A cura di Elena Ferroni
giovedì 13 febbraio 2014
La danza delle aurore di Saturno
A cura di Elena Ferroni
domenica 22 settembre 2013
Saturno a strisce
Saturno a strisce
Un team di astronomi della NASA ha utilizzato i dati provenienti dalla sonda Cassini per realizzare un nuovo studio sui fenomeni atmosferici e che si creano sul pianeta gassoso. Hanno notato che ci sono fasce più calme alternate ad altre più turbolente, fenomeno già osservato su Giove.
Scrutando Saturno con gli strumenti montati a bordo di Cassini gli astronomi sono riusciti a realizzare una mappa amicroonde che rivela, con un dettaglio mai raggiunto prima, l’alternanzatrafasce turbolente e fasce più quiete che caratterizzano l’atmosfera del pianeta. Cassini ha osservato il complesso sistemadi bande atmosferiche, rivelando inattese somiglianze con lastruttura dell’atmosfera di Giove.
Dalle nuove osservazioni dellasonda della NASA, realizzate grazie al radar che può operare anche come radiometro, si evince la presenzadi fascia strettae tranquilla corrispondente all’equatore del pianeta, circondata da fasce più turbolente, simili a quelle di Giove. A latitudini maggiori Saturno presentapoi delle caratteristiche uniche, come aree aride alternate ad altre più umide di tipo tropicale.
Dalle ultime osservazioni gli astronomi hanno potuto osservare, come mai prima d’ora, la distribuzione di un gas molto presente nella troposferadi Saturno, l’ammoniaca. Michael Janssen, ricercatore del Jet Propulsion Laboratory della NASA, sostiene che ci sono regioni dove il vapore dell’ammoniacaquasi scompare a causa di una maggiore velocità di condensazione del gas in liquido. Questo accade quando, al di sotto dell’atmosfera,si verificano perturbazioni climatiche che danno luogo alle fasce più turbolente.
Lamappa realizzata dal team di Janssen mostrache le bande tra 15 e 55 gradi di latitudine e tra -15 e -32 gradi di latitudine sono relativamente tranquille e che c’è molta più turbolenza tra i -15 e 15 gradi di latitudine, fatta eccezione per l’equatore. Le aree più turbolente sono simili a quelle osservate già da tempo su Giove e si pensa che siano dovute alla velocità di rotazione del pianeta, anche se il meccanismo in se rimane ancora un mistero per gli studiosi.
Nellamappa sono rappresentate lafamosa “Storm Alley”, il cosiddetto viale tempestoso su Saturno dove si verificano la maggior parte dei fenomeni di turbolenza e di instabilità climatica, e la Grande tempesta del Nord,iniziata nel 2010 e sviluppatasi per oltre un anno. La diffusa luminosità inalcune zone dell’atmosfera è,invece, associata a all’esaurimento dell’ammoniacain forma gassosa in alcune zone. Alcune caratteristiche della Storm Alley e della Grande tempesta del Nord evidenziano che l’ammoniaca allo stato gassoso si esaurisce perché condensa in forma liquida scendendo nelle zone più profonde dell’atmosfera, rendendo più visibili le bande turbolente.
Dalle osservazioni i ricercatori hannoanche notato delle somiglianze tra i due poli: l’emisfero sud eraancorapiù instabile prima della Grande tempesta del Nord che ha sconvolto gli equilibri del pianeta,essendo la più grande e potente mai osservata con fulmini 10.000 volte più intensi di quelli terrestri. Nel 2004 era stata rilevata, invece, unatempestanell’emisfero sud del pianetachiamata “tempesta del Dragone”.
Iricercatori hanno intenzione di realizzate una nuovamappa nel 2015,riportando dati di un periodo complessivo di osservazioni di 10 anni. Nel 2016, invece, dovrebbero partire ricerche simili anche su Giove, grazie al lancio della nuova sonda dellaNASA Juno, che avrà a bordo un radar/radiometro simile a quello di Cassini.
Per saperne di più:
Leggi le news su Cassini su Media INAF Vai al sito della Cassini Solstice Mission della NASA
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/09/18/saturno-a-strisce/
venerdì 16 agosto 2013
Quel puntino siamo noi!!!

Speriamo che il 19 luglio, alle ore 23:30 circa, non abbiate dimenticato di fermarvi, di smettere di rimuginare i soliti pensieri quotidiani, di guardare verso l’alto e sorridere. E che quel sorriso fosse degno di superare alla velocità della luce l’orbita di Marte, attraversare indenne la fascia degli asteroidi, lambire Saturno e dopo un viaggio di 80 minuti circa imprimersi nella CCD della camera di Cassini, insieme a miliardi di altri sorrisi. In un segno di poco più di un pixel.
Quella di oggi potrebbe sembrare solo un’altra “semplice” fotografia della Terra scattata dallo spazio, un’immagine raw (grezza) e bisognerà aspettare i prossimi mesi per vederla pulita, sistemata e rimontata in un ritratto inedito del sistema di Saturno comprensivo della Terra. Il clamore mediatico che l’ha preceduta e l’invito della NASA rivolto a tutti i terrestri di partecipare all’evento spaziale (realizzando anche un gruppo Flicker di proprie immagini del momento) sembrano in contraddizione con i pochi sgranati pixel che dovrebbero rappresentare la Terra ripresa dall’orbita di Saturno.

In realtà l’immagine di oggi va vista come il frutto di un progetto iniziato decine di anni fa, agli albori dell’esplorazione spaziale e che ha un obiettivo semplice e geniale: scattarci una foto dai confini del Sistema Solare. Realizzare una immagine dalla quale risulti chiaro come l’Essere umano sia piccolo (parlando di mere dimensioni fisiche) e contemporaneamente, come sia incredibilmente grande (in termini di ambizione scientifica e umana).
Tracciando a ritroso la storia di questo progetto torniamo al 15 settembre 2006, quando Cassini già realizzò un’impresa simile da una distanza dalla Terra di 1,5 miliardi di km. Questa volta il ritratto era in colori naturali e la Terra compariva con un accenno di Luna, tra gli anelli del sistema di Saturno (nel box dell’immagine originale), in controluce rispetto alla luce del Sole. La scelta di inquadrare la Terra con questa particolare illuminazione è stata fatta dal team di Cassini per non rischiare di rovinare la CCD della sonda con la luce diretta della nostra stella.
A onor di cronaca, Cassini non è stata la prima a tentare l’impresa. Era il 14 febbraio 1990 quando la sonda Voyager 1 dall’orbita di Nettuno a circa sei miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, scattò una fotografia del pianeta Terra, un minuscolo, quasi indistinguibile puntino. L’idea di girare la fotocamera della sonda e scattare quella foto così assurda e così preziosa è stata del geniale astronomo e divulgatore scientifico Carl Sagan. A prima vista, la Terra appariva in quell’immagine come un puntino di 0,12 pixel quasi indistinguibile nella luce verde del Sole (inevitabile nel realizzare un’immagine di una zona così vicina al Sole).

