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giovedì 4 dicembre 2025

THEIA: NUOVE SCOPERTE

Circa 4,5 miliardi di anni fa, un evento drammatico trasformò per sempre la Terra. 

Un protopianeta noto come Theia colpì il nostro pianeta. Gli scienziati non riescono ancora a ricostruire completamente la sequenza dell'impatto o ciò che è seguito, ma le conseguenze sono chiare. La collisione ha alterato le dimensioni, la struttura e l'orbita della Terra e alla fine ha portato alla creazione della Luna, che da allora è rimasta la nostra costante compagna nello spazio.


Questo solleva diverse domande importanti. Che tipo di oggetto si è scontrato con la Terra? Quanto era massiccia Theia, di cosa era composta e da quale regione del Sistema Solare è arrivata? 

Queste domande rimangono impegnative perché Theia non è sopravvissuta all’impatto. 

Nonostante ciò, gli indizi chimici legati alla sua esistenza persistono all'interno della Terra e della Luna. 

Un nuovo studio pubblicato il 20 novembre 2025, su Science e condotto da ricercatori del Max Planck Institute for Solar System Research (MPS) e dell'Università di Chicago utilizza questi indizi per ricostruire la probabile composizione di Theia e identificare dove potrebbe essersi formata.


Nel nuovo studio, gli scienziati hanno misurato i rapporti di isotopi del ferro nelle rocce della Terra e della Luna con un livello di precisione mai raggiunto prima. Hanno analizzato 15 campioni dalla Terra e sei campioni lunari restituiti dalle missioni Apollo. I risultati erano coerenti con il lavoro precedente sugli isotopi di cromo, calcio, titanio e zirconio: la Terra e la Luna non mostrano differenze misurabili in questi rapporti.


Questa partita ravvicinata, tuttavia, non rivela direttamente com'era Theia. Modelli di collisione multipli potrebbero ancora produrre lo stesso risultato finale. In alcuni scenari, la Luna si forma principalmente dal materiale di Theia. In altri, la Terra primordiale contribuisce con la maggior parte del materiale, o i due corpi si mescolano così accuratamente che le loro singole firme non possono essere separate.


Per saperne di più su Theia, il team ha trattato il sistema Terra-Luna come un puzzle che potrebbe essere risolto all'indietro. 

Considerando le identiche firme isotopiche trovate in entrambi i corpi, hanno testato combinazioni di possibili composizioni di Theia, dimensioni e proprietà delle prime della Terra che avrebbero potuto produrre lo stato finale che osserviamo oggi.


La loro analisi includeva isotopi di ferro, cromo, molibdeno e zirconio. Ogni elemento fornisce informazioni su una diversa fase dello sviluppo planetario.


Molto prima della collisione con Theia, la prima Terra ha sperimentato un processo di differenziazione interna. Man mano che si formava il nucleo metallico della Terra, elementi come il ferro e il molibdeno migrarono verso l'interno e si concentrarono lì, lasciando il mantello con quantità molto inferiori. Il ferro che ora si trova nel mantello della Terra deve quindi essere arrivato dopo la formazione del nucleo, forse consegnato da Theia. Elementi come lo zirconio, che è rimasto nel mantello, registrano l'intera storia della formazione del pianeta.


Quando i ricercatori hanno confrontato tutte le combinazioni matematicamente possibili di Theia e delle prime composizioni della Terra, hanno scoperto che alcuni risultati erano altamente improbabili.


"Lo scenario più convincente è che la maggior parte degli elementi costitutivi della Terra e di Theia hanno avuto origine nel Sistema Solare interno. È probabile che la Terra e Theia siano stati vicini di casa" ha detto Timo Hopp, scienziato MPS e autore principale del nuovo studio


Il primo indizio della Terra può essere spiegato principalmente come un mix di tipi di meteoriti noti. 

Theia è diversa. I meteoriti provengono da regioni specifiche del Sistema Solare e agiscono come punti di riferimento per i materiali disponibili durante la formazione dei pianeti. Nel caso di Theia, i dati suggeriscono che la sua composizione non può essere completamente abbinata a gruppi di meteoriti noti. Invece, i risultati indicano che parte del materiale da costruzione di Theia proveniva da ancora più vicino al Sole rispetto alla regione di origine della Terra. Secondo i calcoli della squadra, Theia molto probabilmente formò l'interno dell’orbita terrestre, prima che i due corpi alla fine si scontrassero.

Fonte della storia:

Materiale fornito dal Max Planck Institute for Solar System Research.


Foto Credit: MPS / Mark A. Aglio

martedì 23 marzo 2021

SN11 PRONTO PER IL TEST

https://drive.google.com/uc?export=view&id=1KPo5Mnnc4Nkk8nqJBV3tickfdkxnpmxH

Il nuovo prototipo #SN11 di #SpaceX (Space Exploration Technologies Corporation), l’agenzia spaziale privata del magnate statunitense Elon #Musk, è stato posizionato sulla piattaforma di lancio presso la struttura di Boca Chica in #Texas, ed è pronto al lancio.

Non si conosce la data e l’ora precisa in cui avverrà, che in genere viene comunicata poco prima a causa della necessità di far convergere innumerevoli variabili favorevoli, tra cui anche la preparazione hardware, le condizioni meteorologiche, l’approvazione delle normative, la chiusura delle strade ecc.

SN11 segue il precedente test di #SN10, che ha avuto esito positivo nonostante numerosi difetti da migliorare in fase di atterraggio. 

Elon Musk ha dichiarato in merito che il motore di SN10 aveva una spinta bassa a causa (probabilmente) della parziale ingestione di elio dal serbatoio del carburante. Ha impattato a 10 m/s schiacciando le gambe e parte della struttura inferiore. 
Su SN11 sono state apportate numerose correzioni, tra cui una migliore funzionalità per le gambe, in modo che questa volta si aprano correttamente.

Questa serie di test, porterà a completamento della #Starship finale, la fantascientifica astronave vettore che dovrà portare l’uomo su Marte nei prossimi anni.

domenica 12 luglio 2015

New Horizons ci mostra Plutone


Dopo più di nove anni, tre miliardi di miglia percorsi nello spazio aperto, la sonda della NASA, New Horizons, è ormai prossima a raggiungere il pianeta nano, Plutone.

Nelle prime ore del mattino dell'8 luglio, gli scienziati della missione, hanno ricevuto questa nuova visione di Plutone, la più dettagliata foto ma fatta da una sonda umana, realizzata dal Reconnaissance Imager Long Range (LORRI), la camera ad alta risoluzione a bordo di New Horizons.

L'immagine è stata scattata il 7 luglio, quando la sonda era posta a poco meno di 5 milioni miglia (8 milioni di chilometri) da Plutone, ed è la prima ad essere ricevuta da quando l'anomalia del 4 luglio avevo fatto tremare la NASA, ponendo la sonda in "safe mode".

Questo lato di Pluto è dominato da tre grandi regioni con diversa luminosità. Il più importante è una caratteristica scura allungata all'equatore, informalmente conosciuto come "la balena", e una grande zona luminosa a forma di cuore misura circa 2.000 km a destra. Sopra tali caratteristiche è posta una regione polare con luminosità intermedia.

"La prossima volta che vedremo questa parte di Plutone in avvicinamento, sarà ripresa con una risoluzione circa 500 volte meglio di quello che vediamo adesso.



Traduzione a cura di Di Paola Vito

Fonte

Science Daily









sabato 15 febbraio 2014

Lo scudo solare velato di nero d’ossa



Un pigmento preistorico, rielaborato in chiave moderna, rivestirà lo scudo termico della sonda Solar Orbiter. Una delle tante sfide tecnologiche per questa missione ESA in fase di realizzazione. Facciamo il punto con Ester Antonucci, responsabile del coronografo METIS e associata INAF.

L’antico pigmento nero derivato da ossa bruciate, usato già più di 30.000 anni fa nelle pitture rupestri, viene ora in soccorso alla tecnologia spaziale. Una versione moderna del nero d’ossa andrà infatti a rivestire la parte più esterna dello scudo termico in titanio del Solar Orbiter, la sonda dell’ESA che si avvicinerà più di ogni altra al Sole, il cui lancio è previsto nel 2017. Con una tecnologia utilizzata per gli impianti dentali, il colore (per cui è stato inventato l’ossimorico appellativo di Solar Black) non verrà semplicemente steso sopra ma diventerà tutt’uno con il metallo dello scudo. Grazie alle sue proprietà termo-ottiche, questo rivestimento non scolorirà nel tempo, nonostante anni di esposizione ad un flusso estremo di radiazione ultravioletta, né sarà soggetto a cariche elettrostatiche indotte dal vento solare. Uno dei tanti problemi tecnologici da risolvere per questo gioiellino che dovrà trovarsi a suo agio fronteggiando una luce solare 13 volte più intensa di quella che arriva sulla Terra e temperature che saliranno fino a 520 gradi.

