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sabato 16 novembre 2013

Un Modello Spiega La Longevità Della Grande Macchia Rossa




La di Grande Macchia Rossa di Giove è uno dei fenomeni più misteriosi del Sistema Solare. In base a quello che gli scienziati hanno capito circa la dinamica dei fluidi, dovrebbe essere scomparsa secoli fa.

Pedram Hassanzadeh, studioso presso l'Università di Harvard, e Philip Marcus, professore di fluidodinamica presso l'Università della California, Berkeley, ritengono di poter spiegarne il perché.

Il loro studio, che Hassanzadeh ha presentato in occasione alla riunione annuale della divisione della American Physical Society il 25 novembre, fornisce inoltre informazioni sui vortici oceanici persistenti e sui vortici che contribuiscono alla formazione di stelle e pianeta.
"Sulla base delle attuali teorie, la Grande Macchia Rossa avrebbe dovuto spegnersi dopo alcuni decenni. Invece, persiste da centinaia di anni", ha detto Hassanzadeh, che è un borsista post-dottorato presso il Centro di Harvard per l'Ambiente e il Dipartimento Terra e Scienze Planetarie.
Molti processi tendono a dissipare i vortici come la Macchia Rossa. La turbolenza e le onde dovrebbero attenuare l'energia dei suoi venti. Il vortice perde anche altra energia dal calore radiante. Infine, la Macchia Rossa si trova tra due forti correnti a getto che scorrono in direzioni opposte che dovrebbero rallentarla.

Alcuni ricercatori sostengono che la Macchia Rossa guadagna energia assorbendo vortici più piccoli. "Alcuni modelli di computer mostrano che i grandi vortici vivrebbero più a lungo se si fondessero con vortici più piccoli, ma questo non accade abbastanza spesso per spiegare la longevità della macchia di Giove", ha detto Marcus.

Per sondare il mistero della sopravvivenza della Red Spot, Hassanzadeh e Marcus hanno costruito un modello. Si differenziava dai modelli esistenti perché era completamente tridimensionale ed in alta risoluzione.
Molti modelli sui vortici si concentrano sui venti orizzontali vorticosi, dove la maggior parte dell'energia risiede. I vortici hanno anche i flussi verticali, ma questi hanno molta meno energia.
"In passato, i ricercatori hanno ignorato il flusso verticale perché pensavano che non fosse importante e hanno usato le equazioni più semplici perché il modello era difficile da sostenere matematicamente", ha detto Hassanzadeh.

Eppure il movimento verticale rivela un ruolo chiave per la persistenza della Red Spot. Quando il vortice perde energia, il flusso verticale trasporta gas caldi dall'alto e gas freddi dal basso sotto al vortice verso il suo centro, ripristinando parte della sua energia perduta.
Il modello prevede inoltre un flusso radiale, che succhia venti dalle correnti a getto ad alta velocità verso il centro del vortice. Questo pompa energia nel vortice, consentedogli di durare più a lungo.

Secondo Hassanzadeh, lo stesso flusso verticale potrebbe spiegare perché i vortici oceanici, come quelli formatisi in prossimità dello Stretto di Gibilterra, possono durare per anni nell'Oceano Atlantico. Il loro flusso verticale gioca un ruolo nell'ecosistema oceanico sollevando nutrienti alla superficie.

I vortici possono anche partorire la formazione di stelle e pianeti, della durata di milioni di anni, mentre attirano la polvere interstellare e le rocce in grandi masse.
Hassanzadeh e Marcus sanno che il loro modello non spiega del tutto la lunga vita della Red Spot.
Essi credono che l'assorbimento occasionale di vortici più piccoli, in linea con le osservazioni, puó fornire l'energia supplementare necessaria per centinaia di anni di vita. Essi hanno modificato il loro modello al computer per verificare questa tesi.
Forse, un giorno, la Grande Macchia Rossa di Giove vi sembrerà un pó meno misteriosa.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/11/131114131929.htm

venerdì 26 aprile 2013

Tracce di Acqua Nell'atmosfera di Giove


Il satellite dell'ESA Herschel, conferma definitivamente un'ipotesi fatta venti anni prima da uno studio italiano, all'indomani dell'impatto della cometa Shoemaker-Levy su Giove, avvenuto nel 1994. Si deve ai frammenti della cometa la presenza di acqua nella stratosfera del gigante gassoso.