E se siete scettici e faticate a distinguere in quei pochi pixels una delle immagini spaziali più famose ed evocative, nota al mondo come il “pale blue dot”, fermatevi un attimo. Come scrisse Sagan (che cito per intero), considerate ancora quel puntino.
“Quel puntino è qui. Quel puntino è casa. Quel puntino è noi. Su di esso, tutti coloro che ami, tutte le persone che conosci, tutti quelli di cui hai mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, ha vissuto qui la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì. Su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di Sole.”
A cura di Livia Giacomini
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/07/22/quel-puntino-siamo-noi/
Foto di apertura:
Una delle immagini raw della Terra realizzate dalla Cassini il 19 Luglio 2013. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute
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La Tisana Buddista
domenica 2 giugno 2013
Tempeste Su Titano

Se è difficile il mestiere dei meteorologi sulla Terra (chi l’aveva prevista, la gelida tarda primavera di quest’anno?) figuratevi quello di chi cerca di prevedere il tempo su Titano, la più grande delle lune di Saturno. Eppure c’è chi ci prova, e se due modelli al computer sviluppati dal team della missione Cassini sono corretti, la stagione estiva che si sta avvicinando su Titano porterà eventi estremi: uragani e grandi onde spazzeranno i suoi mari di idrocarburi. I modelli servono a programmare meglio il lavoro di Cassini, permettendogli di concentrarsi con un po’ di preavviso su fenomeni atmosferici particolarmente interessanti. “Sappiamo che su Titano ci sono processi atmosferici simili a quelli terrestri”, spiega Scott Eddington, deputy project scientist di Cassini alla NASA, “ma ci sono anche grandi differenze dovute alla presenza di liquidi insoliti come il metano. Non vediamo l’ora di scoprire se le nostre previsioni si riveleranno esatte.
Sulla parte nord di Titano sta iniziando la primavera: dall’agosto del 2009, data dell’equinozio, questa regione, che era al buio quando la sonda Cassini iniziò a studiarla, riceve la luce del Sole. Le stagioni di Titano prendono circa sette anni terrestri. Entro il 2017, data della fine della missione Cassini, Titano arriverà al solstizio settentrionale, e l’emisfero nord sarà quindi in piena estate.
Vista la quantità di dune osservate su Titano, gli scienziati si chiedevano perché non avessero ancora visto onde spinte dal vento sui suoi laghi e mari. Un team guidato da Alex Hayes, membro del team radar di Cassini, ha provato a spiegare quanto vento sarebbe necessario per generare onde. Il loro modello è stato appena pubblicato sulla rivista Icarus. “Ora sappiamo che le velocità del vento finora erano al di sotto della soglia necessaria per generare onde”, ha detto Hayes. “Quello che è emozionante, però, è che la velocità del vento prevista durante la primavera e l’estate del nord si avvicinano a quelle necessarie per generare onde eoliche nell’etano liquido e nel metano”.
Il nuovo modello dice che venti da 2-3 chilometri all’ora sono necessari per generare onde sui laghi di Titano, una velocità che non è ancora stato raggiunta da quando Cassini studia il pianetino. Ma ora che sull’emisfero nord si avvicinano la primavera e l’estate, altri modelli predicono che i venti arrivare a 3 chilometri all’ora o più. A seconda della composizione dei laghi, quei venti potrebbero produrre onde da 0,15 metri di altezza in su.
L’altro modello è dedicato agli uragani, ed è sempre pubblicato su Icarus. Prevede che il riscaldamento dell’emisfero nord potrebbe produrre anche uragani, simili ai cicloni tropicali che sulla Terra traggono energia dall’accumulo di calore derivato dall’evaporazione dell’acqua di mare. Il lavoro di Tetsuya Tokano dell’Università di Colonia, in Germania, dimostra che gli stessi processi potrebbe essere al lavoro su Titano, con il metano al posto dell’acqua. Il periodo più propizio per questi uragani sarebbe il solstizio d’estate settentrionale di Titano, quando la superficie dei mari diventa più calda e il flusso di aria vicino alla superficie diventa turbolento. L’aria umida, girando in senso antiorario sulla superficie di uno dei mari del nord, potrebbe produrre venti fino a circa 70 chilometri all’ora.
Per saperne di più:
Leggi lo studio su The Astrophysical Journal: The Lyman Alpha Reference Sampe: extended Lyman Alpha halos produced at low dust content, di Matthew Hayes e al.
A cura di Nicola Nosengo
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/05/24/tempeste-in-arrivo-su-titano/
Foto:
Il mare Lygeria, il secondo più grande su Titano, ripreso da Cassini (NASA/JPL-Caltech/ASI/Cornell)
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martedì 30 aprile 2013
Cassini Riprende Uno spettacolo Su Saturno

L’immagine è mozzafiato: la sonda spaziale Cassini ci regala uno scatto d’autore di un uragano di dimensioni gigantesche sul Polo nord di Saturno. L’occhio del ciclone è largo circa 2000 chilometri, il che vuol dire 20 volte più grande di un comune uragano sulla Terra, con venti impetuosi che soffiano alla velocità impressionante di 540 chilometri all’ora (150 metri al secondo). La tempesta si alimenta tramite vapore acqueo.
L’immagine è stata scattate dalla sonda NASA/ESA/ASI sul Polo nord di Cassini, da una distanza di 419mila chilometri. Lo scatto risale al 27 novembre 2012: probabilmente l’uragano era già attivo da molto tempo. Cassini è in orbita attorno a Saturno ormai dal 2004, ma solo di recente ha potuto osservare questo fenomeno grazie alla favorevole angolazione della luce solare.
Le immagini scattate dalla sonda Cassini hanno utilizzato una combinazione di filtri spettrali sensibili alle lunghezze d’onda del vicino infrarosso. Poiché queste lunghezze d’onda non sono visibili all’occhio umano, l’immagine qui presentata è in falsi colori: le radiazioni filtrate a 890 nanometri sono visualizzate in blu, quelle a 728 nanometri in verde, e quelle filtrate a 752 nanometri in rosso. In questa immagine, le parti rosse indicano le nuvole più basse, e il verde quelle più alte.
A cura di Eleonora Ferroni
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/30/una-rosa-rossa-su-saturno/
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giovedì 25 aprile 2013
Le cicatrici ghiacciate di Encelado

Encelado, la sesta tra le lune più grandi di Saturno, ripreso dalla sonda Cassini-Huygens il 31 gennaio 2011 da un’altezza di 81.000 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/SSI/G. Ugarković
È un fitto intrico di crinali e depressioni ghiacciate quello che ci appare la superficie di Encelado, la più enigmatica tra le lune di Saturno. Questo panorama mozzafiato, ripreso dalla sonda Cassini il 31 gennaio del 2011, è il risultato della tremenda forza di attrazione gravitazionale esercitata da Saturno che deforma il guscio esterno della luna, modellandolo in ripidi promontori che si stagliano al di sopra di profonde fratture.
La netta cicatrice scura che si vede sulla superficie di Encelado nella zona meridionale raggiunge in vari punti profondità anche di un chilometro e nel suo percorso taglia altre strutture morfologiche. Un indizio della sua relativa giovinezza. In contrasto, la regione butterata di crateri a nord viene interpretata come una superficie molto più antica che sinora sembrerebbe sfuggita al processo di rimodellamento visibile nelle zone circostanti.
Ma l’immagine di Encelado ci mostra quella che è la sua caratteristica più spettacolare: lungo parte del bordo meridionale, pennacchi di particelle ghiacciate mescolate a vapor d’acqua, sali e materiali organici vengono letteralmente sparati nello spazio a velocità superiori a 2000 chilometri all’ora. La composizione chimica di questi pennacchi suggerisce che sotto la crosta ghiacciata di Encelado potrebbe celarsi un oceano liquido in grado addirittura di ospitare forme elementari di vita.
A cura di Marco Galliano
Foto in Alto
Encelado, la sesta tra le lune più grandi di Saturno, ripreso dalla sonda Cassini-Huygens il 31 gennaio 2011 da un’altezza di 81.000 chilometri. Crediti: NASA/JPL-Caltech/SSI/G. Ugarković
Fonte:
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venerdì 19 aprile 2013
Flipper planetario all'origine di Saturno