“Lo scudo termico è estremamente importante per proteggere gli strumenti del Solar Orbiter che sono progettati per guardare direttamente il Sole,” ci spiega Ester Antonucci, già direttrice dell’Osservatorio Astrofisico di Torino dell’INAF e responsabile del coronografo METIS. “Naturalmente, essendo strumenti di altissima precisione, è altrettanto importante controllarne il gradiente termico per non avere deformazioni che rovinerebbero le immagini e le osservazioni solari”.

Ma perché “dipingere” una sonda solare proprio di nero?

In generale perché dobbiamo avere delle condizioni per cui la luce possa entrare negli strumenti senza avere delle interferenze e delle riflessioni con lo scudo termico. Per noi che vogliamo osservare con METIS la debole corona sovrastante il disco solare è ancora più fondamentale che non entri luce parassita quando schermiamo appunto il disco solare.

Ci può fare il punto della situazione su Solar Orbiter?

Per il Solar Orbiter si stanno costruendo ben dieci strumenti. E’ un carico scientifico molto complesso, che va dai raggi x, al visibile agli strumenti che misurano in situ il plasma. Attualmente si è nella fase di completamento della progettazione degli strumenti, che dovrebbero poi essere realizzati entro la fine del 2015. Servirà quindi un anno e mezzo per integrarli all’interno del satellite e per le varie verifiche prima del lancio, attualmente previsto per il luglio 2017. Ci vorranno ancora poi tre anni, attraverso orbite molto complesse, passaggi multipli vicino a Venere e un altro passaggio vicino alla Terra, perché si possa raggiungere l’orbita con il perielio più vicino al Sole. A quel punto sarà il manufatto umano che arriverà più vicino al Sole all’interno dell’orbita di Mercurio. I tre di avvicinamento saranno usati per calibrare gli strumenti e anche per verificarne la stessa stabilità termica, perché durante l’orbita la sonda spaziale subirà una differenza di temperatura molto grande. Quindi anche questo periodo sarà fruttuoso per avere degli strumenti che funzionino alla perfezione quando, nel 2020, cominceremo ad osservare il Sole.

Qual è il risultato che vorrebbe vedere per primo?

Ce ne sono tanti, ma certamente la fase più emozionante sarà quando la sonda si alzerà abbastanza rispetto all’eclittica e al piano equatoriale solare in modo da poter vedere finalmente i poli del Sole. Noi da Terra non riusciamo a vederli sufficientemente bene per motivi geometrici. Invece, con questa sonda riusciremo effettivamente a vederli in altissima risoluzione e, attraverso la misura delle oscillazioni, a scorgere quello che c’è sotto la superficie del Sole anche guardando i poli, per verificarne la simmetria sferica. Inoltre, i poli sono le zone da cui proviene il vento solare e vorremmo proprio studiare con sufficiente accuratezza la base di questo vento solare veloce. E questo si può fare solo osservando ai poli.


A cura di Stefano Parisini

Fonte: http://www.media.inaf.it/2014/02/14/lo-scudo-solare-velato-di-nero-dossa/





giovedì 13 febbraio 2014

La danza delle aurore di Saturno

Immagini all'infrarosso e all'ultravioletto scattate dalla sonda Cassini della NASA e dall'Hubble Space Telescope. Si vedono aurore attive ai poli di Saturno. Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Colorado/Central Arizona College and NASA/ESA/University of Leicester and NASA/JPL-Caltech/University of Arizona/Lancaster University

Grazie alle spettacolari e dettagliate riprese del telescopio spaziale Hubble e della sonda Cassini gli scienziati stanno indagando come si generano ed evolvono questi fenomeni sul pianeta gigante, scoprendo similitudini e differenze rispetto a quelle che avvengono sulla Terra.

Gli astronomi sono da sempre affascinati dalle aurore che si verificano sul pianeta Saturno e spesso vengono pubblicate foto di questo fenomeno osservato per la prima volta nel 1979, quando Pioneer 11 fotografò i poli del pianeta illuminati in ultravioletto. Lo spettacolare fenomeno è frutto dell‘interazione tra la magnetosfera e la ionosfera. Mentre l‘Hubble Space Telescope della NASA, in orbita intorno alla Terra, è stato in grado di osservare le aurore settentrionali nelle lunghezze d’onda ultraviolette, la sonda Cassini della NASA, in orbita attorno a Saturno, ha ottenuto close-up complementari della parte settentrionale, meridionale e della faccia non visibile dalla Terra agli infrarossi, in luce visibile e nelle lunghezze d’onda ultraviolette. Quello che è stato ottenuto è il dettaglio di una coreografia unica ai due poli del sesto pianeta del Sistema solare che mostra la complessità e la bellezza delle aurore.
A differenza della Terra, dove il magnifico spettacolo dura solo poche ore, su Saturno l’aurora può brillare anche per diversi giorni. La NASA, infatti, è stata in grado di osservare questo fenomeno dal 5 aprile 20 maggio 2013. Le immagini provenienti dall’UVIS (spettrometro ultravioletto), montato su Cassini e ottenute da un’insolita distanza ravvicinata, hanno fornito uno sguardo alle diverse caratteristiche delle deboli emissioni su una scala di poche centinaia di chilometri. Per gli esperti è ormai certo che il fenomeno sia legato alle variazioni causate dal vento solare che entra nell’atmosfera di Saturno: i gas fluorescenti presenti nell’alta atmosfera emettendo lampi di luce a diverse lunghezze d’onda formando le aurore che circondano i poli. Sempre più accreditata è, però, anche l’ipotesi che le aurore siano provocate dal campo magnetico dei due poli del pianeta.




Nel video si vede anche una zona particolarmente luminosa dell’aurora che ruota in sincronia con la luna di Saturno Mimas. In precedenza altre immagini ottenute con l’UVIS avevano mostrato un punto luminoso aurorale intermittente legato elettricamente alla luna Encelado, un flusso di particelle cariche che viaggia dalla luna ghiacciata a Saturno, interagendo con il suo intenso campo magnetico e generando deboli aurore, un po’ come accade su Giove. I nuovi dati suggeriscono, quindi, che anche un’altra luna è in grado di influenzare lo spettacolo di luci su Saturno. ”Le immagini che abbiamo ottenuto sono le migliori finora per quanto riguarda i rapidi cambiamenti nelle emissioni aurorali”, ha detto Wayne Pryor, del Central Arizona College. “Alcuni punti sono più luminosi e si accendono ad intermittenza nelle immagini. Altre zone, invece, sono perennemente illuminate e ruotano attorno al polo, ma più lentamente rispetto alla velocità di rotazione di Saturno”, ha aggiunto.



aurora saturno polo nord polo sud


I nuovi dati ottenuti da Cassini e da Hubble stanno aiutando gli astronomi a risolvere anche alcuni misteri sulle atmosfere dei pianeti giganti gassosi. “Gli scienziati si sono chiesti perché le zone alte delle atmosfere di Saturno e  degli altri giganti gassosi sono riscaldate ben oltre quello che potrebbe essere normalmente previsto per la loro distanza dal Sole”, ha detto Sarah Badman, ricercatrice per la missione Cassini presso l’Università di Lancaster (Gb). “Guardando questa sequenza di immagini, realizzata da diversi strumenti, capiamo dove l’aurora colpisce e riscalda l’atmosfera”.
Attraverso i dati in luce visibile, invece, i ricercatori hanno potuto studiare i colori delle aurore. A differenza di quelle sulla Terra, che sono verdi nella parte bassa e rosse in alto, su Saturno sono rosse nella parte bassa e viola nella parte alta. Come sul nostro Pianeta, le aurore possono essere a forma di tenda che fluttua nel vento oppure a fiamma con le sembianze di fuoco che brilla in lontananza. Può assumere anche l’aspetto di un bagliore diffuso o di raggi isolati che si formano e scompaiono. Ma perché la differenza di colore? Sulla Terra la colorazione dipende dalla presenza di molecole di azoto e ossigeno eccitato, mentre su Saturno dalla presenza di molecole di idrogeno eccitate (ciò vuol dire che assorbono radiazioni ed emettono luce visibile). ”Ci aspettavamo di vedere un po’ di rosso nelle aurore di Saturno, dato che l’idrogeno emette una luce rossa quando si agita, ma sapevamo anche che potevano esserci variazioni di colore a seconda delle energie delle particelle cariche che bombardano l’atmosfera e della sua densità”, ha spiegato Ulyana Dyudina, del team di imaging presso il California Institute of Technology, Pasadena, California.
Un altro gruppo di ricercatori sta analizzando i dati raccolti nello stesso periodo dai i due telescopi terrestri del W.M. Keck Observatory alle Hawaii e dall’Infrared Telescope Facility della NASA. I risultati aiuteranno a capire come le particelle vengono ionizzate (caricate) nell’atmosfera alta di Saturno e li aiuterà a mettere in ordine un decennio di osservazioni terrestri di Saturno in prospettiva, perché possono vedere che cosa cosa disturba e interferisce nei dati che provengono dall’atmosfera terrestre.

