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sabato 4 giugno 2011

Sconsolatamente Soli Nell'Universo?




Prefazione
In questo studio di matrice etnologica, vengono discusse alcune rilevanti tematiche riguardanti la possibile presenza (o non presenza) di civiltà extraterrestei nel cosmo.
Di chiara scuola darwiniana ed evoluzionista, l'autore ipotizza le possibili soluzioni al dilemma di Fermi, dell'assenza di di contatto con le altre civiltà aliene, ma affronta la questione abche su basi sociologiche e culturali, rapportando il discorso alla nostra storia.

Si parla di distanze enormi da colmare senza valutarne troppo i  limiti tecnologici, per far prevalere il bisogno o "non bisogno" di farsi notare dai vicini, la mimetizzazione e l'occultamento degli habitat e delle stesse EBE (Extraterrestral Biologic Entity). 
Si parla quindi di prede e di predatori, applicando in chiave cosmica le nozioni che ci insegna la storia e la lotta per la sopravvivenza tipica delle specie animali.
Un viaggio teorico e propedeutico per i "colonizzatori dell'anno 50000 d.C.", che a metà tra realtà e fantascienza, pone problemi di cui sinceramente, in questi tempi di guerra nessuno ne sente realmente il bisogno.

Tuttavia, il Paradosso di Fermi, esiste e l'enigma che ci lascia isolati nel cosmo è ossessionante per la nostra mente.
Alla fine prevale la paura e l'angoscia di essere annientati da predatori cosmici famelici, perché come ci insegna la storia, l'uomo è abituato a sottomettere i propri simili più deboli, nel grande gioco della natura che si chiama evoluzione.

Buona lettura.

Arthur McPaul

Titolo originale: Too Damned Quiet?

Autore: Adrian Kent (DAMTP, University of Cambridge and Perimeter Institute)
(Submitted on 4 Apr 2011)


SINTESI
Si ipotizza spesso, che la vita extraterrestre sia impossibilitata ad essere sufficientemente avanzata, per essere in grado di compiere viaggi interstellari o di comunicare a grandi distanze, altrimenti avremmo giá visto le prove.

Questo mancanza di prove è spesso a sua volta considerata una prova indiretta che dimostra l'improbabilità della presenza della vita e della sua evoluzione nel nostro Universo. 
Tuttavia è opportuno prendere in considerazione altre possibilità.

Una di queste è che la vita si possa comunque essere evoluta in molti luoghi, ma che la selezione evolutiva, che agisce per scala cosmica, tende a farla estinguere senza che riesca a farsi troppa pubblicità. 
L'altra possibilità potrebbe essere che, le specie intelligenti potrebbero ragionevolmente essere preoccupate sui possibili pericoli di farsi pubblicità e quindi scelgono la discrezione. 

OSSERVAZIONI:
A volte, si dovrebbe avere il coraggio di comunicare ipotesi anche quando sono difficili o impossibili da testare in tempi brevi. [...]

II. INTRODUZIONE 
Partiamo dalla famosa domanda di Fermi: "Dove sono gli extraterrestri se esistono?" ...visto che in effetti sembrano mostrare scarso interesse per la Terra e i suoi abitanti...

E' difficile discutere di questo argomento in modo intelligente, dato che non sappiamo quasi nulla circa l'esistenza di ambienti bio-compatibili oltre alla Terra e di vita extraterrestre, delle forme che potrebbe assumere, o il modo in cui potrebbe comportarsi. 

La maggior parte delle nostre idee sugli extraterrestri, siano esse fantascientifiche o esobiologiche, sono solo invenzioni della nostra psiche. Noi, però, abbiamo una fonte che potrebbe almeno plausibilmente essere utile: la storia evolutiva della Terra.

III. EVOLUZIONE
Per affrontare l'argomento, l'obiettivo è quello di considerare come la vita potrebbe evolversi, oppure comportarsi, su scala cosmica. 
Assumendo per sintesi un pianeta come "Habitat cosmico" per lo sviluppo della vita e "forma di vita indipendente" come abbreviazione di "forma di vita che ha un storia evolutiva che inizia su un altro pianeta ", si possono prendere in considerazione i possibili scenari in cui la vita extraterrestre potrebbe interagire o evitare l'interazione, senza fare alcuna ipotesi su dove essa sia presente. Se l'obiettivo della discussione è quello di dare una possibile spiegazione del motivo per cui non abbiamo visto alcuna prova della presenza di vita extraterrestre, però, abbiamo bisogno di supporre che siamo in grado di avere la tecnologia per essere dei competenti osservatori cosmici.

Ovviamente, se non fossimo attrezzati per cercare la vita aliena, allora la nostra incompetenza sarebbe sufficiente a spiegare il perché del fatto che non vediamo la vita extraterrestre. 
Anche se ció fosse molto probabilmente vero, (per esempio, il nostro pianeta è circondato da una fitta nebulosa, che ci permette di osservare l'universo solo da una ristretta banda di frequenza) sarebbe comunque interessante e utile per considerare come più sia favorevole e più competente interagire con la vita extraterrestre. 
Conoscere la risposta non potrebbe, in questo caso, contribuire a spiegare il perché non vediamo la vita extraterrestre, ma potrebbe essere una utile guida per le nostre azioni future (dovremmo tentare di comunicare o viaggiare al di fuori della fitta nebulosa?). 