C’è una violenta collisione cosmica all’origine del sistema di Saturno, con il suo sistema di anelli e la sessantina di lune conosciute che orbitano intorno al pianeta.
Tra cui spicca Titano, l’unica luna del Sistema Solare ad avere un’atmosfera significativa. E’ proprio Titano a darci degli indizi sulla rinascita di Saturno. Con la sua enorme atmosfera di azoto, idrocarburi, mari, continenti di ghiaccio, pioggia tropicale, metano, Titano appare per certi versi come un’altra Terra. Ma perché un satellite così grande e con quelle caratteristiche si trova attorno a Saturno e non attorno a Giove?
Titano a parte, la famiglia delle lune ghiacciate di Saturno, una volta liquidate come poco più che palle di neve morte, sembrano geologicamente giovani e attive. La luna Encelado per esempio sputa geyser d’acqua da un oceano sotto la superficie che potrebbe essere una dimora per la vita
Per le loro dimensioni, le lune minori dovevano essere devastate in quel periodo della storia del Sistema Solare chiamato ”Pesante Bombardamento Tardivo” (Late Heavy Bombardment LHB) avvenuto 4 miliardi di anni fa. Questo strappò la luna dalla Terra con conseguenze enormi e provocò bacini da impatto giganti su Mercurio e Marte, e presumibilmente anche su Venere e la Terra.
Erik Asphaug dell’Università dell’Arizona e i suoi colleghi hanno riunito le osservazioni disponibili per proporre un modello di come quel periodo abbia rimescolato e trasformato il sistema di Saturno, dandogli l’aspetto che ha oggi. I modelli al computer di Asphaug suggeriscono che Saturno abbia iniziato con diverse lune primordiali che erano delle dimensioni dei quattro principali satelliti di Giove (scoperti nel 1609 da Galileo Galilei). La teoria è che durante la LHB le loro orbite siano state perturbate e si siano scontrate cosi da fondersi e formare Titano anziché un sistema galileiano come quello di Giove. Forse non a caso, Titano è simile in massa a tutti i satelliti galileiani messi insieme.
La diversità chimica dei satelliti e la geologia ci dicono quali parti delle lune progenitrici più grandi hanno formato lune più piccole. L’idea è che le lune più dense come Encelado, con il suo nucleo di silicati sotto un oceano di acqua, provengano dalle profondità della casa madre. Mentre le lune di ghiaccio come Tethys, a bassa densità, potrebbero provenire da un manto d’acqua-ammoniaca dei perduti satelliti galileiani.
Il modello prevede che le lune ghiacciate avrebbero dovuto avere i loro anelli e subsatelliti che degradatisi si sono schiantati sulle lune. Questo potrebbe spiegare il rigonfiamento equatoriale a forma di nove su Giapeto, dove una luna in frantumi sarebbe letteralmente piovuta dal cielo.
Questo tipo di caos nel sistema solare primordiale sembra essere stato la norma. Anche la luna terrestre e il sistema satellitare di Plutone-Caronte sono nati dalle collisioni. Questo tipo di flipper planetario potrebbe essere un meccanismo comune a molti sistemi sparsi per tutta la nostra galassia.
A cura di Antonio Marro
Foto di apertura
Riproduzione artistica di Saturno e la luna Titano. (credit: NASA)
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/18/un-flipper-planetario-allorigine-di-saturno/
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mercoledì 17 aprile 2013
I laghi di Titano evaporeranno

Un team guidato da Christophe Sotin del NASA Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, in California, ha alimentato questi risultati in un modello che suggerisce come la fornitura di idrocarburi su Titan potrebbe volgere presto al termine (su scale temporali geologiche).
Lo studio dei laghi ha portato gli scienziati a individuare alcuni novita nelle immagini a partire dai dati dello spettrometro di mappatura visiva e infrarossi di Cassini nel giugno 2010.
Titano è l'unico altro luogo nel Sistema Solare, oltre la Terra ad avere del liquido stabile sulla sua superficie. Gli scienziati ritengono che il metano è al centro di un ciclo che è in qualche modo simile al ruolo del ciclo idrogeologico dell'acqua della Terra, che causa pioggia, crea canali ed evaporazione dai laghi.
Tuttavia, il fatto che i laghi sembrano notevolmente coerenti nella forma e nelle dimensione nei diversi anni di dati da parte dello spettrometro di Cassini suggerisce che la loro evaporazione avvenga molto lentamente e quindi siano composti maggiormente dall'etano, che evapora più lentamente.
I laghi sono, inoltre, non sono sempre riempiti velocemente in quanto gli scienziati non hanno visto che sfoghi occasionali di pioggia di idrocarburi.
Ciò indica che su Titano, il metano che viene costantemente trasformato in etano e altre molecole più pesanti non è stato sostituito dal metano fresco dall'interno.
Il team suggerisce che la corrente di carico di metano potrebbe provenire da una specie di gigantesco sfogo degli eoni dopo un enorme impatto.
Il metano di Titano potrebbe esaurirsi in poche decine di milioni di anni.
Traduzione a cura di Arthur McPaul
Foto in alto:
I laghi di Titano ripresi dallo spettronomo ad infrarossi di Cassini (Credit: NASA/JPL-Caltech/University of Arizona).
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130415164110.htm
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lunedì 15 aprile 2013
Nuvola di Ghiaccio al Polo Sud di Titano