A cura di Elena Ferroni



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sabato 28 dicembre 2013

Scoperte Nane Brune Vicino al nostro Sole



Gli astronomi hanno individuato i segni di un possibile pianeta extrasolare in un sistema di stelle gemelle fallite. Se confermato, il mondo alieno sarebbe uno dei più vicini al nostro Sole mai trovato.

Gli scienziati hanno scoperto la coppia di nane brune, lo scorso anno a soli 6,6 anni luce dalla Terra, la coppia è il terzo sistema più vicino al nostro Sole.
In realtà è così vicino che "le trasmissioni televisive del 2006 stanno ormai arrivando", ha detto Kevin Luhman, del Centro di Penn State per i Pianeti extrasolari e i Mondi Abitabili, quando ha annunciato la loro scoperta nel mese di giugno.

Il sistema di nane brune, soprannominato da Luhman 16AB ed è ufficialmente classificato come WISE J104915.57-531906, ed è leggermente più distante della stella di Barnard, una nana rossa posta a 6 anni-luce di distanza, scoperta nel 1916. Ancora più vicino al nostro Sole c'é il sistema di Alpha Centauri, le cui due stelle principali formano un sistema binario posto a circa 4,4 anni luce di distanza. Il pianeta Alpha Centauri Bb in orbita ad una delle stelle nel sistema di Alpha Centauri, detiene attualmente il titolo di più vicino pianeta extrasolare al nostro sistema solare.

Le nane brune sono state avvistate nei dati di Wide-field Infrared Survey Explorer della NASA (WISE), che ha trasmesso a terra circa 1,8 milioni di immagini di asteroidi, stelle e galassie nel corso della sua ambiziosa missione di 13 mesi per scansionare l'intero cielo.

Henri Boffin dell'Osservatorio europeo meridionale (ESO) ha guidato un team di astronomi che cercano di saperne di più sui nostri vicini. Il gruppo ha utilizzato il sensibile strumento FORS2 montato sul Very Large Telescope dell'ESO al Paranal in Cile per prendere le misure astrometriche degli oggetti durante una campagna di osservazione di due mesi da aprile a giugno 2013. (L'astrometria comporta il monitoraggio dei movimenti precisi di una stella nel cielo.)





Questo diagramma illustra le posizioni dei sistemi stellari più vicini al Sole e gli anni della loro scoperta. Il sistema binario WISE J104915.57-531906 è il terzo sistema più vicino al Sole e il più vicino trovato in un secolo.

"Siamo stati in grado di misurare le posizioni di questi due oggetti con una precisione di pochi milli-secondi d'arco", ha detto Boffin in un comunicato. "È come una persona a Parigi in grado di misurare la posizione di qualcuno a New York con una precisione di 10 centimetri".

Il team ha scoperto che entrambe le nane brune hanno una massa dalle 30 alle 50 volte la massa di Giove. (A titolo di confronto, la massa del nostro Sole è di circa 1.000 masse di Giove.) Poiché la loro massa è così bassa, richiedono circa 20 anni per completare un'orbita intorno all'altra, gli astronomi hanno detto.
Il team di Boffin ha anche scoperto lievi perturbazioni nelle orbite di questi oggetti durante il loro periodo di osservazione di due mesi. Essi ritengono che un terzo oggetto, forse un pianeta attorno ad una delle due nane brune, potrebbe essere dietro a queste lievi variazioni.

"Ulteriori osservazioni sono necessarie per confermare l'esistenza di un pianeta", ha detto Boffin in un comunicato. "Il sistema potrebbe anche essere triplo!".

Finora, solo otto pianeti extrasolari sono stati scoperti intorno a nane brune, attraverso la microlensing e le imaging dirette. Il team ha aggiunto che il potenziale pianeta Luhman 16AB potrebbe essere il primo pianeta alieno scoperto tramite l'astrometria, se confermato.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Astronomy and Astrophysics. È disponibile on-line sul sito Arxiv.

A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://space.com/23985-alien-planet-nearby-brown-dwarfs.html

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mercoledì 4 dicembre 2013

La NASA cerca acqua su Venere




Gli esperti sono sicuri che in passato sul secondo pianeta del Sistema solare sia esistita una grande quantità di acqua, tanto da formare oceani, laghi e fiumi. Il Venus Spectral Rocket è stato lanciato ieri e per 8 minuti, a un'altitudine di 110 km, ha osservato la parte più altra dell'atmosfera venusiana in cerca di idrogeno e deuterio (alla base della formula chimica dell'acqua).

È passata solo una settimana dal lancio diMAVEN, la nuova sonda che orbiterà fra nove mesi attorno a Marte, e la NASA ha già mandato in orbita un razzo per studiare l’atmosfera di Venere. Si chiama Venus Spectral Rocket (VeSpR) ed è stato lanciato ieri dalla base di White Sands.

Perché due lanci così ravvicinati? Kelly Fast, ricercatrice anche del progetto MAVEN, ha detto che “è appropriato che le due sonde siano state lanciate a una distanza di tempo ravvicinata proprio perché entrambe studieranno l’atmosfera di un pianeta”. L’unica differenza è che, mentre MAVEN orbiterà attorno al Pianeta rosso, VeSpR rimarrà sopra la Terra.

VeSpR è un sistema a due fasi che combina un missile Terrier – originariamente costruito come un missile terra-aria e poi riproposto per sostenere le missioni scientifiche – e un razzo Black Brant Mk1 al cui interno è stato montato un telescopio. L’integrazione dei due razzi è stata realizzata presso la NASA Wallops Flight Struttura in Virginia. La sonda ha analizzato l’atmosfera di Venere tramite iraggi ultravioletti emessi dal pianeta stesso. In questo modo gli esperti potranno ricostruire buona parte della storia di Venere.

Questo tipo di rilevamenti sono stati finora impossibile con le strumentazioni a terra perché la nostra atmosfera assorbe la maggior parte dei raggi UV provenienti dallo spazio. Proprio per questo motivo il razzo ha portato la sonda a 110 chilometri da altezza dalla superficie terrestre, dove la nostra atmosfera è decisamente più sottile.

Cosa cercano gli esperti della NASA? I ricercatori sanno che l’atmosfera di Venere contiene una piccola quantità di acqua, ma sono convinti che in passato sul pianeta ce ne fosse tanta da formare un oceano. Per questo il team cercherà di determinare se l’acqua si trovi solo negli strati alti dell’atmosfera (dove le temperature sono decisamente inferiori) o sia evaporata dalla superficie del pianeta nel corso di migliaia di anni. Gli studiosi ipotizzano che possano essere esistiti fiumi, laghi e, addirittura, acqua allo stato solido (quindi ghiaccio).

La chiave della ricerca sta tutta nella quantità di idrogeno e deuterio (una versione più pesante dell’idrogeno) che è rimasta nell’atmosfera. Entrambi, ovviamente, in presenza di ossigeno possono creare l’acqua sia sotto forma di H2O che come HDO. La ricerca non sarà facile perché i raggi UV provenienti dal vicino Sole hanno perlopiù sbrindellato l’atmosfera venusiana e proprio perché le molecole di idrogeno sono leggere sono anche le più volatili. I ricercatori hanno scoperto che la quantità di idrogeno e deuterio possono variare a diverse altezze nell’atmosfera, il che potrebbe cambiare i loro calcoli. Per risolvere l’incertezza, VeSpR farà misurazioni in particolare nella parte alta dell’atmosfera.

La NASA in passato aveva già provato a studiare l’atmosfera di Venere con la missione del 1978 Pioneer. Già allora gli studiosi avevano ipotizzato la presenza di acqua in abbondanza sul pianeta. Adesso si cercano prove certe. Il telescopio montato su VeSpR ha osservato il pianeta per 8 minuti e i dati sono stati trasmessi in tempo reale sulla Terra. Il razzo poi è stato recuperato con un paracadute e verrà utilizzato per successioni osservazioni in orbita attorno al nostro pianeta.


