Sponsor:
Per una serata sexy ci vuole un regalo sexy! (Clicca sulla foto per vedere i dettagli)

Descrizione:
Sexy stocking/collant autoreggenti con balza bianca siliconata in pizzo floreale. Si possono utilizzare con tutti i vostri completini intimi più ricercati, costumi o abiti da sera... Perfetto come un regalo o una sorpresa davvero speciale e utile! Taglia unica S e M, veste da una taglia 38 alla 44. Colore bianco. Materiale 100% nylon.
H4001.

mercoledì 19 giugno 2013

Venti In Aumento Su Venere





I dati della sonda ESA Venus Express mostrano che in sei anni i venti che muovono le nubi di Venere sono passati da 300 a 400 km all'ora. Le cause non sono chiare.

Già sembravano velocissimi sette anni fa, quando la sonda Venus Express raggiunse l’orbita di Venere. Ma da allora i venti che percorrono l’atmosfera del pianeta sono aumentati costantemente, come rivela l’ultima analisi dettagliata dei movimenti delle nuvole condotta proprio da quella stessa missione. Nei sei anni terrestri (corrispondenti a 10 anni venusiani) coperti dall’analisi, la velocità media dei venti misurati sopra le nuvole, a latitudini di 50 gradi sopra e sotto l’equatore, è passata da 300 km all’ora a 400 km all’ora. Lo dimostrano due studi separati, entrambi basati sui dati di Venus Express, pubblicati su Icarus l’uno e su The Journal of Geophysical Research l’altro.

La rapida rotazione dell’atmosfera è una delle caratteristiche più peculiari di Venere: essa fa un giro completo attorno al pianeta in quattro giorni terrestri, mentre la rotazione del pianeta stesso richiede 243 giorni terrestri.

Gli autori dell’articolo su Icarus, guidati da Igor Khatuntsev dello Space Research Institute di Mosca, hanno misurato il movimento delle strutture nuvolose più riconoscibili nelle immagini di Venus Express: un lavoraccio, visto che hanno dovuto seguire a mano, frame per frame oltre 45 000 nuvole (altre 350 000 le hanno fatte tracciare automaticamente da un programma al computer). L’altro gruppo, giapponese, ha utilizzato un diverso sistema di tracciamento delle nuvole per calcolare la velocità dei venti che le spostano. Le due analisi concordano e fissano la velocità media a 400 km all’ora.

“E’ un aumento enorme di velocità che erano già molto alte. Una variazione così grande non si era mai osservata su Venere, e non capiamo perché sia avvenuta” ammette Khatuntsev.

Accanto all’aumento della velocità media sul lungo periodo, gli autori hanno però misurato anche variazioni regolari sul breve termine, dovute alle diverse fasi del giorno, l’altezza del Sole sull’orizzonte e la rotazione del pianeta. In particolare, c’è un’oscillazione regolare che si verifica ogni 4,8 giorni nelle zone equatoriali, probabilmente collegata a onde atmosferiche che si verificano a bassa quota.

A cura di Nicola Nosengo

Foto
Esempi di tracking di nuvole su Venere (from Khatuntsev et al, Cloud level winds from the Venus Express Monitoring Camera imaging, Icarus (2013); doi: 10.1016/j.icarus.2013.05.018)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/06/18/su-venere-il-vento-soffia-sempre-piu/

Sponsor:
Per una serata sexy ci vuole un regalo sexy! (Clicca sulla foto per vedere i dettagli)

Sexy stocking/collant autoreggenti con balza rossa siliconata in pizzo floreale. Si possono utilizzare con tutti i vostri completini intimi più ricercati, costumi o abiti da sera... Perfetto come un regalo o una sorpresa davvero speciale e utile! Ottimo per la sorpresa per Natale o Capodanno! Taglia unica S e M, veste da una taglia 38 alla 44. Colore rosso. Materiale 90% nylon.
2014.

giovedì 13 giugno 2013

Andromeda è piena di buchi neri!





Utilizzando di dati provenienti dal Chandra X-ray Observatory della NASA, gli astronomi hanno scoperto una miniera d'oro senza precedenti di buchi neri nella Galassia di Andromeda, una delle galassie più vicine alla Via Lattea.

Utilizzando più di 150 osservazioni di Chandra in 13 anni, i ricercatori hanno identificato 26 candidati buchi neri, il più grande numero mai noto in una galassia di fuori della nostra. Molti considerano che Andromeda e la Via Lattea si scontreranno tra diversi miliardi.

"Anche se siamo entusiasti di trovare così tanti buchi neri in Andromeda, pensiamo che sia solo la punta di un iceberg", ha detto Robin Barnard dell'Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CFA) a Cambridge, Mass., ed autore principale di un nuovo documento che descrive questi risultati.
"La maggior parte dei buchi neri non hanno compagni vicini e sono invisibile a noi".

I candidati buchi neri appartengono alla categoria di massa stellare, nel senso che si sono formati negli spasimi della morte di stelle molto massicce e in genere hanno masse da cinque a 10 volte quella del nostro Sole.
Gli astronomi possono rilevare questi oggetti altrimenti invisibili dal materiale tirata da una stella compagna e riscaldata fino a produrre la radiazione prima di scomparire nel buco nero.