"Associamo questo particolare tipo di nube di ghiaccio con clima invernale su Titano, ed è la prima volta che l'abbiamo rilevata altrove che al polo nord", ha detto l'autore principale dello studio, Donald E. Jennings, un ricercatore CIRS al NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland.
La nube di ghiaccio meridionale, vista nel lontano infrarosso, è la prova che un blocco importante di circolazione d'aria globale ha invertito direzione. Quando Cassini ha osservato all'inizio il modello di circolazione atmosferica, l'aria calda merdionale si stava alzando in alto nell'atmosfera, trasportando il freddo al polo Nord che si è poi addensata negli strati bassi dell'atmosfera, dove ha formato le nuvole di ghiaccio.
Un modello simile, chiamato cella di Hadley, porta aria calda e umida dai tropici della Terra alle medie latitudini più fresche.
Sulla base di tali modelli, gli scienziati avevano da tempo previsto un'inversione di circolazione, una volta che il polo nord avesse iniziato a scaldarsi e il polo sud a raffreddarsi. Il passaggio ufficiale dall'inverno alla primavera al polo Nord di Titano si è verificato nel mese di agosto 2009. Ma poiché le stagioni di Titano durano circa 7,5 anni terrestri, i ricercatori ancora non sapevano esattamente quando questa inversione sarebbe avvenuta.
I primi segnali giunsero nei primi mesi del 2012, poco dopo che le immagini di Cassini e dati ad infrarosso rivelassero la presenza di un cappuccio ad alta quota e un vortice al polo sud. Entrambe le caratteristiche sono state a lungo associate con il freddo polo nord.
Più tardi, gli scienziati di Cassini hanno riferito che le osservazioni infrarosse dei venti e delle temperature fatte da CIRS, avevano fornito la prova definitiva della caduta piuttosto che della risalita al polo sud.
Guardando indietro i dati, il team ha ristretto il cambiamento di circolazione, entro sei mesi dall'equinozio del 2009.
Nonostante la nuova attività del polo sud, la nube di ghiaccio non era ancora apparsa. I dati di CIRS non hanno rilevato nulla fino al luglio del 2012, pochi mesi dopo che la foschia e il vortice sono stati avvistati nel sud, secondo lo studio pubblicato nel Astrophysical Journal Letters nel dicembre 2012.
"Questo ritardo ha un senso, perché in primo luogo il nuovo modello di circolazione deve portare il gas al polo sud. Poi l'aria deve affondare per essere abbastanza nell'ombra per proteggere i vapori che condensano per formare i ghiacci", ha detto Carrie Anderson, un membro del team CIRS e scienziato al NASA Goddard.
A prima vista, la nube di ghiaccio meridionale sembra essere di costruzione rapida. La nube di ghiaccio del nord, d'altra parte, era presente quando Cassini arrivó ma andó poi lentamente svanendo durante gli anni di osservazione.
Finora, l'identità del ghiaccio in queste nuvole non è nota agli scienziati, anche se hanno escluso componenti chimici semplici, come il metano, l'etano e il cianuro di idrogeno, che sono comuni su Titano. Una possibilità è che le specie X, come alcuni membri del team chiamano il ghiaccio, possa essere una miscela di composti organici.
"Quello che sta succedendo ai poli di Titano ha qualche analogia con la Terra e i nostri buchi di ozono", ha detto il Principal Investigator CIRS, F. Michael Flasar. "Sulla Terra, i ghiacci nelle alte nubi polari non sono solo di facciata. Hanno un ruolo nel liberare il cloro che distrugge l'ozono e quando questo modello possa influenzare anche Titanolo scopriremo prossimamente!
Adattamento a cura di Arthur McPaul
Foto in alto:
Il cambiamento delle stagioni di Titano han creato nuovi modelli di nubi al polo sud di Titano. Qui, una combinazione di immagini rosso, verde e blu scattate con la fotocamera grandangolare sulla sonda Cassini della NASA è mostrato un vortice sopra il polo sud nel suo colore naturale. Una più recente nube di ghiaccio, rilevabile solo a lunghezze d'onda infrarosse, si è formata sullo stesso polo. (Credit: NASA / JPL-Caltech / Space Science Institute / GSFC)
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/04/130411143100.htm
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mercoledì 10 aprile 2013
Pioggia d'Acqua Dagli Anelli

Quella pubblicata su Nature è la prima misurazione diretta del modo in cui la ionosfera di Saturno reagisce alla “pioggia” proveniente dagli anelli. La ionosfera è prodotta dal fatto che l’atmosfera, altrimenti elettricamente neutra, è colpita da un flusso di particelle cariche e ad alta energia che raggiungono il pianeta con la radiazione solare. Il fatto è che le proprietà della ionosfera osservate da diversi strumenti non combaciano con quelle che ci si aspetterebbe in base ai modelli teorici.
O’Donoghue e i suoi colleghi hanno usato la spettrometria a infrarossi permessa dal telescopi Keck delle isole Hawaii per mettere in relazione le caratteristiche della ionosfera con la struttura e posizione degli anelli principali. Questi sono fatti per lo più di ghiaccio d’acqua, e vanno da pianetini delle dimensioni di qualche chilometro a particelle micrometriche. Il comportamento dei più piccoli di questi corpi è particolarmente difficile da modellizzare, perché per le loro dimensioni non rispondono solo alla meccanica classica (insomma, gravità newtoniana pura) ma sono influenzati anche dai campi elettromagnetici. E il campo magnetico di Saturno ha a sua volta diverse particolarità. Tutto questo, in sintesi, rende particolarmente difficile rispondere alla grande domanda che rimane su di essi: sono ciò che resta di un sistema di anelli molto più grande, formatosi all’alba del sistema solare e poi eroso piano piano? Oppure sono strutture giovani, formatesi circa 100 milioni di anni fa, come si dovrebbe concludere se fossero soggette a meccanismi di erosione particolarmente rapida che altrimenti li avrebbero già fatti sparire?
O’Donoghue e i suoi colleghi hanno misurato l’emissione di un particolare ione dell’idrogeno, che può formarsi nell’atmosfer di Saturno solo in presenza di un maggiore apporto d’acqua, e l’hanno usata per misurare indirettamente il flusso d’acqua dagli anelli verso la ionosfera. Risultato: la presenza di acqua nella ionosfera è una specie di “calco”, distribuito su tutta la circonferenza della ionosfera, della struttura degli anelli (vedi figura qui sopra). Dimostrando l’esistenza di questo fenomeno di “erosione elettromagnetica”, che causa la pioggia dagli anelli verso la ionosfera, lo studio su Nature dà un importante contributo e apre una nuova strada per studiare i fenomeni che tengono assieme e, nel tempo, consumano gli anelli di Saturno.
A cura di Nicola Nosengo
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/10/pioggia-dagli-anelli/
Foto in alto
Una rappresentazione artistica dello scambio di particelle d'acqua sugli anelli di Saturno. Credit: (NASA/JPL/Space Science Institute)
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venerdì 15 marzo 2013
Nuovi studi sulle macchie calde di Giove