A cura di Eleonora Ferroni

Fonte: http://www.media.inaf.it/2013/11/26/la-nasa-cerca-lacqua-su-venere/









mercoledì 23 ottobre 2013

Esplode la cometa C/2012 X1



La cometa C/2012 X1 è entrata in fase di “outburst”, caratterizzata da una rapida espansione della sua chioma. Ed è stato un gruppo di astrofili italiani a riportare l’evento, registrando un repentino aumento di luminosità di 250 volte dell’oggetto. L’atmosfera della cometa o ” chioma” ora assomiglia a quella della 17P/Holmes esplosa nel 2007.

“La cometa è stata scoperta nel dicembre del 2012 dal programma LINEAR, che ha già individuato migliaia di comete e asteroidi”, ha detto a Media INAF Ernesto Guido, membro del gruppo di astrofili “Associazione Friulana di astronomia e meteorologia” e autore dell’osservazione assieme a Nick Howes e Martino Nicolini. ”Sembrava un oggetto comune, non si prevedevano grandi luminosità fino al perielio, che è previsto nel febbraio 2014. Si prevedeva un massimo di magnitudine 11″, ha aggiunto.

Un gruppo di osservatori europei, tra cui Guido e i suoi colleghi, utilizzando un telescopio di 500 mm in New Mexico controllato da remoto, hanno ripreso questa immagine dell’esplosione. La magnitudine prevista della cometa per il 20 ottobre era di circa 14, “ma il 21 ottobre un astrofilo giapponese ha riferito di averla osservato con magnitudine 8,5. I miei colleghi ed io allora abbiamo puntato i nostri strumenti verso la cometa per studiare la situazione: c’era un salto di 6 magnitudini, un salto importante, vuol dire aumento di luminosità di 250 volte”, ha detto poi Guido.




La cometa è visibile nella costellazione della Chioma di Bernice e si trova a 450 milioni di chilometri dalla Terra (circa 3 AU). ”La posizione della cometa non è favorevole perché è visibile solo un’ora prima del sorgere del Sole – ha spiegato -. Ma siamo riusciti a fare comunque alcune riprese. La cometa aveva sviluppato una chioma circolare in seguito all’outburst di due primi d’arco: visto che la cometa è a tre unità astronomiche, vuol dire circa 260 mila chilometri”.

Questa esplosione non significa necessariamente che la cometa sia stata disintegrata. Una vena o caverna nel nucleo cometario possono essere stati esposti alla luce solare, provocando la rapida evaporazione delle sostanze volatili all’interno. Cosa ha causato davvero l’esplosione? “Sono fenomeni abbastanza comuni ma per ora non si può dire – ha spiegato ancora Guido -. L’esplosione sembra simile a quella della 17/P Homes nel 2007 anche se lì ci fu salto di un milione di volte luminosità. Alcuni pensano che potrebbe frammentarsi, ma è presto per dirlo. Dovremo continuare a osservarla e vedere come si evolverà questo outburst”.

Traduzione a cura di Eleonora Ferroni

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/10/23/e-esplosa-una-cometa/

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Location:Via Belfiore,Padova,Italia

domenica 22 settembre 2013

Saturno a strisce

Saturno a strisce

Un team di astronomi della NASA ha utilizzato i dati provenienti dalla sonda Cassini per realizzare un nuovo studio sui fenomeni atmosferici e che si creano sul pianeta gassoso. Hanno notato che ci sono fasce più calme alternate ad altre più turbolente, fenomeno già osservato su Giove.

Scrutando Saturno con gli strumenti montati a bordo di Cassini gli astronomi sono riusciti a realizzare una mappa amicroonde che rivela, con un dettaglio mai raggiunto prima, l’alternanzatrafasce turbolente e fasce più quiete che caratterizzano l’atmosfera del pianeta. Cassini ha osservato il complesso sistemadi bande atmosferiche, rivelando inattese somiglianze con lastruttura dell’atmosfera di Giove.

Dalle nuove osservazioni dellasonda della NASA, realizzate grazie al radar che può operare anche come radiometro, si evince la presenzadi fascia strettae tranquilla corrispondente all’equatore del pianeta, circondata da fasce più turbolente, simili a quelle di Giove. A latitudini maggiori Saturno presentapoi delle caratteristiche uniche, come aree aride alternate ad altre più umide di tipo tropicale.

Dalle ultime osservazioni gli astronomi hanno potuto osservare, come mai prima d’ora, la distribuzione di un gas molto presente nella troposferadi Saturno, l’ammoniaca. Michael Janssen, ricercatore del Jet Propulsion Laboratory della NASA, sostiene che ci sono regioni dove il vapore dell’ammoniacaquasi scompare a causa di una maggiore velocità di condensazione del gas in liquido. Questo accade quando, al di sotto dell’atmosfera,si verificano perturbazioni climatiche che danno luogo alle fasce più turbolente.

Lamappa realizzata dal team di Janssen mostrache le bande tra 15 e 55 gradi di latitudine e tra -15 e -32 gradi di latitudine sono relativamente tranquille e che c’è molta più turbolenza tra i -15 e 15 gradi di latitudine, fatta eccezione per l’equatore. Le aree più turbolente sono simili a quelle osservate già da tempo su Giove e si pensa che siano dovute alla velocità di rotazione del pianeta, anche se il meccanismo in se rimane ancora un mistero per gli studiosi.

Nellamappa sono rappresentate lafamosa “Storm Alley”, il cosiddetto viale tempestoso su Saturno dove si verificano la maggior parte dei fenomeni di turbolenza e di instabilità climatica, e la Grande tempesta del Nord,iniziata nel 2010 e sviluppatasi per oltre un anno. La diffusa luminosità inalcune zone dell’atmosfera è,invece, associata a all’esaurimento dell’ammoniacain forma gassosa in alcune zone. Alcune caratteristiche della Storm Alley e della Grande tempesta del Nord evidenziano che l’ammoniaca allo stato gassoso si esaurisce perché condensa in forma liquida scendendo nelle zone più profonde dell’atmosfera, rendendo più visibili le bande turbolente.

Dalle osservazioni i ricercatori hannoanche notato delle somiglianze tra i due poli: l’emisfero sud eraancorapiù instabile prima della Grande tempesta del Nord che ha sconvolto gli equilibri del pianeta,essendo la più grande e potente mai osservata con fulmini 10.000 volte più intensi di quelli terrestri. Nel 2004 era stata rilevata, invece, unatempestanell’emisfero sud del pianetachiamata “tempesta del Dragone”.

Iricercatori hanno intenzione di realizzate una nuovamappa nel 2015,riportando dati di un periodo complessivo di osservazioni di 10 anni. Nel 2016, invece, dovrebbero partire ricerche simili anche su Giove, grazie al lancio della nuova sonda dellaNASA Juno, che avrà a bordo un radar/radiometro simile a quello di Cassini.

Per saperne di più:

Leggi le news su Cassini su Media INAF Vai al sito della Cassini Solstice Mission della NASA

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/09/18/saturno-a-strisce/

domenica 25 agosto 2013

Record di nitidezza con tecnologia italiana



Per dimostrare che funziona sono andati in capo al mondo, in Cile. Ma per ideare l’ottica più sbalorditiva che mai abbia equipaggiato un telescopio sono partiti dalla terra di Galileo. Sono i ricercatori dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri dell’INAF: insieme a un team di astronomi dell’Università dell’Arizona e del Carnegie Observatory, sono riusciti a scattare le fotografie astronomiche più nitide di sempre.
Un successo tecnologico straordinario, che ha già portato a ben tre risultati scientifici pubblicati sul numero odierno di The Astrophysical Journal. Un successo reso possibile da un sistema ottico d’avanguardia ideato e realizzato in gran parte in Italia, nei laboratori dell’INAF e di due PMI d’eccellenza: la Microgate di Bolzano e l’ADS International di Lecco.
Si chiama MagAO, il sistema che ha permesso di ottenere da Terra una risoluzione doppia rispetto a quella raggiunta nello spazio dal telescopio spaziale Hubble. Dove “Mag” sta per Magellan, uno dei due telescopi gemelli da 6.5 metri situati all’Osservatorio di Las Campanas, sulle Ande cilene, a circa 2400 metri d’altezza. E “AO” sta per Adaptive Optics, in italiano “ottica adattiva”: una tecnologia in grado di annullare – o quasi – le distorsioni introdotte dalla turbolenza atmosferica, consentendo così ai telescopi terrestri di avvicinarsi al loro potere risolutivo teorico.
L’effetto lo si può ammirare nella sequenza di tre immagini qui sotto. Quella più a sinistra mostra la stella binaria Theta 1 Ori C osservata senza ottica adattiva. Al centro e a destra, lo stesso sistema binario con l’ottica adattiva in funzione: il miglioramento in termini di nitidezza è impressionante.