Si noti che in linea di principio si potrebbe immaginare come una forma di vita possa altresì essere ben visibile rispetto che ad un altra, posta su un pianeta diverso, senza ipotizzare che uno delle due è intelligente o tecnologicamente avanzata. 
Potrebbe anche essere che la vita capace di viaggi interstellari non si è evoluta da nessuna parte oltre che sulla Terra. 
Potrebbe anche essere che la vita si è evoluta in maniera indipendente in molte località del cosmo, ma la sua evoluzione è relativamente rara e che sopravvive generalmente per brevi periodi in modo che le creature provenienti dai diversi habitat cosmici dovrebbero aspettarsi alttrettanto raramente, di ottenerele prove dell'esistenza l'una dall'altra. 

Tale caso suggerisce che le forme di vita intelligenti, una volta arrivate ad un alto livello tecnologico possono acquisire armi di distruzione di massa che poi portano alla propria estinzione. 
Un'altra possibilità, spesso considerata solo nella fantascienza, è che il cosmo potrebbe essere pieno di specie intelligenti, che vagano in lungo e in largo, ma sono attente a non far scoprire la loro esistenza, forse perché hanno deciso di non di interferire con il nostro sviluppo. 

Ciascuno di questi scenari potrebbe forse essere plausibile, ma in questo documento si vogliono introdurre e considerare altre spiegazioni in merito. 

Consideriamo per esempio, le seguenti ipotesi. 

1) La vita si è evoluta in modo relativamente frequente nel cosmo. 

2) Le interazioni tra le specie originarie su pianeti diversi non sono state così rare.

3) Queste interazioni potrebbero spesso aver portato le specie, in via di estinzione (o specie precedentemente cospicue diventate poco appariscenti, sia perché il loro numero e il loro sviluppo tecnologico sono stati notevolmente ridotti, sia perché il loro comportamento è stato alterato per sempre). 

4) Come conseguenza, la selezione evolutiva, che opera su livelli galattici ancora più grandi, ha assicurato che le specie tipiche che sopravvivono non sono cospicue agli osservatori tipici che hanno sede in un altro habitat cosmico e non sono in grado di compiere viaggi interstellari. 

Forse la versione più logica di queste ipotesi comporta che esistano "guerre dei mondi", deliberatamente condotte tra rivali tecnologicamente avanzati e quindi civiltà intelligenti.

Si potrebbe, infatti, limitare la discussione solo a questo caso, supponendo che solo le specie intelligenti siano in grado di viaggiare da un pianeta all'altro. Vale la pena notare però, che le ipotesi non richiedono necessariamente che queste lotte facciano parte del meccanismo di selezione. 
Ad esempio, immaginiamo (anche se non sono sicuro se sia davvero plausibile) che specie di predatori che si sono in qualche modo evolute per spostarsi su inter-distanze stellari, magari guidati da esseri simili a lontane forme di vita o di aspetto habitat promettente, anche se non hanno nulla che noi riconosceremmo come intelligenza avanzata. 
Analogamente, è importante notare che l'evoluzione cosmica non deve necessariamente presentarsi come il risultato di una scelta deliberata da una civiltà avanzata. Alcune specie intelligenti prudentemente potrebbero evitare di farsi notare mostrando il loro habitat come desolato e inutile, perché sono preoccupate dell'arrivo di predoni interstellari. 
Per altre invece potrebbe mancare semplicemente il buon senso o un interesse a pubblicizzare i propri traguardi tecnologici o di avventurarsi oltre il loro ambiente naturale e così potrebbero avere una maggiore probabilità di sopravvivenza, grazie alla loro mancanza di iniziativa. 

Alcune specie potrebbero evitare la predazione attraverso l'adozione di una forma sconosciuta che gli altri abitanti del cosmo non riconoscono o utilizzando tali risorse esotiche del loro habitat che non sono generalmente viste come preziose, riuscendo pertanto a sopravvivere inosservate. 

IV. PERCHE LA VISIBILITA'?
Supponiamo ora che ci sia davvero una sorta di competizione per le risorse su scala cosmica e che si manifesti anche una sorta di selezione evolutiva. È plausibile che il processo di selezione sia un criterio importante? 

Dopo tutto, sulla Terra, anche se 
molte specie effettivamente impiegano con successo la mimetizzazione e l'occultamento, non è generalmente certo che il successo della specie dipenda dalla presenza di un habitat completamente nascosto alla concorrenza di altre specie. 
Gli ecosistemi terrrestri sono generalmente caratterizzati da complesse interazioni di simbiosi tra le specie componenti. 
Si potrebbe immaginare che, se gli ecosistemi su scala cosmica siano effettivamente esistenti, sarebbero complessi allo stesso modo. 
Ma ci sono alcune ragioni per pensare che la situazione potrebbe essere molto differente. 

Quando gli habitat cosmici sono davvero in gran parte identificati con pianeti abitabili, dovrebbero essere nascosti e molto molto distanti, almeno secondo le nostre attuali conoscenze. E se i pianeti abitati sono molto distanti, ci potrebbe essere un tragitto non facile da un pianeta abitato A per identificare un pianeta B, a meno che gli abitanti di B non riescano a fare pubblicità della loro esistenza. 

In genere si imnagina che un pianeta abitato, insieme con l'ecosistema che supporta, costituisca una risorsa che sarebbe utile per le specie di altri pianeti. 
Per esempio, una specie tecnologicamente avanzata potrebbe trovare abbastanza utile usare l'ingegneria genetica per adattare l'intero ecosistema ai loro scopi. 
Naturalmente, questi obiettivi non possono essere del tutto compatibili con le finalità degli abitanti originari. 
In effetti, la posta in gioco potrebbe essere ancora più grande e di conseguenza la concorrenza più agguerrita, 

Questo suggerisce che, se gli abitanti dei pianeti A e B sono anche potenziali concorrenti per le risorse, vi è concorrenza e un potenziale meccanismo evolutivo di selezione contro coloro che tendono a perdere tale ricerca. 
Quando gli habitat cosmici sono sufficientemente distanziati e difficili da trovare, di gran lunga la migliore strategia di sopravvivenza per una specie è evitare di entrare in contatto con coloro, che essenndo potenziali avversari non identificano il loro habitat come un valore da preservare. 