"Questa è la prima volta che qualcuno ha seguito da vicino la formazione di molteplici macchie calde per un periodo di tempo, il che rappresenta il modo migliore per apprezzare la natura dinamica di queste caratteristiche", ha detto l'autore principale dello studio, David Choi, del NASA Goddard Space Flight Center di Greenbelt, nel Maryland. Il documento è stato pubblicato online nel numero di aprile della rivista Icarus.
Choi ed i suoi colleghi hanno creato dei filmati grazie alle centinaia di osservazioni riprese dalla sonda Cassini durante il suo passaggio ravvicinato a Giove alla fine del 2000.
Il film riguarda una linea di hot spot tra una delle cinture scure di Giove e una zona luminosa bianca, a circa 7 gradi nord dell'equatore. Coprendo circa due mesi, lo studio esamina le variazioni giornaliere e settimanali nelle dimensioni e nelle forme dei punti caldi, ciascuno dei quali copre una superficie superiore del Nord America, in media.
Molto di ciò che gli scienziati conoscono sulle macchie caldi proveniva dal materiale ripreso dalla sonda della NASA Galileo, discesa in ultima istanza proprio in una di esse, nel 1995. Questo è stato fino ad ora la prima ed unica indagine nell'atmosfera su Giove.
"I dati della Galileo e una manciata di immagini dell'orbiter hanno accennato a dei venti complessi che turbinano intorno e attraverso le hot spot, sollevando numerosi interrogativi se fossero fondamentalmente onde, cicloni o una via di mezzo", ha dichiarato Ashwin Vasavada, co-autore presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA a Pasadena, in California e che era un membro del team di Cassini durante il flyby di Giove.
"I meravigliosi film di Cassini mostrano il ciclo di vita e l'evoluzione delle macchie calde in gran dettaglio".
Dato che tali macchie sono interruzioni tra le nuvole, forniscono le finestre per osservare uno strato normalmente invisibile dell'atmosfera di Giove, forse fino al livello in cui le nuvole d'acqua si possono formare.
Nelle immagini, le macchie calde appaiono ombrose, perché gli strati più profondi sono più caldi e sono molto luminose a lunghezze d'onda infrarosse in cui è percepito il calore, da cui prendono il loro nome.
Un'ipotesi è che esse si verifichino quando grandi masse d'aria nell'atmosfera vengono riscaldate o essiccate. Ma la regolarità sorprendente delle hot spot ha portato alcuni ricercatori a sospettare che sia coinvolta un'onda atmosferica da otto a 10 punti di linee calde, più o meno equidistanti, con densi pennacchi bianchi di nuvole in mezzo. Questo modello potrebbe essere spiegato da una onda che spinge l'aria fredda verso il basso, rompendo le nubi e quindi apportando aria calda, provocando il coperchio di nubi pesanti visto nei pennacchi.
La modellazione al computer ha rafforzato questa linea di ragionamento.
Dai film di Cassini, i ricercatori hanno mappato i venti e il pennacchio attorno ad ogni hot spot e poi hanno esaminato le interazioni con i vortici che passano, oltre al vento, da spirali o vortici a spirali, che si fondono con i punti caldi. Per separare questi movimenti dalla corrente a getto in cui risiedono, gli scienziati hanno anche monitorato i movimenti delle nubi più piccole, simili ai cirri presenti sulla Terra. Questo ha fornito quello che potrebbe essere la prima misura diretta della velocità del vento reale della corrente a getto, che è risultata essere dai circa 500 ai 720 chilometri all'ora, molto più veloce di quanto si pensasse in precedenza.
Le hot spot transitano al ritmo più lento di circa 362 km all'ora.
Per riprendere questi singoli movimenti, i ricercatori hanno visto che i moti delle macchie calde corrispondono al modello di un'onda di Rossby nell'atmosfera terrestre.
Sulla Terra infatti, le onde di Rossby svolgono un ruolo importante nel tempo. Ad esempio, quando una folata di aria gelida artica scende improvvisamente verso il basso e congela le colture della Florida, un'onda di Rossby interagisce con la corrente a getto polare e la manda fuori dal suo normale corso. L'onda viaggia intorno al nostro pianeta, ma vaga periodicamente da nord e sud.
L'onda responsabile delle macchie calde circonda anche il pianeta da est ad ovest, ma invece di vagare da nord a sud, scivola su e giù nell'atmosfera. I ricercatori stimano che questa onda possa aumentare o diminuire dai 24 ai 50 chilometri di altitudine. "E questo è un altro passo nel rispondere alle tante domande che ancora circondano le macchie calde su Giove", ha detto Choi.
Traduzione a cura di Arthur McPaul
Foto di apertura
In questa serie di immagini dalla sonda Cassini della NASA, una macvhia calda rettangolare (in alto) interagisce con una linea di vortici che si avvicina a in alto a destra (secondo pannello). L'interazione distorce la forma del punto caldo (terzo pannello), facendola diminuita (in basso). (Credit: NASA / JPL-Caltech / SSI / GSFC)
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/03/130314180305.htm
lunedì 11 marzo 2013
Dione Luna Misteriosa

A guardarla distrattamente sembrerebbe una copia meno butterata della nostra Luna. Non ha i continenti di Titano, non sono visibili gli sbuffi dei geyser di Encelado, non è bicolore, rossiccia e bianca, come Giapeto. A prima vista, Dione potrebbe sembrare una delle meno curiose tra le tante lune di Saturno. Eppure le immagini della sonda Cassini ci mostrano un mondo in parte segnato da dirupi di ghiaccio e con una superficie dalla doppia natura, frutto di una storia geologica ancora tutta da capire.
Il ritratto di oggi è uno dei più recenti realizzati dalla missione Cassini con la Narrow Angle Camera il 23 Dicembre scorso, quando la sonda si trovava a poco meno di 250.000 Km dalla luna. L’immagine è nel visibile e la sua risoluzione è di 1,5 Km per ogni pixel (si consiglia di vedere l’immagine nel formato ad alta risoluzione). Nell’inquadratura, il polo nord della luna si trova in alto e ruotato di 39 gradi a sinistra e l’immagine è centrata in modo da evidenziare uno dei fenomeni più peculiari di Dione (55 gradi di latitudine e 85 gradi di longitudine ovest).
A catturare l’attenzione sono le fratture sottili e brillanti che percorrono gran parte della superficie della luna (vedi la parte illuminata verso la destra del disco). La loro misteriosa esistenza era già stata rivelata dalle prime immagini delle camere delle missioni Voyager nel 1980. Oggi si pensa che queste fratture luminose siano delle strutture geologicamente giovani, delle rupi scoscese che tagliano come enormi canyon la superficie di Dione, esponendo alla luce il materiale ghiacciato e luminoso della crosta. In molti punti, questi diurpi si sovrappongono ai pochi e piccoli crateri presenti, rivelando dunque una loro formazione più recente (vedi più in basso o a questo link una immagine più dettagliata di queste strutture che ricoprono la superficie di Dione).
Una seconda caratteristica della luna, meno evidente da questo ritratto, è il fatto che Dione sia un corpo celeste dalla doppia anima. Nella parte poco illuminata e poco visibile del disco, si indovina infatti una diversa superficie della luna, coperta di crateri in numero e di dimensioni ben superiori a quelli visibili nella parte illuminata dell’immagine.
Per essere spiegata, questa caratteristica necessita di un minimo di conoscenza della dinamica del satellite di Saturno. Dione ruota in modo sincrono intorno a Saturo presentando al pianeta sempre la stessa faccia, e la sua superficie mostra una chiara distinzione tra i due emisferi: quello anteriore (nella direzione del moto) e quello posteriore (nella direzione contraria). Se l’emisfero anteriore, come abbiamo visto, è coperto da una rete di brillanti e sottili striature su sfondo scuro e da crateri di dimensioni limitate, al contrario l’emisfero posteriore è ricoperto da crateri di dimensioni ben più grandi (si contano crateri più grandi di 100 Km, assenti sull’altro emisfero).
Una differenza, questa, in netta opposizione con quanto predetto dalla teoria che, in modo intuitivo, propenderebbe per una craterizzazione piu evidente della faccia nella direzione del moto e che, per essere spiegata, prevede forti sconvolgimenti nel passato di questa misteriosa luna di Saturno.
A cura di Livia Giacovini
Foto:
Un close-up della superficie di Dione. Crediti: NASA/JPL/Space Science Institute
Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/03/11/i-dirupi-di-ghiaccio-di-dione/
martedì 5 febbraio 2013
Nuovo Studio Sull'Alta Atmosfera Di Saturno

Ció potrebbe aiutare gli scienziati a prevedere il comportamento degli strati di aerosol di smog sulla Terra.
Secondo il nuovo studio, pubblicato questa settimana negli Atti della National Academy of Sciences, lo smog rossastro di Titano sembra iniziare con la radiazione solare che colpusce le molecole di azoto e metano nella ionosfera, creando una zuppa di ioni negativi e positivi.
Le collisioni tra le molecole organiche e gli ioni aiutano le molecole a crescere nell'aerosol più grandi e complesse. Più in basso nell'atmosfera, questi aerosol urtano e si coagulano, ma allo stesso tempo interagiscono con altre particelle neutre. Alla fine, formano il cuore dei processi fisici con cui gli idrocarburi piovono sulla superficie di Titano creando i famosi laghi, i canali e le dune.
Il documento è stato guidato da Panayotis Lavvas, uno scienziato della sonda Cassini, presso l'Università di Reims, Champagne-Ardenne, Francia. Il team ha analizzato i dati provenienti da tre strumenti di Cassini (lo spettrometro al plasma, lo spettronomo a ioni e massa neutra e le onde radio di plasma. Hanno confrontato i loro risultati con quelli ottenuti dalla sonda Huygens dell'ESA sulla sua discesa attraverso l'atmosfera di Titano nel 2005 e hanno scoperto che erano compatibili.
Per ulteriori informazioni su Cassini, visitare:
http://www.nasa.gov/cassini e http://saturn.jpl.nasa.gov.
Traduzione a cura di Arthur McPaul
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/02/130204190539.htm
sabato 19 gennaio 2013
Le Dune di Titano Riempiono I Suoi Crateri?