Che quell’acqua presente nella stratosfera di Giove fosse dovuta all’impatto della Cometa Shoemaker-Levy sul pianeta gassoso avvenuto nel 1994, lo aveva già ipotizzato uno studio condotto nel 1994 da Cristiano Cosmovici e Stelio Montebugnoli. Ora la conferma di quell’ipotesi giunge dal satellite dell’ESA, Herschel.

La sonda, lanciata nel 2009, ha utilizzato le sue accurate misure nell’infrarosso per mappare la distribuzione verticale e orizzontale della ”firma chimica dell’acqua” nell’atmosfera di Giove, fornendo i dati che hanno permesso agli astrofisici del Laboratoire d’Astrophysique de Bordeaux, di giungere alla definitiva conclusione che il 95% di quell’acqua è arrivata con la caduta della cometa nel 1994.

“Le osservazioni di Herschel a 18 anni di distanza sono una prima conferma della validità delle nostre pioneristiche osservazioni” ci dicono Cristiano Cosmovici, dell’INAF – IAPS e Stelio Montebugnoli, dell’INAF-IRA. “La scoperta – continuano – fu resa possibile grazie alla realizzazione a Medicina di uno spettrometro digitale che si basava sul calcolo diretto della FFT (Fast Fourier Transfom) dei dati ottenuti digitalizzando direttamente il segnale a radiofrequenza. Un approccio molto particolare per quei tempi, viste le grandi velocità di calcolo che erano richieste dal pre-processing on line, che permise una alta risoluzione temporale.

Le osservazioni vennero eseguite nel Luglio 1994 a 22 GHz, riga MASER dell’acqua, e hanno mostrato che l’esplosione dei 21 frammenti cometari nell’alta atmosfera liberava le molecole di acqua cometaria che venivano poi eccitate in modo da presentare una intensa emissione MASER”. Era questa la prima evidenza di emissione MASER, ben conosciuta nel mezzo interstellare, ma mai osservata nel sistema solare. Le osservazioni si protrassero per 3 mesi evidenziando il fatto che l’acqua si era distribuita nella zona di impatto andando man mano a diminuire di intensità.

Questa scoperta è stata poi usata come mezzo di diagnostica per la ricerca di acqua in esopianeti dato che a grandi distanze nella galassia solo una riga di intensità MASER sarebbe stata rilevabile con i radiotelescopi.

A cura di Media INAF

Foto in Alto
La sequenza dell’impatto della cometa Shoemaker-Levy (credit NASA/ESA)

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/24/giove-la-cometa-e-lacqua/


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lunedì 15 aprile 2013

Europa: Aree con materiale interno per la ricerca di vita extraterrestre


La superficie della piccola luna di Giove, Europa, espone materiale espulso dall'interno, per cui un'analisi delle zone dove esso di accumula dopo essere ricaduto, potrà fornire interessanti indizi sulla possibile presenza di vita extraterrestre.

Una nuova analisi delle osservazioni fatte dalla sonda Galileo della NASA, aiuterà gli scienziati ad identificare questi luoghi.
"Abbiamo trovato le regioni in cui gli elettroni carichi e gli ioni che colpiscono la superficie potrebbero aver trasformato la chimica dei materiali esplulsi dal mare interno", ha detto Brad J. Dalton del NASA Jet Propulsion Laboratory, autore principale del rapporto pubblicato di recente nella rivista Planetary and Space Science.
Europa è delle dimensioni all'incirca della Luna della Terra e anch'essa mostra sempre lo stesso lato a Giove ed è pienamente coinvolto con le emissioni del suo campo magnetico.
Oltre agli elettroni, queste particelle comprendono gli ioni di zolfo e l'ossigeno provenienti dalle eruzioni vulcaniche di Io, l'altra luna vicina.

Il campo magnetico di Giove che ruota in circa 10 ore contro i circa 3,6 giorni dell'orbita di Europa è raccolto dalla piccola luna, producendo ad esempio più acido solforico, risultato dalla chimica degli ioni zolfo che bombardano la superficie ghiacciata.

Dalton ei suoi co-autori del JPL e della Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory, Laurel, hanno esaminato i dati delle osservazioni da parte dello spettrometro a infrarossi sulla sonda Galileo.
Gli spettri di luce riflessa dal materiale congelato sulla superficie hanno permesso di distinguere l'acqua relativamente intatta e gli idrati di solfato.
Questi includevano il magnesio e il sale di solfato di sodio idrato, l'acido solforico e idratato.
Hanno confrontato le distribuzioni di queste sostanze con i modelli dei flussi di elettroni energetici e degli ioni di ossigeno e zolfo che sono distribuiti attorno alla superficie di Europa.