Crediti: Laird Close/UA
A rendere “adattiva” l’ottica, nel caso del Magellan Telescope così come per il Large Binocular Telescope (LBT), è un sistema integrato formato, da una parte, da sensori che valutano in continuazione – e puntualmente – la turbolenza atmosferica misurando il fronte d’onda di sorgenti luminose. E dall’altra da uno specchio secondario “danzante”: uno specchio in grado di modificare la propria forma un migliaio di volte al secondo, grazie a centinaia di attuatori (585 per il Magellan Telescope, ancora di più per LBT), così da compensare le distorsioni.
Questo del Magellan Telescope non è certo il primo successo dell’ottica adattiva, ma è la prima volta che questa tecnologia porta a risultati scientifici rilevanti in banda visibile. «Quando nel 2008 ci chiesero di sviluppare un sistema di ottica adattiva simile a quello che già avevamo messo a punto per LBT ma orientato, questa volta, alle osservazioni nel visibile», ricorda Simone Esposito, dell’INAF di Arcetri, fra gli autori degli articoli usciti su ApJ e fra i leader nello sviluppo di questa tecnologia, «ancora nessuno ci aveva mai provato. C’era grande scetticismo sulla possibilità di poter ottenere buoni risultati nel visibile con sistemi adattivi. Nel 2010, però, con LBT abbiamo mostrato che si poteva fare. E l’anno successivo, dopo averlo provato ad Arcetri come quello di LBT, è terminata l’installazione del sistema al Magellan, in Cile. Ora sono arrivati anche i risultati astronomici». E che risultati: orientando il telescopio verso la Nebulosa d’Orione, grazie all’ottica adattiva le immagini hanno mostrato al di là di ogni dubbio come Theta 1 Ori C sia effettivamente un sistema binario.
Foto di apertura:
Credit: NASA/JPL-Caltech
A cura di Marco Malaspina
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/08/22/magellan-adaptive-optics/
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giovedì 25 aprile 2013

Le cicatrici ghiacciate di Encelado


Arriva dalla sonda Cassini questa spettacolare e dettagliatissima immagine della luna ghiacciata di Saturno. Crepacci, promontori e getti di ghiaccio, acqua e materiali organici ci mostrano il volto di un mondo inquieto dove forse, sotto la crosta, potrebbero trovarsi perfino forme di vita.


Encelado, la sesta tra le lune più grandi di Saturno, ripreso dalla sonda Cassini-Huygens il 31 gennaio 2011 da un’altezza di 81.000 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/SSI/G. Ugarković

È un fitto intrico di crinali e depressioni ghiacciate quello che ci appare la superficie di Encelado, la più enigmatica tra le lune di Saturno. Questo panorama mozzafiato, ripreso dalla sonda Cassini il 31 gennaio del 2011, è il risultato della tremenda forza di attrazione gravitazionale esercitata da Saturno che deforma il guscio esterno della luna, modellandolo in ripidi promontori che si stagliano al di sopra di profonde fratture.

La netta cicatrice scura che si vede sulla superficie di Encelado nella zona meridionale raggiunge in vari punti profondità anche di un chilometro e nel suo percorso taglia altre strutture morfologiche. Un indizio della sua relativa giovinezza. In contrasto, la regione butterata di crateri a nord viene interpretata come una superficie molto più antica che sinora sembrerebbe sfuggita al processo di rimodellamento visibile nelle zone circostanti.

Ma l’immagine di Encelado ci mostra quella che è la sua caratteristica più spettacolare: lungo parte del bordo meridionale, pennacchi di particelle ghiacciate mescolate a vapor d’acqua, sali e materiali organici vengono letteralmente sparati nello spazio a velocità superiori a 2000 chilometri all’ora. La composizione chimica di questi pennacchi suggerisce che sotto la crosta ghiacciata di Encelado potrebbe celarsi un oceano liquido in grado addirittura di ospitare forme elementari di vita.

A cura di Marco Galliano


Foto in Alto
Encelado, la sesta tra le lune più grandi di Saturno, ripreso dalla sonda Cassini-Huygens il 31 gennaio 2011 da un’altezza di 81.000 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/SSI/G. Ugarković

Fonte:
Www.Mediainaf.it

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venerdì 19 aprile 2013

Testa di Cavallo In Alta Definizione


Per celebrare il suo ventitreesimo anno in orbita, il telescopio spaziale Hubble della NASA e dell’ESA ha reso pubblica una nuova, straordinaria, immagine di uno degli oggetti più caratteristici del nostro cielo: la Nebulosa Testa di Cavallo.

Sono già passati 23 anni da quando il telescopio spaziale Hubble ha cominciato a osservare il cielo. Oltre a produrre scienza d’avanguardia, l’osservatorio orbitante ci ha regalato innumerevoli immagini astronomiche, una più bella dell’altra. Fra i soggetti che si sono rivelati più fotogenici ci sono senza dubbio le nebulose, vaste nubi interstellari di gas e polvere.

La nuova fotografia di Hubble, scattata e ora resa pubblica proprio per celebrare i suoi 23 anni, mostra una regione del cielo nella costellazione di Orione. A emergere dalle onde turbolente di polveri e gas, con le sembianze d’un cavalluccio marino gigante, è la Nebulosa Testa di Cavallo, nota anche come Barnard 33. La nebulosa si è formata in seguito al collasso del materiale d’una nube interstellare di materiale, e splende di luce riflessa proveniente da una vicina stella calda.

Le nubi di gas che circondavano la Testa di Cavallo, nel tempo, si sono dissipate, ma il caratteristico pilastro a strapiombo, con i suoi densi blocchi di materiale, sembra proprio fatto per durare. E si è rivelato assai più difficile da erodere. Gli astronomi stimano che la Testa di Cavallo abbia davanti a sé ancora circa cinque milioni di anni, prima di disintegrarsi.

È ormai un oggetto celebre, questa nebulosa, obiettivo fra i più gettonati per le osservazioni. La maggior parte di quest’ultime ritrae la Testa di Cavallo come una nube scura che si staglia su un fondale di gas incandescente. La nuova immagine di Hubble mostra la medesima regione, ripresa però in luce infrarossa: una banda le cui lunghezze d’onda, superiori a quelle della luce visibile, riescono ad attraversare il materiale polveroso che di solito offusca le zone più interne della nebulosa. Quello che ne emerge è una struttura eterea, dall’aspetto fragile, nella quale delicate pieghe di gas s’avviluppano l’una nell’altra. Una prospettiva assai diversa da quella offerta in luce visibile.

La radiazione infrarossa è invisibile ai nostri occhi, così come alle telecamere tradizionali, progettate per rilevare la luce in banda ottica. Per osservare oggetti come questa nebulosa, abbiamo a disposizione telescopi e strumenti sensibili agli infrarossi, come appunto il sensore ad alta risoluzione Wide Field Camera 3 di Hubble, montato nel 2009. Sensibilità ai raggi infrarossi e risoluzione senza rivali sono l’accoppiata vincente di Hubble, una combinazione in grado d’offrirci un’anticipazione suggestiva di quanto saprà fare il suo successore, il James Webb Space Telescope, il cui lancio è in programma per il 2018.

Guarda il video ESA




A cura di Redazione Media INAF

Foto di apertura
Crediti: NASA, ESA, and the Hubble Heritage Team

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/18/un-flipper-planetario-allorigine-di-saturno/

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Flipper planetario all'origine di Saturno


Il sistema di Saturno, con i suoi anelli, lune ghiacciate, e il soprendente Titano, è la gemma del sistema solare. Molti indizi suggeriscono che è nato, o meglio rinato, da una violenta fase di demolizione avvenuta meno di 4 miliardi di anni fa. Uno studio su Icarus.

C’è una violenta collisione cosmica all’origine del sistema di Saturno, con il suo sistema di anelli e la sessantina di lune conosciute che orbitano intorno al pianeta.

Tra cui spicca Titano, l’unica luna del Sistema Solare ad avere un’atmosfera significativa. E’ proprio Titano a darci degli indizi sulla rinascita di Saturno. Con la sua enorme atmosfera di azoto, idrocarburi, mari, continenti di ghiaccio, pioggia tropicale, metano, Titano appare per certi versi come un’altra Terra. Ma perché un satellite così grande e con quelle caratteristiche si trova attorno a Saturno e non attorno a Giove?

Titano a parte, la famiglia delle lune ghiacciate di Saturno, una volta liquidate come poco più che palle di neve morte, sembrano geologicamente giovani e attive. La luna Encelado per esempio sputa geyser d’acqua da un oceano sotto la superficie che potrebbe essere una dimora per la vita

Per le loro dimensioni, le lune minori dovevano essere devastate in quel periodo della storia del Sistema Solare chiamato ”Pesante Bombardamento Tardivo” (Late Heavy Bombardment LHB) avvenuto 4 miliardi di anni fa. Questo strappò la luna dalla Terra con conseguenze enormi e provocò bacini da impatto giganti su Mercurio e Marte, e presumibilmente anche su Venere e la Terra.