V. COMPLICAZIONI
Una piccola riflessione suggerisce che se la visibilità rischia di provocare una sorta di predazione da parte dei concorrenti, le dinamiche di selezione devono essere un pó più complicate di quanto la discussione precedente permette di ritenere.

In primo luogo, è difficile giungere su un habitat ben visibile senza rendersi visibile. Anche se ci possa essere un attacco furtivo, il semplice fatto che la specie B non dà indizi per gli osservatori della specie A, potrebbe renderli interessanti risorse in condizioni di lavoro, e quindi tale condizione renderebbe interessante esplorare i dintorni per altri habitat popolati. 
Una specie se riesce a prendere in consegna un'altra, lasciando intatto l'habitat, potrebbe riuscire a rendere la sua conquista impercettibile. 
Ma poi, naturalmente, l'habitat rimarrebbe ben visibile: ciò non contribuirebbe a uno selezione evolutiva contro l'habitat ben visibile e quindi non avrebbe sostenuto il nostro tentativo per spiegare la mancanza di extraterrestri. 
Un cauto predatore potrebbe forse cercare di prendere più specie dell'habitat B dando l'impressione che la specie B si è autodistrutta. Questo potrebbe peró a non essere creduto.
La storia della fasulla autodistruzione perderebbe presumibilmente credibilità se un certo numero di specie indipendenti in habitat diversi in una determinata regione si fossero autodistrutte in uno statisticamente inverosimile breve intervallo di tempo. 

In caso di conquista di B, la nuova specie verrebbe individuata da C che potrebbe essere tentata di conquistarla. Ma così potrebbe essere anche per le specie D, E, e così via. Considerando questa possibilità potrebbero scoraggiarsi non solo la  specie C, ma anche la specie B. (o l'evoluzione potrebbe aver selezionato contro questo comportamento). 
Ma allora, se le specie B, C e così via sono fermate, la specie A è, dopo tutto lasciata sola e per fortuna puó continuaere ad esistere indisturbata. Il nostro scenario originale sembra essere in pericolo di auto-contraddizione. 

Ma l'incoerenza si pone solo se si contempla una legge assoluta, la quale afferma che qualsiasi forma di auto-pubblicità è causa certa per attacchi da parte dei concorrenti,  che condurrebbe quindi all'estinzione. 

Una più ragionevole ipotesi potrebbe essere  quella di un cosmo con specie che si comportano con vari gradi di comportameno: alcune farebbero qualche tentativo di osservare i predatori prima che questi giungano su di loro, altre cercherebbero le prove della loro presenza e altre rimarrebbero nascoste sperando di evitare la predazione.
 
In un tale mondo, tutte le specie stanno giocando una partita con delle  informazioni non complete. Sarebbe molto difficile produrre un modello che predice in maniera convincente le probabilità e le distribuzioni spaziali della varie strategie, dal momento che la risposta dipende certamente da molte incognite (per esempio: qual è la distribuzione spaziale e temporale dell'evoluzione della specie nel cosmo? Qual è la distribuzione delle loro capacità  di difendersi? e qual è la distribuzione delle strategie che inizialmente sono predisposte ad adottare?). 

La formulazione corretta delle ipotesi è semplicemente che l'evoluzione ha soppresso significativamente la visibilità cosmica. Ovviamente, questa ipotesi potrebbe essere semplicemente sbagliata. Non è, devo ammettere, evidente che, la vita effettivamente provenga da pianeti molto lontani e che la soppressione di cospicuità cosmica sia il probabile risultato di una competizione evolutiva.
Ma l'ipotesi non è certamente logicamente incoerente e sembra non del tutto inverosimile, soprattutto in confronto ad altre soluzioni proposte per il paradosso di Fermi. 
Una complicazione ulteriore, è che la specie potrebbero essere indotte da un predatore vicino anche se la loro strategia generale è di non farsi notare e di evitare la predazione. 

Specie rumorose potrebbero essere in grado di attirare l'attenzione sgradita del vicinato. Si potrebbe forse fuggire il più lontano possibile, ma sarebbe necessario trovare un altro habitat non occupato e non appariscente. 
Non solo questo può essere difficile e quindi pericoloso in sé, ma non vi è motivo per  rischiare  di diventare ben visibili ai predatori durante la ricerca. L'eliminazione vicini rumorosi, almeno presumibilmente, sarebbe meno pericoloso che lasciarli soli: potrebbero non ancora essere stati notati da altri predatori potenzialmente pericolosi e si potrebbe presumere che quindi  sarebbe pericoloso averli in giro, a meno che non si interviene. 
E anche se è già stato notato, la loro eliminazione non si va necessariamente ad aggiungere al pericolo di predatori più potenti in arrivo nel vicinato.

VI. DELIBERATA INCONSPICUITA'
Le specie intelligenti non devono seguire i loro istinti ciecamente. Riflettendo su queste possibilità e sulla consapevolezza delle incertezze coinvolte, potrebbe scoraggiare molte specie intelligenti all'esplorazione interstellare, e persuaderli a rimanere visibili il  meno possibile sul  loro pianeta. 
Una specie razionale dovrebbe concludere che, se la vita nel cosmo è comune, le probabilità che esistano altrove forme  più sviluppate rende molto probabile la lotta che potrebbe svilupparsi rendendoci razionalmente pessimisti
sulla sua possibilità di entrare nella mischia. 