La concentrazione di acido solforico congelato sulla superficie varia notevolmente. Si va da livelli non rilevabili vicino al centro dell'emisfero frontare, per più della metà dei materiali di superficie vicino al centro dell'emisfero bombardato. La concentrazione è strettamente correlata alla quantità di elettroni e di ioni zolfo che colpiscono la superficie.
"La stretta correlazione tra elettroni e flussi ionici con le concentrazioni di acido solforico idrato indica che la chimica di superficie è influenzata da queste particelle cariche", dice Dalton. "Se siete interessati alla composizione e all'abitabilità del mare interno, i posti migliori per studiare sarebbero le parti dell'emisfero frontale che abbiamo identificato come quello che ha ricevuto il minor numero di elettroni e che presentano le più basse concentrazioni di acido solforico".

I depositi superficiali in queste aree hanno con più probabilità conservato gli originali composti chimici espulsi dall'interno. Dalton suggerisce che le missioni spaziali future di Europa dovranno avere come obiettivo questi depositi per lo studio sia dall'orbita che come area di atterraggio.
"Il materiale più scuro, sull'emisfero nascoato, è probabilmente il risultato di un processo chimico esterno, con materiale originale oceanico intatto, idoneo a capire se esso possa sostenere la vita.

Questi tipi di luoghi potrebbero essere le finestre che ci permetteranno di scoprire quello che contiene l'oceano", ha detto Dyson.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Foto in alto:
Questo grafico della luna di Giove, Europa mostra una relazione tra la quantità di energia depositata sulla sua superficie dalle particelle cariche che la bombardano e il contenuto chimico dei depositi di ghiaccio sulla superficie in cinque aree della luna (etichettate da A a E). (Credit:... NASA / JPL-Caltech / University of Ariz / JHUAPL / University of Colorado)

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130415123450.htm

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giovedì 11 aprile 2013

Gli Imprevedibili Vulcani di Io


Gli effetti del vulcanesimo su questa luna di Giove nel filmato della sonda New Horizons. Un fenomeno al centro di molti studi e future missioni, sia europee che americane.


Una eruzione di queste dimensioni, sulla Terra ricoprirebbe l’intera America in tempi brevissimi. L’eruzione vulcanica del filmato in alto, datata del 2007 e ripresa dalla sonda NASA New Horizons [Crediti: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute] è solo un esempio di quanto può avvenire su Io, la luna di Giove, il corpo vulcanicamente più attivo di tutto il sistema solare. Una luna che continua a porre agli scienziati numerosi interrogativi.

L’animazione è composta da 5 immagini realizzate dallo strumento Long Range Reconnaissance Imager (LORRI) della missione New Horizons, quando la sonda passava accanto alla luna di Giove, ad appena 4 milioni di chilometri. Le 5 immagini sono state realizzate il 1 Marzo del 2007, coprendo un tempo di appena 8 minuti. L’incredibile eurzione si estende per 330 Km sopra la superficie e solo una parte della nuvola di fumo e detriti generata, è visibile nell’animazione. In realtà Tvashtar, il vulcano responsabile, è situato nella parte nascosta della luna, a 130 Km al di sotto del bordo del disco. Altri due vulcani in fase di attività sono identificabili nell’immagine: Masubi a ore 7 sul disco di Io, e Zal a ore 10. Un terzo vulcano attualmente non attivo ma ben riconoscibile sulla superficie è la struttura scura a forma di zoccolo di cavallo del vulcano Loki, probabilmente un enorme oceano di lava solidificata. Infine si intravede Boosaule Mons sul bordo destro del disco, con i suoi 18 Km di altezza: la montagna più alta della luna di Giove, nonché una delle più alte dell’intero sistema solare.

A prima vista, i motivi fisici della incredibile attività vulcanica di questa luna sono facilmente intuibili. A causa della sua posizione, Io è sconquassata da forze che la tirano in direzioni opposte: il campo gravitazionale del vicino pianeta gigante Giove e l’attrazione delle due lune Europa e Ganimede, che le passano accanto con periodi cadenzati (cioè con orbite in risonanza). A detta degli esperti, l’effetto di queste forze mareali opposte distorce l’orbita e la forma di Io, scaldando il suo interno e estremizzando il suo vulcanismo.
Ma se questi meccanismi sono noti da anni, rimangono sulla questione numerosi interrogativi. Una ricerca pubblicata in questi giorni da un gruppo di ricercatori NASA ed ESA che utilizza dati storici dalle missioni Voyager e Galileo, mostra come la localizzazione dei vulcani osservati negli ultimi decenni su Io, sorprendentemente non coincida con le mappe derivanti dai modelli teorici predetti dal meccanismo ipotizzato (vedi immagine qui sotto).