"La maggior parte dei satelliti di Saturno, hanno migliaia e migliaia di crateri sulla loro superficie, mentre il 50% della superficie di Titano che abbiamo visto in alta risoluzione, conteneva solo circa 60 crateri", ha detto Catherine Neish, del team di Cassini. E' possibile che ci siano molti più crateri su Titano, ma che non sono visibili dallo spazio, perché sono stati erosi.
Di solito stimiamo l'età della superficie di un pianeta contando il numero di crateri su di esso (più crateri significa una superficie maggiore). Ma se ci sono in atto dei processi come l'erosione o le dune di sabbia è possibile che la superficie sia in realtà molto più antica di quello che appare".
"Questa ricerca è la prima stima quantitativa di come sia stata modificata la superficie di Titano", aggiunge Neish.
Titano è l'unica luna del Sistema Solare con una spessa atmosfera, e l'unico mondo oltre la Terra noto che ospita laghi e mari sulla sua superficie. Tuttavia, con una temperatura superficiale di circa -290 gradi Fahrenheit (94 gradi Kelvin), la pioggia che cade dal cielo non è acqua, ma metano ed etano liquido, composti che sono normalmente in forma gassosa sulla Terra.
Neish e il suo team hanno fatto la scoperta confrontando i crateri su Titano e Ganimede, la luna gigante con una crosta di ghiaccio d'acqua, simile a Titano.
Tuttavia, Ganimede ha perso quasi del tutto l'atmosfera e quindi in assenza di vento o pioggia non è stata erosa la sua superficie.
"Abbiamo scoperto che i crateri su Titano erano in media centinaia di metri (metri) meno profondi di quelli di Ganimede, suggerendo che qualche processo su Titano li li sta riempiendo" dice Neish, che è autore di un articolo pubblicato on-line sulla rivista Icarus il 3 dicembre 2012.
Il team ha utilizzato la profondità media dei crateri di Ganimede dai dati inviati dalla sonda Galileo della NASA. La stessa tendenza dei crateri su Titano è stata calcolata utilizzando le stime della profondità dei crateri provenienti dai dati derivanti da immagini di Cassini.
L'atmosfera di Titano è principalmente composta da azoto con tracce di metano e di altre molecole più complesse fatte di idrogeno e carbonio (idrocarburi). La fonte di metano di Titano resta un mistero perché il metano nell'atmosfera è suddiviso su scale temporali relativamente brevi dalla luce del Sole. Frammenti di molecole di metano poi ricombinate in idrocarburi più complessi negli strati superiori dell'atmosfera, formano uno spesso smog arancione che nasconde alla vista la superficie. Alcune delle particelle più grandi eventualmente piovono sulla superficie, dove si legano assieme formando la sabbia.
"Dal momento che la sabbia sembra essere prodotta dal metano atmosferico, Titano deve aver avuto metano nella sua atmosfera per almeno diverse centinaia di milioni di anni per poter riempire i crateri ai livelli che stiamo vedendo", dice Neish. Tuttavia, i ricercatori stimano che la corrente di alimentazione del metano di Titano dovrebbe essere degradata dalla luce solare all'interno di decine di milioni di anni, quindi Titano aveva molto più metano in passato, oppure vengono riempiti in qualche modo.
I membri del team dicono che è possibile che altri processi potrebbero riempire i crateri su Titano: come l'erosione dal flusso di metano ed etano liquido per esempio. Tuttavia, questo tipo di agenti atmosferici tendono a riempire un cratere rapidamente all'inizio, poi più lentamente. Secondo Neish, si vedono crateri in tutte le fasi, alcuni appena iniziati ad essere ricoperti, alcuni a metà strada e alcuni che sono quasi completamente pieni.
Ciò suggerisce che un processo come la sabbia portata dal vento, riempie i crateri e altre caratteristiche ad un tasso costante. Questo si chiama flusso viscoso, ed è come quello che accade quando qualcuno prende una paletta di una vasca di panna montata fresca e scorre lentamente fino a riempire il buco e appiattire la superficie.
I crateri dei satelliti ghiacciati tendono a diventare meno profondi nel corso del tempo quando il ghiaccio scorre viscoso, quindi è possibile che alcuni dei suoi crateri poco profondi siano semplicemente molto più vecchi o abbiano subito un flusso di calore superiore rispetto a quelli di Ganimede, più recenti.
Tuttavia, la crosta di Titano è in gran parte composta da ghiaccio d'acqua e a causa alle temperature estremamente basse, il ghiaccio non dovrebbe essere abbastanza per tenere conto di una grande differenza in profondità rispetto ai crateri di Ganimede. Inoltre, proprio come l'erosione del torrente, la deformazione di flusso viscoso tende ad accadere rapidamente all'inizio, poi più lentamente come il materiale regola, quindi ci si aspetterebbe di vedere un sacco di crateri parzialmente riempiti su Titano se la sua superficie fosse stata deformata facilmente attraverso il flusso viscoso.
Mentre Cassini riprende Titano durante i suoi numerosi incontri, lo strumento radar costruisce a poco a poco una mappa della superficie. Ad oggi, lo strumento ha fornito strisce che coprono circa il 50 per cento della sua superficie. I crateri misurati dal team sono tutti a circa 30 gradi dall'equatore, una regione relativamente asciutta.
"Tuttavia, la presenza di liquidi sulla superficie e nel sottosuolo può anche causare una sostanziale modifica della forma del cratere, come si osserva sulla Terra", afferma Neish. "Nel caso di Titano, i liquidi costituiti da idrocarburi, sia per i sedimenti umidi (come quelli osservati nel sito di atterraggio di Huygens) o in ambienti marini poco profondi (come i laghi osservati a poli nord e sud). I crateri formatisi in ambienti simili alla Terra privi di qualsiasi elemento significativo di superficie, compresa l'assenza di un bordo rialzato, hanno subito il crollo sedimenti nel cratere. E' possibile che la mancanza di una topografia marina associata agli impatti possa aiutare a spiegare la relativa scarsità di crateri da impatto osservati vicino i poli di Titano. Se regioni polari sono sature di idrocarburi liquidi, i crateri formatisi in quelle regioni possono mancare di qualsiasi espressione topografica riconoscibile".
Il team pensa che queste considerazioni siano ottime sulla base dei dati fino ad ora disponibili e la differenza di profondità tra i crateri su Titano e Ganimede puó essere meglio spiegata attraverso la presenza della sabbia portata dal vento, anche se l'erosione da liquidi e il flusso viscoso potrebbero comunque contribuire alla modifica dei crateri.
I nuovi dati che in futuro saranno analizzati dal team di Cassini, potranno forse spiegare meglio il perché di questo affascinante quesito.
Traduzione A Cura Di Arthur McPaul
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2013/01/130117183402.htm
giovedì 17 gennaio 2013
Ghiaccio Nei Laghi Di Titano
Non è esattamente la ciliegina su una torta, ma potrebbe essere ciliegina su un lago. Un nuovo documento da parte degli scienziati della missione Cassino, ritiene che blocchi di ghiaccio di idrocarburi potrebbero decorare la superficie dei laghi e dei mari di idrocarburi liquidi su Titano. La presenza di lastre di ghiaccio potrebbe spiegare la riflettività delle superfici dei laghi su Titano.
La missione Cassini-Huygens è un progetto di cooperazione della NASA, l'Agenzia spaziale europea e ASI, l'Agenzia Spaziale Italiana.
A cura di Arthur McPaul
sabato 15 dicembre 2012
Cassini Riprende Il Grande Vortice A Nord Di Saturno