Le probabilità reali sono incalcolabili, ma anche se fossero abbastanza ridotte, il costo (probabile estinzioe) è così elevata che il guadagno possibile di nuovi habitat e di nuove conoscenze non sembrano offrire adeguati risarcimenti, meno che la propria situazione sia veramente disperata. 

Una specie dovrebbe quanto meno,  attendere e osservare per un certo periodo il cosmo nella speranza di ottenere qualche prova in merito allo stato di vita aliena prima di prendere provvedimenti che pubblicizzano la propria esistenza. 

VII. POSSIBILI SCENARI
Da dove viene? Quale potrebbe essere la situazione nella nostra galassia? Può darsi, naturalmente, che siamo l'unica specie della galassia (residente o visitatore) in grado di viaggiare nello spazio, e non  è intenzione influenzare la nostra visibilità a qualsiasi specie potenzialmente pericolose. Ma le possibilità qui considerate suggeriscono anche scenari meno stabili.
Si potrebbe immaginare, per esempio, una popolazione mista di predatori cauti e prudenti che restano a casa loro, Supponendo che non esiste attualmente alcun predatore dominante, qualsiasi predatore che in passato ha tentato di dominare potrebbe essersi scottato. (Forse questo sembra improbabile: se è stato sconfitto da un altro predatore, perché il vincitore non è arrivato ​​a dominare? E' davvero plausibile che una perdurante ma reticente rimanenza a casa potrebbe attirare  un predatore con ambizioni galattiche?) 
La  pubblicità della nostra esistenza in un simile ambiente sarebbe rischioso: una specie di predatori potrebbe anche decidere di giungere su di noi, e anche una specie vicina reticente potrebbe decidere che non poteva permettersi di lasciarci attrarre l'attenzione dei predatori al quartiere. 

Si potrebbe anche immaginare una situazione in cui domina una specie predatrice (forse coesistente con quella indigena appariscente), ma rimane nascosta. Una specie predatrice razionale potrebbe fare proprio questo, adottando una strategia predatoria che, come per quanto possibile, elimina rischi inutili. La pubblicità della nostra esistenza in questo ambiente sarebbe molto probabilmente suicida. 

Una terza possibilità è che la maggior parte o tutte le specie soggiornano a casa loro per paura di interazioni con altre specie. 
Non è chiaro cosa comporta la pubblicità  in un ambiente del genere, ma si deve probabilmente ritenere di non aspettarsi una risposta accogliente.

VIII. ALCUNE CONTRO ARGOMENTAZIONI
Gli alieni A sono civilizzati. 
Una comune contro-argomentazione deriva dallo scetticismo che le specie concorrenti intendono portare avanti nel momento in cui sono diventate abbastanza avanzate per tentare il viaggio interstellare. Sarebbe saggezza di cooperazione non sia chiaro e che il rispetto per le culture non exobiotic sia un valore universalmente accettato, da quelsiasi punto evoluzione? Potrebbe qualche specie avanzata distruggere la cultura unica e insostituibile di un altra, alterando gravemente un ecosistema vecchio milioni o miliardi di anni? 
Pur volendo essere ottimisti, l'evidenza dei pochi ultimi millenni sulla Terra non offre una pausa di riflessione. Forse ci sono davvero civiltà cosmiche degne di questo nome. Ma tutto ciò che vive nel cosmo, presumibilmente, si è evoluto a competere per le risorse in ambienti dove non sono sempre abbondanti, per riprodursi con successo e per dare alla sua prole le migliori possibilità di vita. 
Quasi ogni aspetto della formazione psicologica degli alieni può essere assolutamente irriconoscibile a noi: infatti il termine stesso potrebbe non essere applicabile. Ma l'ipotesi migliore che possiamo fare, estrapolandola dalla vita sulla Terra, è che qualsiasi specie che controlla significative risorse rischia di avere mantenuto un potente impulso potente per vivere e moltiplicarsi. Forse, tuttavia, un illuminato interesse personale prevale. 
Forse la cooperazione è quasi universalmente riconosciuta come una strategia di sopravvivenza migliore della predazione o forse esiste una combinazione di consenso e di applicazione ha portato a una sorta di modus vivendi. Se vi è vita intelligente là fuori, si spera che sia tollerante della nostra ingenuità. 
Non sembra una buona pubblicità per il nostro valore come delle reclute per la società cosmico che non abbiamo ancora nemmeno contemplato seriamente l'alternativa scenari. 

Volontaria pubblicità? È stato suggerito, quando si discute dei nostri tentativi di contattare gli extraterrestri, che il tipo di apertura fiduciosa che abbiamo visualizzato fino ad oggi è la politica migliore. 
Dal momento che dobbiamo renderci conto che gli alieni rischiano di essere più avanzati di noi, comunque non c'è speranza di prevalere in concorrenza con loro. 
Mostrando la nostra fiducia, dimostriamo che le nostre intenzioni sono pacifiche e il nostro desiderio è quello di imparare e collaborare, e quindi che non hanno nulla da temere da noi, né ora né in qualsiasi momento in futuro, e che meritiamo il loro aiuto e rispetto. 

Dobbiamo essere persuasi da questo argomento? Potrebbe un'altra specie ricevere i nostri segnali? 
Io ne dubito, a meno che una civiltà di extraterrestri condivida la nostra capacità spasmodica auto-illusione. 