Per spiegare questa discrepanza sarà necessario studiare sperimentalmente la struttura interna di Io e delle altre lune di Giove, uno degli obiettivi principali della prossima generazione di missioni interplanetarie, che includerà sonde come l’europea Juice o la recente proposta americana per l’esplorazione di Europa. Una storia, questa, ancora tutta da scrivere.



Qui in alto due mappe di distribuzione del calore sulla superficie di Io ottenute con due diversi modelli teorici di riscaldamento per forze mareali (rosso zone calde, blu zone più fredde). Crediti: NASA/Christopher Hamilton.

A cura di Livia Giacomini

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/08/gli-imprevedibili-vulcani-di-io/

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lunedì 8 aprile 2013

Nuove Possibilità di presenza di Vita per Europa


Un nuovo studio suggerisce che i mattoni per la vita sarebbero comuni sulla luna di Giove Europa.

La vita come noi la conosciamo richiede una fonte di energia per sostenere il metabolismo. Gli scienziati partecipanti alla 44a Conferenza annuale Lunar and Planetary Science a The Woodlands, in Texas hanno presentato la possibilità di perclorati diffusi su Marte. La prevalenza di questa fonte di energia potenziale suggerisce astrobiologi che Marte potrebbe essere abitabile.

Allo stesso modo, un nuovo studio suggerisce che una potenziale fonte di energia può essere diffusa anche sulla luna gioviana Europa.

"L'analisi delle osservazioni infrarosse su Europa ha rivelato che il perossido di idrogeno è abbondante sul ghiaccio che ricopre la luna di Giove".
ha detto lo scienziato a capo dello studio, Hand Kevin del Propulsion Laboratory della NASA.
Egli poi ha spiegato: Europa ha l'acqua allo stato liquido e elementi e pensiamo che i composti come il perossido possano essere una parte importante del fabbisogno energetico. La disponibilità di ossidanti come il perossido sulla Terra è stata una parte fondamentale della crescita del complesso, la vita pluricellulare.
"Come ha sottolineato, gli astrobiologi sono entusiasti dell'ampia possibilità che ci sia il perossido perché è un vantaggio per la potenziale abitabilità della luna ghiacciata Europa.
Quando il perossido si mescola con l'acqua, viene rilasciato ossigeno".
Quindi, sulla base di questo nuovo studio, esiste la possibilità reale per la vita nell'oceano sommerso di Europa.

Scritto da Jason McClellan, tradotto da Arthur McPaul

Fonte
http://www.openminds.tv/lifes-building-blocks-common-on-europa-961/

Foto:
Rappresentazione artistica dell'oceano sotto la superficie di Europa. (Credit: NASA / JPL-Caltech)

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lunedì 11 marzo 2013

Alla Scoperta Delle Origini Di Giove e Saturno


I ricercatori del Carnegie Institution for Science stanno conducendo dei nuovi studi teorici sulla formazione dei giganti gassosi del nostro Sistema solare, Giove e Saturno, anche grazie ai dati raccolti nella ricerca dei pianeti extrasolari.

È di pochi giorni fa la notizia che gli astronomi hanno scoperto un protopianeta in via di formazione, incubato ancora nel suo disco di polvere circumstellare e sarebbe un possibile candidato per diventare un pianeta gigante, vale a dire un pianeta gassoso come Giove e Saturno.

Un team di ricercatori del Carnegie Institution for Science guidati da Alan Boss ha messo appunto dei nuovi modelli teorici che spiegherebbero la nascita e la formazione proprio dei pianeti gassosi nel nostro sistema solare. I dati sulle ricerche di pianeti extrasolari dimostrano che questa tipologia di pianeti è presente attorno a circa il 20% delle stelle analoghe al Sole. Lo studio è stato pubblicato di recente su Astrophysical Journal.

La presenza di questi dischi ricchi di polvere stellare, gas e detriti, che circondano alcune stelle, sarebbe la principale causa di formazione di questi pianeti giganti, ma ci sono due teorie che gli scienziati stanno portando avanti. La prima afferma che i pianeti gassosi si formino lentamente attorno a un nucleo di ghiaccio e roccia, a causa di rapidi accrescimenti di gas nel disco circostante. L’altra ipotesi prevede un processo più rapido: ammassi di gas denso formerebbero delle spirali attorno alle quali nascerebbe il pianeta gassoso.