La sua rapida rotazione e la mancanza di qualsiasi superficie solida su Saturno ha alcune delle più elevate velocità del vento nel Sistema Solare, che soffia a oltre 500 metri al secondo (1.100 chilometri all'ora) in direzione est, attorno al suo equatore. Alle alte latitudini i venti a volte si spostano in varie direzioni, creando tempeste a spirale dalle cesoie potenti.
Ai poli questi vortici si fondono grazie all'energia eolica in vasti vortici con delle filature cerchiate che sfornano le nubi, e il loro centro si immerge in profondità nell'atmosfera di Saturno.
Grazie alla sonda Cassinidella NASA in orbita sopra i poli di Saturno, possiamo ancora una volta ottenere una buona occhiata a queste caratteristiche dinamiche e affascinanti, aiutando gli scienziati a capire meglio i cambiamenti stagionali sul pianeta degli anelli.
Immagine:
NASA / JPL / Space Science Institute.
Traduzione a cura di Arthur McPaul
Fonte:
http://news.discovery.com/space/big-pic-cassini-saturn-storm-121128.html
venerdì 14 dicembre 2012
Scoperto Un Fiume Nilo In Miniatura Su Titano

Gli scienziati deducono che il fiume, che è situato nella regione polare a nord di Titano, è composto da idrocarburi liquidi poiché appare scuro in tutta la sua lunghezza nella immagine ad alta risoluzione radar, indicante una superficie liscia.
"Anche se ci sono alcuni brevi, locali meandri, la rettilineità relativa della valle del fiume suggerisce che segua la traccia, similmente ad altri grandi fiumi in esecuzione nel margine meridionale di questo stesso mare di Titano", ha detto Jani Radebaugh, uno scienziato del team di Cassini alla Brigham Young University, Provo, Utah. "Tali difetti, fratture nella roccia di Titano, non possono implicare una tettonica delle placche, come sulla Terra, ma portano all'apertura dei bacini e forse, alla formazione dei mari giganti".
La nuova immagine è disponibile online all'indirizzo: http://www.nasa.gov/mission_pages/cassini/multimedia/pia16197.html.
Titano è l'unico altro mondo noto che ha dei liquidi stabili sulla sua superficie. Mentre il ciclo idrologico della Terra si basa sull'acqua, il ciclo equivalente di Titano e alimentato dagli idrocarburi liquidi quali l'etano e il metano. Nelle regioni equatoriali di Titano, le immagini di Cassini nella luce visibile delle telecamere alla fine del 2010 hanno rivelato che oscuravano le regioni a causa di recenti piogge. La mappaputa con lo spettrometro ad infrarossi e in luce visibile della sonda Cassini hanno confermato la presenza di etano liquido in un lago in nell'emisfero sud di Titano noto come l'Ontario Lacus nel 2008.
"Titano è l'unico posto che abbiamo trovato oltre la Terra che abbia un liquido in continuo movimento sulla sua superficie", ha affermato Steve Wall.
"Questa immagine ci dà, un'istantanea di un mondo in movimento con la pioggia che cade e fiumi che scorrono verso laghi e mari, dove l'evaporazione fa ricominciare il ciclo da capo come sulla Terra fa acqua.
Su Titano, è il metano".
L'immagine radar in alto è stata scattata il 26 settembre del 2012 (credito NASA/ESA).
Essa mostra la regione polare a nord di Titano, dove la valle del fiume sfocia nel Mare Kraken, un mare che è, in termini di dimensioni, a metà tra il Mar Caspio e il Mar Mediterraneo, sulla Terra. Il fiume Nilo vero e proprio si estende circa 4.100 miglia (6.700 km).
Ora possiamo dire che anche Titano ha il suo Nilo ma di metano liquido.
Traduzione a cura di Arthur McPaul
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/12/121212164028.htm
domenica 30 settembre 2012
Su Titano Ciclo Stagionale Complesso

Il Dr Athena Coustenis dell'Osservatorio Parigi-Meudon in Francia ha analizzato i dati raccolti e ha scoperto che le stagioni di Titano hanno una incidenza assai significativa, più di quanto si pensasse.
Inoltre, uno strato di foschia che circonda Titano al polo nord si è notevolmente ridotto durante l'equinozio a causa dei modelli della circolazione atmosferica. Tutto questo è molto sorprendente perché non ci aspettavamo di trovare variazioni così repentinee, soprattutto negli strati più profondi dell'atmosfera".
La causa principale di questi cicli stagionali è la radiazione solare, ovvero la fonte energetica dominante per l'atmosfera, capace di scindere l'azoto e il metano presente creando molecole più complesse, come l'etano e di agire come forza trainante per i cambiamenti chimici.
Titano è inclinato di circa 27 gradi, come la Terra, implicando un avvicendamento stagionale. La luce solare, seppur lontana oltre 1,5 miliardi di km, raggiunge diverse porzioni di superficie con intensità variabile a causa dell'inclinazione.
Queste conclusioni sono state rese possibili grazie a diverse missioni tra cui il Voyager 1 (1980), l'Infrared Space Observatory (1997) e Cassini (dal 2004 in poi), integrato da osservazioni terrestri.
Ogni stagione su Titano si estende su circa 7,5 anni, mentre ci vogliono 29,5 anni per orbitare intorno al Sole.
Il Dr Coustenis spiega perché è importante conoscere bene questa lontana luna: "Titano è la migliore opportunità che abbiamo per studiare un pianeta simile al nostro in termini di clima, meteorologia e astrobiologia e al tempo stesso conoscere nuovi processi geologici, atmosferici e interni".
A Cura Di Arthur McPaul
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/09/120928085222.htm
venerdì 3 agosto 2012
Anomale Valanghe Di Ghiaccio Su Giapeto