In primo luogo, come la nostra stessa storia illustra tristemente molto bene, gli aggressori potrebbero non iimportarseno molto se un gruppo più debole (o specie), è ha ibtenzioni pacifiche o meno: essi tendono ad utilizzare la loro forza relativa come mezzo per catturare e sfruttare le risorse. 
In secondo luogo, la nostra presunta fiducia ed apertura in realtà non è un segnale credibile che le nostre intenzioni siano necessariamente pacifiche. La sommaria ispezione della maggior parte della Terra di oggi avrebbe mostrato agli alieni esigenti che le nostre intenzioni sono nella migliore delle ipotesi, miste e volubili.
Se ci è capitato di venire su di una specie più debole che abita un pianeta ricco di risorse simile alla Terra da qualche parte nelle nostre vicinanze, i nostri leader senza dubbio farebbero pubblicità della nostra nobiltà e sulle intenzioni pacifiche, e un considerevole numero di noi sarebbero sinceramente d'accordo, ma la storia suggerisce che sarebbe azzardato scommettere contro la colonizzare e lo sfruttamento del nostro pianeta nel lungo periodo. 

La nostra apertura alla pubblicità di noi stessi agli ipotetici extraterrestri sembra dimostrare non solo la nostra mancanza di pensiero e di conoscenza di sé, ma snche la mancanza di tatto per i nostri vicini cosmici che, se esistono, potrebbero non condividere la nostra non curanza nell'attirare eventuali predatori nella regione. Un altra comune contro-argomentazione è che poco importa se gli alieni sono malevoli o benevololi, in quanto ogni specie che è tecnologicamente avanzata potrebbe costituire una minaccia per noi e sarà sicuramente anche così avanzata che non avrebbe bisogno alcun di utilizzare le pietose risorse terrestri.

Ancora ancora una volta, la storia terrestre offre una pausa di riflessione. I grandi imperi hanno svuto interesse anche per piccoli e irrilevanti territori. Magari, proprio perché sono tecnologicamente avanzati la loro conquista richiederebbe poco personale e poche risorse, rispetto alla loro capacità. 

IX. CONCLUSIONE
Il paradosso di Fermi è un vero e proprio enigma e mi sembra che nessuna delle soluzioni proposte (compresa quella qui suggerita) è così avvincente da ispirare fiducia certa. Eppure ci dovrà pur essere una soluzione. La questione rilevante, è che quando la valutazione di qualsiasi soluzione proposta non appare completamente convincente, se ne cerca un'altra decisamente più avvincente. 

Noi uomini, come specie, non mostriamo particolare preoccupazione per i rischi di catastrofi di piccole o grandi dimensioni nel cosmo. 
Questi argomenti non sono visti abbastanza seriamente nel mondo accademico. Quasi nessuno si è occupato di ció e la prevalente ironia  rende difficile prendere sul serio certe tematiche. Ma essi meriterebbero invece di essere presi sul serio. Abbiamo, come è noto, fatto qualche passo per pubblicizzare la nostra esistenza: nel 1974 con il celebre messaggio di Arecibo verso l'ammasso globulare Ercole, con il disco d'oro e le placche incise a bordo della sonde Voyager e Pioneer, che trasportano le informazioni su di noi e le mappe stellari per indirizzare gli extraterrestri interessati al nostro Sistema Solare e più recentemente, il  "Cosmic Call" inviato a stelle  distanti dao 30 ai 75 anni luce da noi.

Qual è stato il punto di questi sforzi? Erano ben giustificati? Illustri scienziati hanno sostenuto a più riprese che, al contrario, tali messaggi sono stati pericolosamente e potenzialmente irresponsabili. 

Queste argomentazioni sembrano  in gran parte essere cadute nel vuoto, ma meritano un approfondimento e forse anche un smpliamento 'alla luce della discussione di cui sopra. Si può riassumere dicendo che se non ci fossero alieni là fuori,
eventuali tentativi di comunicazione sarebbero ovviamente sprecati. Così si può assumere per il bene della discussione che ci sono alieni che potranno ricevere i messaggi. 
Il parametro pertinente, quindi, non è la probabilità che i nostri messaggi ricevuti dagli stranieri ci possano potenzialmente fare del male: ma è la probabilità che gli alieni che ricevono il messaggio faranno a noi del male, dato che i messaggi saranno effettivamente ricevuti.
Possiamo davvero dire che questa probabilità è così trascurabile, tenendo presente che ogni tali alieni sembrano non aver fatto alcun tentativo reciproco di pubblicizzare la loro esistenza? Gli  argomenti esaminati in precedenza suggeriscono che non è possibile. Le sonde Pioneer e Voyager viaggiano abbastanza lentamente senza porre alcun rischio aggiuntivo per lungo tempo. Potremmo, però, adottare misure per far rispettare il divieto di inviare ogni ulteriore tentativo di comunicazione  come quelli di Arecibo e del Team Encounter. Si potrebbe anche voler adottare misure per intercettare e riportare Pioneer e Voyager.

Sembrano essere piccoli segnali che indicano il fatto che abbiamo cominciato a contemplare la realtà possibile della nostra esistenza cosmica e che stiamo anche eventualmente arrivando a capire che sarebbe saggio avere cautela e fare attenzione a non mettere a repentaglio gli interessi dei nostri vicini.  

Un ultimo punto: spesso sembra essere implicitamente assunto, ed è talvolta esplicitamente sostenuto, che colonizzando o sfruttando le risorse di altri pianeti e di altri sistemi solari risolverebbe i nostri problemi quando le risorse della Terra non potranno più sostenere il nostro consumo. 
Potrebbe forse valere la pena contemplare più seriamente la possibilità che ci possano essere dei limiti al territorio che possiamo tranquillamente colonizzare e alle risorse che possiamo tranquillamente valorizzare e di considerare se e come sia possibile evolverci verso uno stile di vita, che possa sostenerci da soli in base alle risorse disponibili nel nostro Sistema Solare.