Il primo passo per identificare questi buchi neri è stato quello di assicurarsi che fossero sistemi di massa stellare nella galassia di Andromeda, piuttosto che i buchi neri supermassicci al cuore di galassie più distanti.
Per fare questo, i ricercatori hanno utilizzato una nuova tecnica che si basa su informazioni relative alla luminosità e alla variabilità delle sorgenti di raggi X nei dati di Chandra.
In breve, i sistemi di massa stellare cambiano molto più velocemente di quanto lo facciano i buchi neri supermassicci.

Per classificare i sistemi di Andromeda come i buchi neri, gli astronomi hanno osservato che queste sorgenti di raggi X hanno caratteristiche particolari: cioè, erano più luminosi di un certo livello di raggi X e avevano anche un colore particolare.
Fonti contenenti stelle di neutroni, non mostrano entrambe queste caratteristiche simultaneamente. Ma le fonti contenenti buchi neri lo fanno.

Lo XMM-Newton X-ray Observatory dell'Agenzia Spaziale Europea ha aggiunto il supporto fondamentale per questo lavoro, fornendo agli spettri di raggi X, la distribuzione dei raggi X con l'energia, per alcuni dei candidati buchi neri.
Gli spettri sono importanti informazioni che consenteno di determinare la natura di questi oggetti.

"Osservando le istantanee che coprono più di una dozzina di anni, siamo in grado di costruire una visione unica utile di M31", ha detto il co-autore Michael Garcia, anche del TUF.
"Il risultato delle esposizioni molto lunghe ci permette di testare se le singole fonti siano buchi neri o stelle di neutroni."

Il gruppo di ricerca precedentemente ha identificato nove candidati buchi neri all'interno della regione coperta dai dati di Chandra e gli attuali risultati sono aumentare ad un totale di 35.
Otto di questi sono associati con gli ammassi globulari, le antiche concentrazioni di stelle distribuite in un modello sferico intorno al centro della galassia.
Questo differenzia anche Andromeda dalla Via Lattea, in cui gli astronomi non hanno ancora trovato un buco nero simile a uno degli ammassi globulari della Via Lattea.

Sette di questi candidati buchi neri si trovano a 1.000 anni luce dal centro della galassia Andromeda, che rappresentanl il maggior numero di candidati buchi neri con proprietà simili situati vicino al centro della nostra galassia.

Questa non è una sorpresa per gli astronomi a causa del maggior rigonfiamento delle stelle nel centro di Andromeda, permettendo ai buchi più neri di formarsi.
"Quando si tratta di trovare i buchi neri nella regione centrale di una galassia, c'è maggiore possibiltà se esso è grande", ha detto il co-autore Stephen Murray della Johns Hopkins University e TUF. "Nel caso di Andromeda abbiamo un rigonfiamento più grande e un buco nero supermassiccio più grande della Via Lattea, per cui ci aspettiamo che ci siano anche buchi neri più piccoli".

Questo nuovo lavoro conferma previsioni fatte in precedenza nella missione Chandra sulle proprietà delle sorgenti di raggi X vicino al centro di M31. Studi precedenti effettuati da Rasmus Voss e Marat Gilfanov del Max Planck Institute for Astrophysics di Garching, Germania, aveva utilizzato Chandra per indicare che c'era un numero insolitamente elevato di fonti di raggi X vicino al centro di M31.

Essi predissero che la maggior parte di queste sorgenti di raggi X in eccesso dovevano contenere buchi neri che avevano incontrato e catturato stelle di piccola massa. Questa nuova individuazione di sette buchi neri candidati neri vicino al centro di M31 dà un forte sostegno a queste affermazioni.
"Siamo particolarmente entusiasti di vedere così tanti candidati buchi neri presente vicino al centro galattico, perché ci aspettavamo di vederli e sono stati cercati per anni", ha detto Barnard.

Questi risultati saranno pubblicati nel numero del 20 di The Astrophysical Journal di giugno. Molte delle osservazioni su Andromeda sono state fatte all'interno del Programma Garantito di Chandra Time Observer.

Traduzione e adattamento a cura di Arthur McPaul

Foto di apertura
I dati del Chandra X-ray Observatory della NASA sono stati utilizzato per scoprire 26 candidati buchi neri nel vicino galattico della Via Lattea, Andromeda. (Credit: X-ray: NASA / CXC / SAO / R Barnard, Z. Lee et al, Ottico:.. NOAO / AURA / NSF / REU Program / B. Schoening, V. Harvey e Descubre Foundation / CAHA / OAUV / DSA / V. Peris)

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/06/130612154019.htm

Sponsor:
Uno skateboard futuristico, per sciare sull'asfalto!!!

Lo trovi solo qui:
http://www.specialprezzi.com/department/67/Giochi-e-Giocattoli.html#a_aid=514fbb27ded9a&a_bid=fe84a770