Il team di Boss ha elaborato dei modelli tridimensionali dettagliati, i quali dimostrano che, indipendentemente da come si formino, questi pianeti sopravvivono alle periodiche esplosioni delle giovani stelle attorno alle quali orbitano. Sistemi planetari simili al nostro e con pianeti gassosi simili a Giove e Saturno, sono rimasti stabili per dai 1000 ai 3.800 anni. Gli studi hanno dimostrato che questi pianeti sono stati in grado di evitare di essere costretti a migrare verso l’interno del sistema per poi essere inghiottiti dal proto-sole, o di essere buttati completamente al di fuori del sistema planetario.

«I giganti gassosi sono difficili da distruggere – ha detto Boss – anche se coinvolti nelle periodiche esplosioni delle giovani stelle». Lo studio è stato supportato dal programma della NASA sulle Origini del Sistema Solare.

L’interesse per questi giganti gassosi riguarda inoltre la loro influenza nell’equilibrio del sistema stellare di cui fanno parte (vedi Media INAF) oltre che, nel caso del nostro Giove, rappresentano dei minisistemi planetari. E se Saturno è oggetto di attenzione della sonda Cassini dal 2004, Giove è l’obiettivo di due importanti missioni, una NASA e una ESA, a cui INAF partecipa in maniera significativa: si tratta di Juno che arriverà al suo obiettivo nel 2016, per studiare il campo magnetico gioviano e, grazie allo strumento JIRAM dello IAPS-INAF di Roma, cercherà di indagare nella sua atmosfera. Nel 2030 sarà la volta della missione JUICE, che approfondirà lo studio dei satelliti medicei, fornendoci un quadro del gigante gassoso e del suo sistema che rappresenterà un grande passo avanti nella conoscenza del sistema solare.

A cura di Eleonora Ferroni

Foto in alto:
Rappresentazione artistica della formazione planetaria nel Sistema Solare

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/06/alla-scoperta-delle-origini-di-giove-e-saturno/

giovedì 6 dicembre 2012

Dagli Anelli Sorsero I Satelliti Dei Pianeti


Due ricercatori francesi hanno recentemente proposto il primo modello che spiega come mai la maggior parte dei satelliti regolari nel nostro Sistema Solare si sono formati sopra anelli del pianeta. Il modello, unico nel suo genere, è stato testato nel 2010 per le lune di Saturno. Sembrerebbe spiegare la distribuzione attuale dei pianeti "giganti" e spiega anche come i satelliti dei pianeti "terrestri", come la Terra o Plutone siano venuti in essere. Questi risultati rappresentano un importante passo avanti per spiegare la formazione dei sistemi planetari in tutto l'Universo.

C'è una differenza fondamentale tra sistemi planetari giganti, come Giove e Saturno e quelli terrestri come la Terra o Plutone. Considerando che i giganti sono circondati da anelli e da una miriade di piccoli satelliti naturali, i pianeti terrestri hanno poche lune, o una sola e sono senza anelli.

Fino ad ora, due modelli sono stati comunemente usati per spiegare la presenza dei satelliti regolari nel nostro sistema solare. Questi indicano che i satelliti dei pianeti terrestri come la Terra e Plutone si sono formati a seguito di una collisione. Essi indicano inoltre che i satelliti dei pianeti giganti si sono formati in una nebulosa che circondava il pianeta. Non riescono tuttavia a soiegare la distribuzione specifica e la composizione chimica dei satelliti in orbita dei pianeti giganti. Un'altra teoria quindi sembrava necessaria.

Nel 2010 e nel 2011, un gruppo di ricercatori francesi ha sviluppato un nuovo modello per descrivere come le lune di Saturno siano firmate sulla base di simulazioni numeriche e dati provenienti della sonda Cassini della NASA. I ricercatori hanno scoperto che gli anelli di Saturno, che sono costituiti da blocchi molto sottili di ghiaccio che circondano il pianeta, avrebbero a loro volta dato luce anche ai satelliti di ghiaccio. Ciò è dovuto al fatto che gli anelli scaglionati nel tempo, quando raggiungono una certa distanza dal pianeta (noto come limite di Roche o raggio Roche), si agglomerano e formano piccoli corpi che si staccano e si allontanano. Questo è il modo in cui nascono gli anelli e i satelliti in orbita intorno al pianeta.