Erik Asphaug dell’Università dell’Arizona e i suoi colleghi hanno riunito le osservazioni disponibili per proporre un modello di come quel periodo abbia rimescolato e trasformato il sistema di Saturno, dandogli l’aspetto che ha oggi. I modelli al computer di Asphaug suggeriscono che Saturno abbia iniziato con diverse lune primordiali che erano delle dimensioni dei quattro principali satelliti di Giove (scoperti nel 1609 da Galileo Galilei). La teoria è che durante la LHB le loro orbite siano state perturbate e si siano scontrate cosi da fondersi e formare Titano anziché un sistema galileiano come quello di Giove. Forse non a caso, Titano è simile in massa a tutti i satelliti galileiani messi insieme.

La diversità chimica dei satelliti e la geologia ci dicono quali parti delle lune progenitrici più grandi hanno formato lune più piccole. L’idea è che le lune più dense come Encelado, con il suo nucleo di silicati sotto un oceano di acqua, provengano dalle profondità della casa madre. Mentre le lune di ghiaccio come Tethys, a bassa densità, potrebbero provenire da un manto d’acqua-ammoniaca dei perduti satelliti galileiani.

Il modello prevede che le lune ghiacciate avrebbero dovuto avere i loro anelli e subsatelliti che degradatisi si sono schiantati sulle lune. Questo potrebbe spiegare il rigonfiamento equatoriale a forma di nove su Giapeto, dove una luna in frantumi sarebbe letteralmente piovuta dal cielo.

Questo tipo di caos nel sistema solare primordiale sembra essere stato la norma. Anche la luna terrestre e il sistema satellitare di Plutone-Caronte sono nati dalle collisioni. Questo tipo di flipper planetario potrebbe essere un meccanismo comune a molti sistemi sparsi per tutta la nostra galassia.

A cura di Antonio Marro

Foto di apertura
Riproduzione artistica di Saturno e la luna Titano. (credit: NASA)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/18/un-flipper-planetario-allorigine-di-saturno/

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mercoledì 17 aprile 2013

I laghi di Titano evaporeranno


Grazie al monitoraggio di una parte della superficie di Titano nell'arco di diversi anni, la missione Cassini della NASA ha riscontrato una notevole longevità dei laghi di idrocarburi.

Un team guidato da Christophe Sotin del NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, ha alimentato questi risultati in un modello che suggerisce come la fornitura di idrocarburi su Titan potrebbe volgere presto al termine (su scale temporali geologiche).

Lo studio dei laghi ha portato gli scienziati a individuare alcuni novita nelle immagini a partire dai dati dello spettrometro di mappatura visiva e infrarossi di Cassini nel giugno 2010.
Titano è l'unico altro luogo nel Sistema Solare, oltre la Terra ad avere del liquido stabile sulla sua superficie. Gli scienziati ritengono che il metano è al centro di un ciclo che è in qualche modo simile al ruolo del ciclo idrogeologico dell'acqua della Terra, che causa pioggia, crea canali ed evaporazione dai laghi.

Tuttavia, il fatto che i laghi sembrano notevolmente coerenti nella forma e nelle dimensione nei diversi anni di dati da parte dello spettrometro di Cassini suggerisce che la loro evaporazione avvenga molto lentamente e quindi siano composti maggiormente dall'etano, che evapora più lentamente.

I laghi sono, inoltre, non sono sempre riempiti velocemente in quanto gli scienziati non hanno visto che sfoghi occasionali di pioggia di idrocarburi.

Ciò indica che su Titano, il metano che viene costantemente trasformato in etano e altre molecole più pesanti non è stato sostituito dal metano fresco dall'interno.

Il team suggerisce che la corrente di carico di metano potrebbe provenire da una specie di gigantesco sfogo degli eoni dopo un enorme impatto.
Il metano di Titano potrebbe esaurirsi in poche decine di milioni di anni.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Foto in alto:
I laghi di Titano ripresi dallo spettronomo ad infrarossi di Cassini (Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona).

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130415164110.htm

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lunedì 15 aprile 2013

Due gemelli esplosivi per Marte


Si trovano nella regione Thaumasia Planum, un vasto altopiano che si trova immediatamente a sud di Valles Marineris, i due crateri da impatto osservati dalla sonda ESA Mars Express. In entrambi sono evidenti le tracce di un'antica abbondanza di acqua o ghiaccio.

Marte fa ancora parlare di sé, e per una volta non per quello che il rover Curiosity sta scoprendo sulla sua superficie. Ma per due crateri gemelli che si trovano nella regione Thaumasia Planum, un vasto altopiano che si trova immediatamente a sud di Valles Marineris, il più grande canyon del Sistema Solare, e che sono stati studiati dalla sonda dell’ESA Mars Express, in orbita attorno al pianeta.

Al cratere settentrionale è stato dato ufficialmente il nome Arima nei primi mesi del 2012, mentre quello meridionale rimane senza nome. Entrambi sono poco più di 50 km di larghezza e mostrano caratteristiche interne complesse.

Una vista prospettica del cratere meridionale rivela le sue complesse caratteristiche in dettaglio. Diverse terrazze sono crollate dalle pareti del cratere su un pavimento piano, ma forse la caratteristica più evidente è il pozzo centrale, una caratteristica che condivide con Arima, il cratere a nord.

Quando un asteroide colpisce la superficie di un pianeta roccioso, sia esso che la superficie vengono compressi raggiungendo alte densità. Subito dopo l’impatto, le regioni compresse scaricano la pressione rapidamente, esplodendo violentemente.

A bassa energia, l’impatto crea un cratere a forma di scodella. In caso di maggiore energia, si creano crateri più grandi con caratteristiche più complesse, come ad esempio picchi centrali sollevati o fosse sommerse.

Una idea per la formazione del pozzo centrale è che durante l’impatto la roccia o il ghiaccio sciolto sia defluito attraverso fratture sotto il cratere, così da creare un pozzo.

Un’altra teoria è che il ghiaccio sotto la superficie viene riscaldato troppo rapidamente, e la vaporizzazione crea un’esplosione. Di conseguenza l’esplosione forma una fossa circondata da frammenti rocciosi. Il pozzo è al centro del cratere centrale, dove è stata concentrata la maggior parte dell’energia d’impatto.

Anche se i crateri hanno diametri simili, i loro pozzi centrali sono piuttosto diversi per dimensioni e profondità, come è evidente nella mappa topografica. Il ghiaccio sotto la superficie era forse più presente ed è stato più facilmente vaporizzato nel cratere sud, perforando un tratto di crosta leggermente più sottile e lasciando così una fossa più grande.

Molti altri crateri da più piccoli nelle vicinanze mostrano anch’essi segni della presenza acqua o ghiaccio al momento dell’impatto, in particolare nei depositi di detriti che circondano il cratere.

Crateri da impatto come questi possono quindi fornire finestre sul passato della superficie di un pianeta. In questo caso, forniscono la prova che la regione Thaumasia Planum un tempo ospitava acqua o ghiaccio abbondante nel sottosuolo che sono stati liberati nel corso di eventi di impatto di piccole e grandi dimensioni.

A cura di Antonio Marro

Foto in alto:
La codifica colore rivela la profondità relativa dei crateri, in particolare profondità del loro pozzi centrali.
CREDIT:ESA/DLR/FU Berlin (G. Neukum)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/11/due-gemelli-esplosivi-su-marte/

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Avanti c'è posto


Una simulazione mostra che in oltre la metà dei sistemi planetari conosciuti l'aggiunta di un pianeta in più non comprometterebbe la stabilità del sistema. Uno strumento per restringere il campo nella ricerca di ulteriori pianeti.

Avete bisogno di un posto per parcheggiare il vostro pianeta? Non dovrete fare il giro della galassia a lungo: fino a due terzi dei sistemi planetari hanno spazi vuoti, in cui uno in più potrebbe risiedere comodamente.

L’attuale conoscenza degli astronomi nel campo della formazione planetaria suggerisce che la maggior parte dei sistemi stabili, se non tutti, devono essere completamente “pieni”: l’aggiunta di un pianeta in più destabilizzerebbe il sistema. Ma non sembra essere questo il caso.

“Nel nostro sistema sappiamo che tra Marte e Giove si potrebbe mettere un altro pianeta”, dice Sean Raymond presso il Laboratorio di Astrofisica di Bordeaux in Francia. Infatti, alcuni astronomi ritengono che nel nostro sistema ci fossero altri pianeti, ma gli spintoni gravitazionali di Giove ne abbiano causato l’espulsione circa 4 miliardi di anni fa, lasciando uno “slot” vuoto.