Adattamento e traduzione per l'Italiano a cura di Arthur McPaul

Fonte:  

venerdì 8 aprile 2011

Dal veleno le basi per la vita!

Sopra una rappresentazione grafica delle molecole del formaldeide

La formaldeide, un veleno e una molecola comune in tutto l'universo, potrebbe essere la fonte del carbonio organico nei solidi del Sistema Solare come le comete e gli asteroidi. Gli scienziati hanno a lungo speculato su come i composti organici possano essere diventati parte del tessuto del Sistema Solare. Una nuova ricerca della Carnegie George Cody, di Conel Alexander e Larry Nittler, dimostra che questi complessi organici solidi erano probabilmente fatti in origine da formaldeide.

Il loro lavoro è stato pubblicato online il 4 Aprile sui Proceedings della National Academy of Sciences. "Forse dobbiamo la nostra esistenza su questo pianeta al formaldeide interstellare", ha detto Cody. "La cosa strana è che la formaldeide è un veleno per la vita sulla Terra". Durante il periodo iniziale di formazione del Sistema Solare interno, la gran parte del carbonio organico che non è stato intrappolato nel corpo primitivo era perso nello spazio, insieme a gran parte dell'acqua.

Prima di questo studio vi erano numerose idee contrastanti per spiegare l'esistenza dei primitivi solidi organici. Cody, del Laboratorio di Geofisica, insieme ad Alessandro e Nittler, del Dipartimento di Magnetismo Terrestre, e il team ha deciso di studiare gli oggetti primitivi del Sistema Solare con metodi avanzati scoprendo chiaramente un polimero formato da formaldeide. Hanno testato la loro conclusione con gli esperimenti per riprodurre il tipo di materia organica trovata nei condriti carboniosi (una tipologia di meteoriti ricchi di molecole di organiche) a partire dal formaldeide.

Essi hanno scoperto che il loro materiale di formaldeide per sintesi organica non era solo simile a quello trovato in condriti carboniose, ma anche simile al materiale organico trovato in una cometa denominata 81P/Wild 2, i cui frammenti pezzi sono stati raccolti nello spazio dalla missione Stardust della NASA, oltre che nelle particelle di polvere interplanetaria, o particelle provenienti dallo spazio che probabilmente provenivano da comete e asteroidi.

I loro risultati hanno senso, perché la formaldeide è relativamente abbondante in tutta la galassia e il processo di polimerizzazione sarebbe stato possibile nelle condizioni primitive del sistema solare.

"Stabilire la probabile origine della principale fonte di carbonio organico nei corpi primitivi del Sistema Solare è estremamente gratificante", ha detto Cody.

Traduzione a cura di Arthur McPaul (collaboratore Centro Ufologico Ionico)

lunedì 7 marzo 2011

MOND sfida la materia oscura


I risultati di uno studio effettuato su numerose galassie con una ricca componente gassosa sono in accordo con quanto previsto da una teoria proposta negli anni ’80, alternativa all'ipotesi dell'esistenza della materia oscura.

I risultati di un nuovo studio, che ha preso in esame un campione selezionato di galassie, sono pienamente compatibili con quanto previsto da una teoria che potremmo definire “vintage”: un po’ datata, non a tutti piace, però non la si butta via. È la teoria MOND, Modified Newtonian Dynamics.
Formulata e proposta all’inizio degli anni ’80, offre una versione modificata della dinamica newtoniana, ovvero di quell’insieme di leggi fisiche che descrivono le relazioni fra le forze e le accelerazioni, gravità compresa.
C’è sempre stata perfetta sintonia fra quanto previsto dalle classiche leggi di Newton e i fenomeni che si osservano, almeno fino a quando non si decise di studiare la rotazione delle galassie. Fu a quel punto che ci si accorse che la teoria prevedeva qualcosa che in realtà non succede.

Le galassie ruotano su sé stesse in modo diverso dal previsto, man mano che ci si allontana dal centro la velocità dovrebbe diminuire e invece questo non si verifica. È come se fossero composte da molta più materia di quanta se ne riesca a rilevare: non si tratta di stelle, né di gas, nulla di conosciuto o in qualche modo visibile con i nostri strumenti. A questo punto le strade sono due. O questa materia extra c’è davvero. Oppure le leggi che usiamo non vanno bene su scale galattiche.

Se scegliamo la prima via, ecco entrare in scena la materia oscura: la teoria che ne accetta l’esistenza è quella che riscuote più consensi, quella più di moda, anche se l’identità di questa materia continua a restare, per l’appunto, oscura. Se invece ipotizziamo che di materia oscura non ce ne sia e che le leggi che conosciamo debbano in qualche modo cambiare nel momento in cui si considerano sistemi come le galassie, una delle modifiche proposte è proprio la teoria MOND che, recentemente, ha trovato nuove conferme.
Lo studio in questione, condotto da Stacy McGaugh dell’Università del Maryland, ha preso in esame 47 galassie con una ricca componente gassosa e, per tutte, ha riscontrato una compatibilità molto buona fra i dati osservativi e le previsioni teoriche ottenute applicando le leggi MOND.

Sono state scelte galassie particolarmente ricche di gas perché contengono relativamente meno stelle ed è l’incertezza nella stima della massa delle stelle a rendere i test poco accurati. È fondamentale ottenere misure affidabili della massa e della velocità di rotazione delle galassie per poter fare confronti attendibili con i valori teorici MOND. I confronti sono andati benissimo dimostrando una compatibilità fra osservazioni e teoria che supera quella ottenuta con i modelli teorici che contemplano la materia oscura.