In questo nuovo studio, il docente di ricerca, Aurélien Crida dall'Università di Nizza Sophia Antipolis e dell'Observatoire de la Côte d'Azur con il collega Sébastien Charnoz dalla Université Paris Diderot e il CEA, hanno messo alla prova il nuovo modello per scoprire se potesse essere esteso ad altri pianeti. I loro calcoli hanno portato alla luce molti fattori importanti. Questo modello di formazione dei satelliti e degli anelli del pianeta spiegherebbe infatti perché i satelliti più grandi si trovino più lontano dal pianeta rispetto a quelli più piccoli. Lo studio indicherebbe anche l'accumulo dei satelliti in prossimità del limite di Roche, il loro "luogo di nascita", sul bordo esterno degli anelli.

Questa distribuzione è in perfetto accordo con il sistema planetario di Saturno. Lo stesso modello può valere anche per i satelliti dei pianeti giganti, Urano e Nettuno, che sono organizzati secondo un sistema simile. Ciò suggerirebbe che questi pianeti un tempo avessero anelli enormi simili a Saturno, che poi sono stati persi per dare alla luce i loro satelliti. Infine, il modello può essere applicato anche alla formazione dei satelliti dei pianeti terrestri. Secondo i calcoli dei ricercatori, esistono casi particolari in cui un singolo satellite può essere formato dall'anello intorno al pianeta. Questo è il caso della Terra e della Luna o di Plutone e Caronte.

Così, questo meccanismo di diffusione planetario da solo potrebbe spiegare come la maggior parte dei satelliti regolari si sono formati nel nostro Sistema Solare.

I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati il 30 novembre 2012 su Science.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/12/121204112012.htm

martedì 2 ottobre 2012

Nuovo Impatto Su Giove


Riportiamo la notizia di quanto avvistato dall'astrofilo Dan Peterson di Racine nel Wisconsin, che ha avvistato con un pregevole telescopio amatoriale Meade 12-inch LX200GPS, un flash luminoso vicino all’equatore di Giove.

Dopo aver segnalato l'evento alla comunità scientifica, l’astrofotografo George Hall di Dallas stava filmando Giove con un piccolo telescopio e una webcam:
“Se Peterson non avesse avvistato l’evento e non lo avesse segnalato, non avrei rivisto in dettaglio i miei video per individuare l’impatto” ha spiegato Hall alla rivista New Scientist. Il fotografo dei cieli è riuscito, infatti, a catturare un video di quattro secondi di un lampo luminoso sul lato orientale di Giove.

Secondo gli astronomi, molto probabilmente l’evento è stato causato dall’impatto di una cometa o di un asteroide. Grazie all’aumento delle osservazioni, negli ultimi tre anni su questo pianeta sono stati avvistati quattro impatti.
“Non è che su Giove questi eventi siano diventati più frequenti”, ha spiegato Franck Marchis del SETI Institute di Mountain View, in California.
“È solo che adesso gli astronomi dilettanti hanno la capacità di individuarli. Noi non possiamo osservare il pianeta continuamente".




Vedere in tempo reale l’impatto e studiare le cicatrici lasciate su Giove darà agli scienziati spiegazioni uniche sulle proprietà atmosferiche del gigante gassoso. Questo tipo di eventi potrà fornire agli astronomi maggiori elementi sullo studio delle collisioni tra asteroidi, dando un quadro più preciso delle dimensioni e del numero degli oggetti di questo tipo che affollano il Sistema Solare. Gli impatti ripresi su Giove contribuiranno a redigere il primo censimento dei corpi con 100 metri di diametro e di quelli più piccoli nella parte esterna del Sistema Solare.

“La recente ondata di impatti mette in evidenza il ruolo di Giove come “spazzino cosmico”, che con la sua attrazione gravitazionale sgombera il sistema solare dai detriti che altrimenti potrebbero colpire la Terra” dice Glenn Orton del NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California.

Foto e video in Alto:
(Credit: George Hall Footage)

Traduzione A Cura Di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2012/09/13/un-lampo-su-giove/

lunedì 11 luglio 2011

Giove Visto Da Cassini Nel 2000






Questa foto di Giove è stata costruita da immagini scattate dalla fotocamera ad angolo stretto a bordo della navicella spaziale Cassini della NASA il 29 dicembre 2000, durante il suo massimo avvicinamento al pianeta gigante ad una distanza di circa 10 milioni di chilometri (6.2 milioni di miglia). La sonda era diretta verso il sistema di Saturno.