Julia Fang e Jean-Luc Margot presso l’Università della California, Los Angeles, hanno voluto scoprire se altri sistemi planetari sono pieni, o se hanno anche orbite vuote ma stabili tra loro pianeti. Il loro studio è pubblicato su The Astrophysical Journal.

Gli scienziati hanno verificato se uno qualsiasi di questi sistemi ha slot orbitali. “Abbiamo tentato di infilare un pianeta aggiuntivo tra due pianeti esistenti”, dice Fang. Hanno poi modellato le orbite e studiato la loro evoluzione su oltre 100 milioni di anni per vedere se il nuovo pianeta causerebbe una collisione o un’espulsione.

Fang e Margot hanno scoperto che circa un terzo dei sistemi di due e di tre pianeti che hanno modellato andrebbero in tilt se si aggiungesse un pianeta, la cifra sale a quasi la metà per i sistemi con quattro pianeti. Ma questo significa che la maggioranza dei sistemi ha in realtà orbite libere disponibili.

Conoscere questi spazi stabili tra i pianeti extrasolari noti potrebbe essere utile per la ricerca di pianeti altrimenti invisibili, che potrebbe concentrarsi proprio su quelle orbite ed escludere invece i sistemi in cui la simulazione mostra che non c’è più spazio disponibile. Un modo di restringere il campo, insomma.

A cura di Antonio Marro

Foto in alto:
C’è posto per parcheggiare il tuo pianeta. Rappresentazione artistica.
CREDIT: Tim Pyle/NASA)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/15/avanti-ce-posto/

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Europa: Aree con materiale interno per la ricerca di vita extraterrestre


La superficie della piccola luna di Giove, Europa, espone materiale espulso dall'interno, per cui un'analisi delle zone dove esso di accumula dopo essere ricaduto, potrà fornire interessanti indizi sulla possibile presenza di vita extraterrestre.

Una nuova analisi delle osservazioni fatte dalla sonda Galileo della NASA, aiuterà gli scienziati ad identificare questi luoghi.
"Abbiamo trovato le regioni in cui gli elettroni carichi e gli ioni che colpiscono la superficie potrebbero aver trasformato la chimica dei materiali esplulsi dal mare interno", ha detto Brad J. Dalton del NASA Jet Propulsion Laboratory, autore principale del rapporto pubblicato di recente nella rivista Planetary and Space Science.
Europa è delle dimensioni all'incirca della Luna della Terra e anch'essa mostra sempre lo stesso lato a Giove ed è pienamente coinvolto con le emissioni del suo campo magnetico.
Oltre agli elettroni, queste particelle comprendono gli ioni di zolfo e l'ossigeno provenienti dalle eruzioni vulcaniche di Io, l'altra luna vicina.

Il campo magnetico di Giove che ruota in circa 10 ore contro i circa 3,6 giorni dell'orbita di Europa è raccolto dalla piccola luna, producendo ad esempio più acido solforico, risultato dalla chimica degli ioni zolfo che bombardano la superficie ghiacciata.

Dalton ei suoi co-autori del JPL e della Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Laurel, hanno esaminato i dati delle osservazioni da parte dello spettrometro a infrarossi sulla sonda Galileo.
Gli spettri di luce riflessa dal materiale congelato sulla superficie hanno permesso di distinguere l'acqua relativamente intatta e gli idrati di solfato.
Questi includevano il magnesio e il sale di solfato di sodio idrato, l'acido solforico e idratato.
Hanno confrontato le distribuzioni di queste sostanze con i modelli dei flussi di elettroni energetici e degli ioni di ossigeno e zolfo che sono distribuiti attorno alla superficie di Europa.

La concentrazione di acido solforico congelato sulla superficie varia notevolmente. Si va da livelli non rilevabili vicino al centro dell'emisfero frontare, per più della metà dei materiali di superficie vicino al centro dell'emisfero bombardato. La concentrazione è strettamente correlata alla quantità di elettroni e di ioni zolfo che colpiscono la superficie.
"La stretta correlazione tra elettroni e flussi ionici con le concentrazioni di acido solforico idrato indica che la chimica di superficie è influenzata da queste particelle cariche", dice Dalton. "Se siete interessati alla composizione e all'abitabilità del mare interno, i posti migliori per studiare sarebbero le parti dell'emisfero frontale che abbiamo identificato come quello che ha ricevuto il minor numero di elettroni e che presentano le più basse concentrazioni di acido solforico".

I depositi superficiali in queste aree hanno con più probabilità conservato gli originali composti chimici espulsi dall'interno. Dalton suggerisce che le missioni spaziali future di Europa dovranno avere come obiettivo questi depositi per lo studio sia dall'orbita che come area di atterraggio.
"Il materiale più scuro, sull'emisfero nascoato, è probabilmente il risultato di un processo chimico esterno, con materiale originale oceanico intatto, idoneo a capire se esso possa sostenere la vita.

Questi tipi di luoghi potrebbero essere le finestre che ci permetteranno di scoprire quello che contiene l'oceano", ha detto Dyson.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Foto in alto:
Questo grafico della luna di Giove, Europa mostra una relazione tra la quantità di energia depositata sulla sua superficie dalle particelle cariche che la bombardano e il contenuto chimico dei depositi di ghiaccio sulla superficie in cinque aree della luna (etichettate da A a E). (Credit:... NASA / JPL-Caltech / University of Ariz / JHUAPL / University of Colorado)

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130415123450.htm

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Un disco di polvere sopravvissuto


Herschel osserva una stella nella Corona Boreale, la prima subgigante mai individuata che sia ancora circondata da pianeti e da un disco di polveri. Diversi scenari spiegano come il disco abbia potuto sopravvivere.

Una stella “pensionata” circondata da un disco di polvere. Si tratta di Kappa Coronae Borealis, la cui massa è una volta e mezzo quella del nostro Sole. È vecchia 2 miliardi e mezzo di anni e dista 100 anni luce dalla Terra. Questa stella, come accadrà anche al nostro Sole, inizia la sua vecchiaia quando, una volta esaurito il carburante che si trova nel suo nucleo, comincia a consumarsi diventando prima una subgigante e poi una gigante rossa.

Durante questa fase il disco di polvere che la circonda sopravvive, così come il pianeta che le orbita intorno, grande due volte Giove e distante dalla sua stella madre più o meno quanto la cintura degli asteroidi dista dal nostro Sole. Proprio questi due elementi, disco di polvere e presenza di almeno un pianeta la rendono unica. Almeno fino ad adesso, non ci sono altri casi simili. È quindi un soggetto interessante da studiare per capire come sia sopravvissuto il disco di polveri che circonda la stella, diversamente da quanto accaduto nel nostro sistema solare, quando questo è stato spazzato via nella fase detta dell’Heavy Late Bombardament, avvenuta 600 milioni di anni dopo la formazione del Sole.

Per cercare di penetrarne i segreti è stato messo all’opera il satellite dell’ESA Herschel, con la sua capacità di “vedere” anche nel lontano infrarosso. Al termine delle osservazioni, l’autore dello studio, Amy Bonsor dell’Istituto di Planetologia e di Astrofisica di Grenoble, ipotizza tre possibili modelli per il sistema di Kappa Cor Bor (come è più familiarmente chiamato).

Il primo ipotizza che il disco di polvere abbia un’estensione che va da 20 Unità Astronomiche (UA – la distanza Terra Sole) a 220 UA. Per fare una comparazione la cintura di asteroidi del nostro sistema dista dal sole da 30 a 50 UA. In questa ipotesi il pianeta si troverebbe su un’orbita distante 7 UA dalla stella madre e potrebbe incidere gravitazionalmente sul confine interno del disco.

Una variante di questo modello presuppone che il disco sia così ampio perché “stirato” dall’influenza gravitazionale di entrambi i suoi compagni. Scenario che giustificherebbe il picco di produzione di polvere nel disco che si troverebbe ad una distanza di 70/80 UA dalla stella.

Un altro interessante scenario infine ipotizza che il disco sia diviso in due strette cinture, rispettivamente a 40 e 165 UA. In questo caso il pianeta potrebbe avere un’orbita tra i due dischi, ma dovrebbe avere una massa maggiore di quella di un pianeta. Potrebbe quindi trattarsi di una nana bruna.

“È un sistema misterioso e intrigante – dice l’autore Amy Bonsor, c’è un pianeta o due che hanno “scolpito” un ampio disco o una nana bruna che ha separato il disco in due?”.

Certo è che per capire se il caso di Kappa Kor Bor sia inusuale o meno bisognerà cercare ancora. Segni che altre subgiganti siano circondate da dischi di polvere già ve ne sono, ma che abbiano anche pianeti è ancora da verificare.