Se, tuttavia, i conti tornano quando si parla di galassie, la teoria MOND non è di grande aiuto passando a scale ancora più grandi, quelle degli ammassi di galassie dove la sfida si apre a un altro potentissimo rivale: l’energia oscura. Per il momento bisogna prendere atto che la teoria MOND ha funzionato: “se la teoria corretta è quella della materia oscura”, si chiede McGaugh, “perché la MOND si è dimostrata valida?”. In ogni caso la teoria vincente, qualunque essa sia, dovrà rendere conto anche di questo fatto non trascurabile.

Fonte

venerdì 4 marzo 2011

Le cicatrici degli impatti allungati su Marte

Foto: High Resolution Stereo Camera sulla sonda  Mars Express. (Credit: ESA / DLR / FU Berlin (G. Neukum))

Il grande bacino Huygens (mappa in basso), è di circa 450 km di diametro e si trova negli altopiani craterici del sud di Marte. In questa zona ci sono molte cicatrici da impatto, ma nessuna forse è più intrigante dei "crateri allungati'. 

Uno di questi crateri che si vede nella nuova immagine di apertura in alto catturata il 4 agosto 2010, copre una superficie di 133 x 53 km a 21 ° S / 55 ° E e gli oggetti più piccoli distinguibili dalla telecamera sono di circa 15 m di diametro. Questo cratere allungato senza nome si trova appena a sud del bacino molto più grande di Huygens. E' di circa 78 km di lunghezza e poco meno di 10 km di larghezza ad una estremità e circa 25 km nell'altra e raggiunge una profondità di 2 km.

I crateri da impatto sono generalmente tondi, perché i priettili modellano il terreno a causa dell'onda d'urto verso l'esterno. L'indizio viene dalla coltre circostante di materiale, gettato fuori dopo l'impatto iniziale. Questo materiale esplulso ha la forma di ali di una farfalla, con due lobi distinti e suggerisce che forse i proiettili a schiantarsi erano almeno due, forse parti di uno stesso oggetto frantumatosi in precedenza.
Nella stesso cratere, ci sono tre aree più profonde che potrebbero essere la prova dell'impatto di più di due proiettili. Inoltre, un secondo cratere allungato si trova a nord/nord-ovest. Lo si può vedere nell'immagine contestuale più ampia ed è in linea con quello che si vede in quella di apertura dell'articolo, rafforzando l'idea che queste strutture erano il risultato di un treno di proiettili.

Nei primi anni 1980, gli scienziati hanno proposto che i crateri da impatto allungati si potessere essere formati da catene di detriti orbitali impattati con il tempo per attrazione gravitazionale del decadimento delle loro orbite, con angoli quindi poco profondi e scavando pertanto i crateri allungati.


La coperta di materiale espluso, contiene molti crateri minori, indicando che l'originale si è formato in un tempo relativamente precedente ed è poi diventato un bersaglio di altri impatti. In aggiunta, ci sono diversi piccoli canali sulla coperta, suggerendo che diverso materiale è stato fuso tra cui forse anche l'acqua e hanno tracciato i solchi di scorrimento.

Sotto il bordo orientale del cratere vi sono due crateri ben formati e relativamente profondi. Hanno perforato attraverso la coperta ejecta e così deve essere apparso dopo la formazione del cratere di grandi dimensioni. Nonostante le loro dimensioni di 4 km e 5 km, questi crateri minori non mostrano alcuna indicazione della presenza di acqua.
A nord vi è un altro cratere che dovrebbe essere precedente, perché le cicatrici lasciate sono superiori alla coperta di materiale esplulso. Inoltre, diverse frane hanno modificato l'orlo ripido del cratere. Questo può essere visto più chiaramente sui due crateri più piccoli del bordo, che si sono conservati solo parzialmente.
Ma probabilmente ci sarà la possibilità che si formino altri crateri allungati in futuro: la luna marziana Phobos impatterà sul pianeta tra poche decine di milioni di anni e probabilmente darà vita a nuovi crateri anomali su tutta la superficie. 

Fonte

A cura di Arthur McPaul

giovedì 30 dicembre 2010

Perché andare sempre più lontano


Ecco dunque rivelato l’ultimo record astronomico: è JKCS041 il più lontano ammasso di galassie scoperto finora, a quasi 11 miliardi di anni luce. Una distanza smisurata,  ottenuta portando al limite estremo la strumentazione scientifica e  sfruttando le tecniche più avanzate disponibili oggi per lo studio dell’Universo. E un risultato ottenuto dopo lunghi periodi di osservazioni e analisi dati, che ha impegnato scienziati e tecnici.
Al di là di questo numero, che già da solo può darci l’idea di quanto smisurato sia lo spazio che ci circonda, perché è così importante spingere le nostre osservazioni sempre più in avanti, alla caccia degli oggetti celesti – siano essi galassie, lampi di raggi gamma o Supernovae – sempre più remoti? Intanto perché guardare a distanze sempre maggiori significa osservare il cosmo e i suoi componenti ad epoche sempre più prossime alla sua genesi.