E' il ritratto globale più dettagliato a colori di Giove mai prodotto, con dettagli di circa 60 km (37 miglia) di diametro. Il mosaico è composto da 27 immagini: nove immagini sono state necessarie per coprire l'intero pianeta e ciascuno di questi luoghi è stato ripreso in rosso, verde e blu per fornire i colori reali. Sebbene la fotocamera di Cassini puó vedere più i colori rispetto agli esseri umani, Giove in questa nuova visione ha un aspetto molto vicino al modo in cui lo vedrebbe l'occhio umano.

Molto visibili sul pianeta sono le nuvole. Le bande parallele rosso-marrone e bianche, gli ovali bianchi e la grande Grande Macchia Rossa persistono per molti anni, nonostante le intense turbolenze visibili nell'atmosfera.

Le caratteristiche più energetiche sono le piccole nubi luminose a sinistra della Grande Macchia Rossa e in luoghi simili nella metà settentrionale del pianeta. Queste nubi crescono e scompaiono in pochi giorni e generano fulmini.
Le striature si formano mentre le nubi sono tranciate da intensi corsi d'acqua a getto che corrono parallele alle bande colorate.

La banda scura in primo piano nella metà settentrionale del pianeta ha venti di 480 chilometri (300 miglia) all'ora. Il diametro di Giove è undici volte quello della Terra, per cui le più piccole tempeste di questo mosaico sono di dimensioni paragonabili ai più grandi uragani sulla Terra.

A differenza della Terra, dove solo l'acqua si condensa a formare nubi, su Giove ci sono nuvole di ammoniaca, idrogeno solforato e l'acqua. Le correnti ascensionali discenzionali portano diverse miscele di queste sostanze dal basso, portando a nuvole di diverse altezze.
I colori marroni e arancioni possono essere dovuti a elementi chimici ripescati dai livelli più profondi dell'atmosfera e che possono essere sottoprodotti da reazioni chimiche guidate dalla luce ultravioletta proveniente dal Sole.
Le aree bluastre, come le caratteristiche di piccole dimensioni, a nord e a sud dell'equatore, sono aree di copertura nuvolosa ridotte, più in profondità.

Per ulteriori informazioni, vedere la casa di Cassini Progetto pagina, http://www.nasa.gov/cassini e il team di Cassini home page, http://ciclops.org . Il team di imaging ha sede presso la Space Science Institute di Boulder, Colorado

La missione Cassini-Huygens è un progetto di cooperazione della NASA, l'Agenzia spaziale europea e l'Agenzia Spaziale Italiana. Il Jet Propulsion Laboratory, una divisione del California Institute of Technology di Pasadena, gestisce la missione Cassini della NASA per Office of Space Science, Washington, DC

Credito dell'Immagine: NASA / JPL / Space Science Institute


Traduzione a cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.nasa.gov/mission_pages/cassini/multimedia/pia04866.html

giovedì 17 giugno 2010

Hubble indaga sui recenti misteri di Giove

 Nuove osservazioni dettagliate dell'Hubble Space Telescope, hanno fornito spunti in due recenti eventi su Giove: il misterioso flash di luce visto il 3 giugno e la recente scomparsa della "Fascia Equatoriale Meridionale".

Alle 22:31 (CEST) il 3 giugno 2010, l'australiano Anthony Wesley, un astronomo dilettante ha avvistato un flash di due secondi di luce sul disco di Giove. Stava guardando un video dal suo telescopio. Nelle Filippine, l'astronomo dilettante Chris Go ha confermato di aver registrato simultaneamente l'evento transitorio sul video. Wesley è stato lo scopritore dell'ormai famoso impatto del luglio 2009.

[Il misterioso impatto del 3 giugno nelle foto realizzate dai due celebri astrofili]



Gli astronomi sospettano che qualcosa di importante deve aver colpito il pianeta gigante per scatenare un lampo di energia abbastanza brillante da poter essere visto fin qui sulla Terra, a circa 770 milioni di chilometri. Ma non è chiaro quanto fosse quanto grande o quanto profondamente era penetrato nell'atmosfera. Nel corso delle ultime due settimane ci sono state le ricerche in corso per il "black-eye" modello di un colpo diretto profondo come quelli lasciati da ex simulazione.