A cura di Redazione Media INAF

Foto in alto:
Kappa Coronae Borealis vista da Herschel. Credit: ESA/Bonsor et al (2013)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/10/un-tenace-disco-di-polvere/

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Nuvola di Ghiaccio al Polo Sud di Titano


Una nube di ghiaccio di recente formazione su Titano, è l'ultimo segnale che testimonia una serie di radicali cambiamenti delle stagioni nell'atmosfera di Titano. Composta da un ghiaccio sconosciuto, questo tipo di nube è da tempo osservata sopra il polo nord di Titano, dove ora sta svanendo, secondo le osservazioni formulate dalla Infrared Spectrometer composito (CIRS) sulla sonda Cassini della NASA.

"Associamo questo particolare tipo di nube di ghiaccio con clima invernale su Titano, ed è la prima volta che l'abbiamo rilevata altrove che al polo nord", ha detto l'autore principale dello studio, Donald E. Jennings, un ricercatore CIRS al NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.

La nube di ghiaccio meridionale, vista nel lontano infrarosso, è la prova che un blocco importante di circolazione d'aria globale ha invertito direzione. Quando Cassini ha osservato all'inizio il modello di circolazione atmosferica, l'aria calda merdionale si stava alzando in alto nell'atmosfera, trasportando il freddo al polo Nord che si è poi addensata negli strati bassi dell'atmosfera, dove ha formato le nuvole di ghiaccio.
Un modello simile, chiamato cella di Hadley, porta aria calda e umida dai tropici della Terra alle medie latitudini più fresche.
Sulla base di tali modelli, gli scienziati avevano da tempo previsto un'inversione di circolazione, una volta che il polo nord avesse iniziato a scaldarsi e il polo sud a raffreddarsi. Il passaggio ufficiale dall'inverno alla primavera al polo Nord di Titano si è verificato nel mese di agosto 2009. Ma poiché le stagioni di Titano durano circa 7,5 anni terrestri, i ricercatori ancora non sapevano esattamente quando questa inversione sarebbe avvenuta.
I primi segnali giunsero nei primi mesi del 2012, poco dopo che le immagini di Cassini e dati ad infrarosso rivelassero la presenza di un cappuccio ad alta quota e un vortice al polo sud. Entrambe le caratteristiche sono state a lungo associate con il freddo polo nord.

Più tardi, gli scienziati di Cassini hanno riferito che le osservazioni infrarosse dei venti e delle temperature fatte da CIRS, avevano fornito la prova definitiva della caduta piuttosto che della risalita al polo sud.

Guardando indietro i dati, il team ha ristretto il cambiamento di circolazione, entro sei mesi dall'equinozio del 2009.
Nonostante la nuova attività del polo sud, la nube di ghiaccio non era ancora apparsa. I dati di CIRS non hanno rilevato nulla fino al luglio del 2012, pochi mesi dopo che la foschia e il vortice sono stati avvistati nel sud, secondo lo studio pubblicato nel Astrophysical Journal Letters nel dicembre 2012.

"Questo ritardo ha un senso, perché in primo luogo il nuovo modello di circolazione deve portare il gas al polo sud. Poi l'aria deve affondare per essere abbastanza nell'ombra per proteggere i vapori che condensano per formare i ghiacci", ha detto Carrie Anderson, un membro del team CIRS e scienziato al NASA Goddard.

A prima vista, la nube di ghiaccio meridionale sembra essere di costruzione rapida. La nube di ghiaccio del nord, d'altra parte, era presente quando Cassini arrivó ma andó poi lentamente svanendo durante gli anni di osservazione.

Finora, l'identità del ghiaccio in queste nuvole non è nota agli scienziati, anche se hanno escluso componenti chimici semplici, come il metano, l'etano e il cianuro di idrogeno, che sono comuni su Titano. Una possibilità è che le specie X, come alcuni membri del team chiamano il ghiaccio, possa essere una miscela di composti organici.
"Quello che sta succedendo ai poli di Titano ha qualche analogia con la Terra e i nostri buchi di ozono", ha detto il Principal Investigator CIRS, F. Michael Flasar. "Sulla Terra, i ghiacci nelle alte nubi polari non sono solo di facciata. Hanno un ruolo nel liberare il cloro che distrugge l'ozono e quando questo modello possa influenzare anche Titanolo scopriremo prossimamente!

Adattamento a cura di Arthur McPaul

Foto in alto:
Il cambiamento delle stagioni di Titano han creato nuovi modelli di nubi al polo sud di Titano. Qui, una combinazione di immagini rosso, verde e blu scattate con la fotocamera grandangolare sulla sonda Cassini della NASA è mostrato un vortice sopra il polo sud nel suo colore naturale. Una più recente nube di ghiaccio, rilevabile solo a lunghezze d'onda infrarosse, si è formata sullo stesso polo. (Credit: NASA / JPL-Caltech / Space Science Institute / GSFC)

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130411143100.htm

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mercoledì 10 aprile 2013

Pioggia d'Acqua Dagli Anelli


Uno studio su Nature dimostra per la prima volta che gli anelli di Saturno lasciano una "impronta" sulla ionosfera del pianeta, a causa di un flusso di acqua verso il basso guidato dai campi magnetici del pianeta. Un importante indizio per studiare come si sono formati e come cambiano nel tempo gli anelli.


Nella parte superiore dell’atmosfera da Saturno, la ionosfera, si vede un’immagine, una proiezione dei sui famosi anelli. Detto così non sarebbe una grande notizia, se quell’immagine fosse una semplice ombra dovuta al fatto che gli anelli assorbono la luce solare. Ma in realtà, come spiegano su Nature di questa settimana James O’Donoghue dell’Università di Leicester e i suoi colleghi, non è affatto un’ombra: è il risultato di una vera e propria pioggia che dagli anelli cade verso gli strati superiori, seguendo le linee del campo magnetico del pianeta. E il fatto che questo avvenga ha importanti implicazioni per comprendere l’evoluzione e il destino degli anelli che circondano il secondo pianeta più grande del Sistema Solare.

Quella pubblicata su Nature è la prima misurazione diretta del modo in cui la ionosfera di Saturno reagisce alla “pioggia” proveniente dagli anelli. La ionosfera è prodotta dal fatto che l’atmosfera, altrimenti elettricamente neutra, è colpita da un flusso di particelle cariche e ad alta energia che raggiungono il pianeta con la radiazione solare. Il fatto è che le proprietà della ionosfera osservate da diversi strumenti non combaciano con quelle che ci si aspetterebbe in base ai modelli teorici.

O’Donoghue e i suoi colleghi hanno usato la spettrometria a infrarossi permessa dal telescopi Keck delle isole Hawaii per mettere in relazione le caratteristiche della ionosfera con la struttura e posizione degli anelli principali. Questi sono fatti per lo più di ghiaccio d’acqua, e vanno da pianetini delle dimensioni di qualche chilometro a particelle micrometriche. Il comportamento dei più piccoli di questi corpi è particolarmente difficile da modellizzare, perché per le loro dimensioni non rispondono solo alla meccanica classica (insomma, gravità newtoniana pura) ma sono influenzati anche dai campi elettromagnetici. E il campo magnetico di Saturno ha a sua volta diverse particolarità. Tutto questo, in sintesi, rende particolarmente difficile rispondere alla grande domanda che rimane su di essi: sono ciò che resta di un sistema di anelli molto più grande, formatosi all’alba del sistema solare e poi eroso piano piano? Oppure sono strutture giovani, formatesi circa 100 milioni di anni fa, come si dovrebbe concludere se fossero soggette a meccanismi di erosione particolarmente rapida che altrimenti li avrebbero già fatti sparire?

O’Donoghue e i suoi colleghi hanno misurato l’emissione di un particolare ione dell’idrogeno, che può formarsi nell’atmosfer di Saturno solo in presenza di un maggiore apporto d’acqua, e l’hanno usata per misurare indirettamente il flusso d’acqua dagli anelli verso la ionosfera. Risultato: la presenza di acqua nella ionosfera è una specie di “calco”, distribuito su tutta la circonferenza della ionosfera, della struttura degli anelli (vedi figura qui sopra). Dimostrando l’esistenza di questo fenomeno di “erosione elettromagnetica”, che causa la pioggia dagli anelli verso la ionosfera, lo studio su Nature dà un importante contributo e apre una nuova strada per studiare i fenomeni che tengono assieme e, nel tempo, consumano gli anelli di Saturno.

A cura di Nicola Nosengo

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/10/pioggia-dagli-anelli/

Foto in alto
Una rappresentazione artistica dello scambio di particelle d'acqua sugli anelli di Saturno. Credit: (NASA/JPL/Space Science Institute)

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