La ragione, dice William McKinnon, PhD, professore di Scienze della Terra e planetarie, è la spettacolare topografia di Giapeto. Possiede bacini da impatto giganti e molto profondi, una grande catena montuosa che raggiunge i 20 chilometri (12 miglia) di altezza, ovvero due volte e mezzo più del monte Everest", dice McKinnon.
Cadendo da tali altezze, il ghiaccio raggiunge alte velocità e poi succede qualcosa di strano.
In qualche modo, il suo coefficiente di attrito scende, e comincia a scorrere piuttosto lentamente fino a molte miglia prima che dissipi l'energia della caduta arrivando finalmente a riposarsi.
Nel numero del 29 luglio di Nature Geoscience, Singer, McKinnon e i colleghi Paul M. Schenk del Lunar and Planetary Institute e Jeffrey M. Moore della NASA Ames Research Center, descrivono queste valanghe giganti di ghiaccio proponendo un meccanismo che potrebbe rendere il ghiaccio e le rocce scivolose, non solo durante le valanghe o frane, ma anche durante i terremoti o i moonquakes ghiacciati.
Troppe ipotesi
Le valanghe di ghiaccio su Giapeto non sono solo grandi, ma sono più grandi di quelle che dovrebbero essere.
La controparte alla valanga di ghiaccio Iapetiana sulla Terra è una lunga eccentricità franosa sulla roccia, o sturzstrom, (termine tedesco tedesco per l'inglese "fallstream").
La maggior parte delle frane percorrono una distanza orizzontale che è inferiore al doppio della distanza dlle rocce cadute.
In rare occasioni, tuttavia, una frana si sposta 20 o 30 volte più lontano di quanto sarebbe dovuta cadere, per lunghe distanze in orizzontale o addirittura impennandosi in salita. Queste frane straordinariamente mobili, che sembrano rovesciarsi come un fluido piuttosto che come rocce, hanno lasciato a lungo perplessi gli scienziati.
La meccanica di una normale eccentricità è semplice. I detriti viaggiano verso l'esterno finché l'attrito all'interno della massa di detriti con il terreno, dissipa l'energia della roccia acquisita dalla caduta arrestandosferma.
"Ma per spiegare l'anomala discesa deve esistere qualche altro meccanismo.
Qualcosa dovrebbre agire per ridurre l'attrito durante l'eccentricità", dice Singer.
Il problema è che non c'è accordo su ciò che questo qualcosa potrebbe essere. Le proposte hanno incluso un cuscino d'aria, la lubrificazione da parte dell'acqua o da farina di roccia o un sottile strato fuso.
"Le frane su Giapeto sono esperimenti che non possiamo fare in un laboratorio o osservare sulla Terra", dice Singer.
"Sul nostro pianeta abbiamo esempi di frane giganti di ghiaccio che scendono come roccia che in teoria dovrebbero spiegare le valanghe su Giapeto".

Un esperimento per caso
McKinnon, la cui ricerca si concentra sui satelliti ghiacciati dei pianeti esterni del Sistema Solare, ha studiato Giapeto dalla sonda Cassini che ha volato nel dicembre 2004 e nel settembre del 2007.
Quasi tutto ciò che riguarda Giapeto è dispari. Dovrebbe essere sferico, ma è più grasso all'equatore rispetto ai poli, probabilmente perché congelatosi quando girava più velocemente di quanto lo sia ora. Possiede una catena montuosa di origine misteriosa. estremamente elevata, che avvolge la maggior parte dell'equatore.
A causa della sua robustezza e della cresta gigante, la luna sembra una noce di grandi dimensioni.
Se la superficie Iapetiana si fosse bloccata prima di poter girare come una sfera, ci dovevano essere, secondo McKinnon le fratture da stress nel ghiaccio. Singer inizió invano la ricerca.
Guardò anche con attenzione ogni immagine di Cassini senza trovare molte prove sulla presenza di fratturazioni. Invece, continuava a trovare valanghe gigantesche.
Singer ha finalmente poi identificato 30 massiccie valanghe di ghiaccio, 17 che erano precipitate giù dalle pareti del cratere e altre 13 che si erano abbattute dalla catena montuosa equatoriale.
Misurazioni accurate delle alture da cui il ghiaccio era caduto e l'eccentricità della valanga non hanno trovato le tendenze in linea con alcune delle teorie più popolari per la mobilità straordinaria delle frane.
"Non abbiamo la stessa gamma di misure per le valanghe Iapetiane disponibili per frane sulla Terra e Marte", spiega Singer.
Ma, è tuttavia chiaro che il coefficiente di attrito delle valanghe (come misurato dal rapporto tra l'altezza di caduta e l'eccentricità) non è coerente con i coefficienti di attrito di ghiaccio molto freddi misurati in laboratorio.
I coefficienti di attrito possono variare da zero a maggiore di uno. Le misurazioni di laboratorio sui coefficienti del ghiaccio variano tra lo 0,55 e lo 0,7.
I coefficienti per le valanghe di Giapeto, tuttavia, hanno una dispersione tra 0,1 e 0,3.
In un esperimento tipico da laboratorio per misurare il coefficiente di attrito di ghiaccio, i cilindri di ghiaccio sono stati ruotati uno contro l'altro ed è stata misurata la loro resistenza alla rotazione. Se il ghiaccio si sta muovendo lentamente, vuol dire che c'è molto attrito.
Ma se fosse in movimento veloce, l'attrito potrebbe essere inferiore.
Sarebbe un rapido movimento a rendere il ghiaccio super freddo caldo e così scivoloso?
"E' un'ipotesi verificabile", gli scienziati hanno sottolineato.
L'ipotesi del repentineo riscaldamento è rafforzato dalla scoperta di rocce che sembrano aver subito una fusione d'attrito, genericamente chiamata "pseudotachylites", lungo le faglie e in prossimità di alcuni massi", dice Singer.
"Si potrebbe pensare che l'attrito è banale", ha detto McKinnon, "ma non lo è. E questo vale per l'attrito tra ghiaccio e gli attriti tra le rocce. E' molto importante non solo per le frane, ma anche per i terremoti e per la stabilità del terreno. Ed è per questo che queste osservazioni su una luna di ghiaccio sono interessanti e stimolanti".
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/07/120729142249.htm
sabato 3 settembre 2011
Cassini Incontra Hyperion

Le iimmagini "RAW" sono state acquisite quando la sonda è passata ad una distanza di circa 15.500 miglia (25000 km) dalla luna, rendendo questo, il secondo incontro più vicino.
Hyperion è una piccola luna di appena 270 chilometri di diametro. Ha una forma irregolare senza atmosfera e ha una rotazione caotica lungo la sua orbita.
Questa strana rotazione ha impedito agli scienziati di prevedere esattamente quello che le telecamere della sonda avrebbero ripreso durante questo passaggio ravvicinato.
Tuttavia, questo flyby ha probabilmente permesso alla sonda Cassini di mappare un territorio nuovo. Per lo meno, aiuterà gli scienziati a migliorare le misurazioni del colore della luna e contribuirà inoltre a determinare i cambiamenti di luminosità della luna e i cambiamenti delle condizioni forniranno una conoscenza migliorata della superficie.
Le misurazioni del colore inoltre forniranno ulteriori informazioni sui diversi materiali presenti sulla superficie profondamente butterata.
Il precedente incontro di Cassini con Hyperion era avvenuto il 26 settembre 2005, quando la sonda ha volato a circa 500 chilometri sopra la superficie della luna. Il prossimo flyby avverrà il 16 settembre 2011 ad una distanza di circa 58000 km.
Per ulteriori informazioni sulla missione Cassini-Huygens, visitare http://www.nasa.gov/cassini e http://saturn.jpl.nasa.gov .
Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2011/08/110827191804.htm