La visione tagliente e la sensibilità ultravioletta della Wide Field Camera 3 a bordo dell'Hubble Space Telescope sono stati utilizzato dopo qualche giorno per indagare su questo mistero. Le immagini riprese il 7 giugno, poco più di tre giorni dopo che  il flash è stato avvistato, non hanno tutavia mostrato alcun segno di detriti su Giove. Ciò significa che l'oggetto non è sceso sotto le nuvole e non è esploso come una palla di fuoco. Se avesse lo avesse fatto, i detriti dell'esplosione sarebbero stati espulsi e sarebbero stati visibili.

Si pensa quindi che il flash provenga da una meteora gigante bruciata al di sopra delle nubi di Giove e che non aveva una profondità sufficiente per immergersi nell'atmosfera per esplodere e lasciare detriti spia, come si è visto nelle precedenti collisioni Giove.

"Le nuvole sul sito d'impatto sarebbero apparse scure nell'ultravioletto e nelle immagini visibili a causa dei detriti dell'esplosione. Non possiamo vedere alcuna caratteristica o cicatrice in prossimità dell'impatto, suggerendo quindi che non c'è stata una grande esplosione o palla di fuoco",  dice  Heidi Hammel del Science Space Institute di Boulder, Colorado, USA.




Le macchie scure apparvero nell'atmosfera di Giove, quando una serie di frammenti della cometa Shoemaker-Levy 9 colpirono Giove nel luglio 1994 [foto in alto agli infrarossi].



Un fenomeno analogo si era verificato nel mese di luglio del 2009, quando un probabile asteroide si schiantò su Giove. [foto in alto]

L'ultimo intruso, scoperto dall'astrofilo australiano e filippino, ha solo una frazione delle dimensioni dei due precedenti impatti e si tratterebbe solo di una grossa meteora.

"Le osservazioni di questi impatti forniscono una finestra sul passato, su processi che hanno caratterizzato il nostro Sistema Solare nella sua storia", dice un membro del team Leigh Fletcher della University of Oxford, UK.

"Confrontando le due collisioni del 2009 e del 2010, si spera di comprendere meglio i tipi di processi di impatto nel Sistema Solare esterno, e la risposta fisica e chimica dell'atmosfera di Giove a questi eventi incredibili".




Le osservazioni di Hubble hanno inoltre consentito agli scienziati di ottenere uno sguardo da vicino sui cambiamenti nell'atmosfera,  in seguito alla scomparsa, mesi fa, della nube scura nota come "Fascia Equatoriale Sud" (SEB) [vedi foto in alto].

Secondo Hubble, a quelle latitudini si sarebbe formato una serie di nuvole bianche di cristallo di ghiaccio di ammoniaca che essendo più elevate, starebbero oscurando gli strati più profondi.
Il team prevede che queste nubi di ammoniaca dovrebbero scomparire in pochi mesi, come hanno già fatto in passato. La compensazione dello strato di nubi di ammoniaca dovrebbe iniziare con una serie di macchie scure, come quelle viste da Hubble lungo il confine della zona sud tropicale.

"Le immagini di Hubble ci dicono che queste macchie sono buchi derivanti da precipitazioni localizzate. Vediamo spesso questi tipi di fori, quando è in procinto di verificarsi un cambiamento" dice Simon-Miller.

La "Sud Equatorial Belt" era sbiadita nei primi anni 1970. All'epoca non si era stati in grado di studiare questo fenomeno a questo livello di dettaglio. I cambiamenti degli ultimi su Giove testimoniano la drammatica mutevolezza della sua atmosfera, hanno aggiunto gli scienziati.


C'è da chiedersi se questi impatti cometari/meteorici siano fenomeni normali, per il gigante gassoso, sempre avvenuti ma non osservati in precedenza a causa della scarsità di mezzi, oppure, eventi straordinari.
Se fossero eventi straordinari, il loro aumento di intensità negli ultimi anni, cosa lascerebbe intendere?

A cura di Arthur McPaul

Il telescopio spaziale Hubble è un progetto di cooperazione internazionale tra ESA e NASA.
Il Giove Impact Science Team è composto da Amy Simon-Miller (NASA Goddard Space Flight Center, USA), John T. Clarke (Boston University, USA); Leigh Fletcher (Università di Oxford, UK); Heidi Hammel B. (Space Science Institute , USA); S. Keith Noll (Space Telescope Science Institute, USA); Glenn S. Orton (Jet Propulsion Laboratory, USA), Agustin Sanchez-Lavega (Universidad del Pais Vasco, Spagna), Michael H. Wong e Imke de Pater (University of California - Berkeley, USA).


Fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2010/06/100616102856.htm