È davvero il caso di dire che la strumentazione astronomica diventa una vera e propria “macchina del tempo” per andare a ritroso, verso quel “Big Bang” da cui si sarebbe formato e poi evoluto l’Universo. Il rapporto tra distanza spaziale e distanza temporale degli oggetti celesti in prima approssimazione è immediata: ad esempio, sapere che JKCS041 dista da noi 10,6 miliardi di anni luce ci dice che quello che osserviamo è l’agglomerato di galassie com’era 10 miliardi e 600 milioni di anni fa. Questo perché la luce ha una velocità finita (300.000 chilometri al secondo) e l’anno luce è proprio la distanza percorsa dalla radiazione luminosa in un anno. Tanto per dare un termine di paragone, si ritiene che il Sole e il Sistema solare abbiamo cominciato a formarsi da una nube di gas e polveri “solo” 5 miliardi di anni fa.
Conoscere com’era l’Universo primordiale fornisce quindi agli astronomi e soprattutto ai cosmologi tante preziose informazioni per ricostruire i primi passi della sua evoluzione. E molto spesso le osservazioni mettono in crisi quei modelli teorici che con complesse equazioni e lunghissime elaborazioni numeriche condotte con i più potenti  supercomputer oggi operativi, cercano di descrivere com’era e come si è evoluto l’Universo. Questo è il caso del lavoro condotto su JKCS041, ma anche di altri recentissimi studi. Come quello guidato da Giovanni Cresci dell’INAF e pubblicato su Nature nell’ottobre scorso riguardo ai processi che spiegano come si siano formate le prime galassie nell’universo. Esse si sarebbero accresciute catturando enormi quantità di gas, essenzialmente idrogeno ed elio, presente in regioni di spazio vicine e non, come ritenuto finora, attraverso spettacolari scontri e fusioni tra strutture stellari più piccole.

Anche il telescopio spaziale Hubble, per le sue caratteristiche uniche, è stato intensamente utilizzato per indagare gli albori dell’universo, fornendo agli scienziati una lunga serie di fondamentali risultati. L’ultimo in ordine cronologico riguarda la stima dell’abbondanza e le proprietà delle galassie che popolavano l’Universo solo 800 milioni di anni dopo il Big Bang, dunque quasi 13 miliardi di anni fa. Le stelle presenti in queste galassie avrebbero prodotto un intenso flusso di radiazione ultravioletta, responsabile della cosiddetta re-ionizzazione cosmica che, strappando gli elettroni all’idrogeno primordiale presente nello spazio, lo ha reso “trasparente”, permettendo così alla luce degli oggetti celesti di propagarsi e di giungere fino a noi.
E dove non arrivano ancora i telescopi fabbricati dall’uomo, ci pensa la Natura a darci una mano per spingere il nostro sguardo ancor più oltre. In un recentissimo lavoro pubblicato sulla rivista Science, a cui hanno partecipato i ricercatori dell’INAF Gianfranco De Zotti e Sara Buttiglione insieme a Luigi Danese e Joaquin Gonzalez-Nuevo della Sissa-Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, è stato possibile osservare galassie distanti ben 11 miliardi di anni luce grazie al fenomeno della “lente gravitazionale”, predetto dalla Teoria della Relatività Generale di Einstein, secondo la quale qualunque corpo celeste dotato di massa provoca una deflessione dei raggi luminosi che passano nelle sue vicinanze per effetto della sua forza di attrazione gravitazionale. In caso di allineamento tra sorgente luminosa, “lente gravitazionale” e osservatore, la luce della sorgente viene focalizzata, proprio come succede quando si utilizza una lente normale, e la sorgente appare  così molto più luminosa di quanto farebbe se non venisse distorta. Questa sorta di telescopio cosmico ha permesso di studiare anche le proprietà delle galassie che agiscono da lente, come ad esempio la distribuzione della materia luminosa e della materia oscura al loro interno e di scrutare i dettagli delle sorgenti luminose che ne subiscono l’effetto.

Osservare e studiare l’Universo primordiale ci permette quindi di conoscere con più precisione come erano le “condizioni iniziali” del cosmo, requisito fondamentale per affinare le simulazioni e le teorie che ne descrivono la sua evoluzione, migliorando così la comprensione di tutti quei fenomeni fisici che hanno lo hanno portato a trasformarsi fino a come è oggi.

lunedì 20 dicembre 2010

Una Nuova interpretazione del Paradosso di Fermi


Nel 1950, il fisico italiano Enrico Fermi sollevò una celebre questione che oggi porta ancora il suo nome: "Se esistono  civiltà intelligenti in altre parti dell'Universo, con tecnologie che superano di gran lunga la nostra, perché non vediamo alcun segno di loro?" Da allora, il cosiddetto "Paradosso di Fermi" ha lasciato perplessi gli astronomi e gli scrittori di fantascienza. Nonostante molti tentativi di ovviare al problema, nessuno fin d'ora è riusciuto a trovare una soluzione coerente.

In questi giorni però, grazie alla carta dei professori Igor Bezsudnov e Andrey Snarskii dell'Università tecnica nazionale dell'Ucraina, è stato proposto un nuovo approcio al problema. Il loro approccio è di assumere che una civiltà extraterrestre si svilupperebbe fino a occupare un certo volume di spazio per poi crollare e svanire. Hanno anche suggerito che le civiltà hanno un tempo caratteristico di vita, inversamente proporzionale alla loro espansione. In determinate circostanze, tuttavia, quando le civiltà sono abbastanza vicine nel tempo e nello spazio, potrebbero venire in contatto l'un l'altra e quando questo succede la fertilizzazione incrociata di idee e culture, consentirebbe ad entrambe di prosperare, aumentando la loro speranza di vita.

Bezsudnov e Snarskii sottolineano che questo processo di diffusione nello spazio potrebbe essere facilmente modellato utilizzando cellule autonome. Hanno creato il proprio universo con un 10.000 x 10.000 cellule autonome che eseguirebbero oltre 320.000 passaggi. I parametri che governano l'evoluzione di questo universo sono semplici: la probabilità di formazione di una civiltà, la durata della vita normale di una tale civiltà e il tempo extra ottenuto quando si incontrano due di esse. Il risultato dà una nuova comprensione del paradosso di Fermi. Bezsudnov e Snarskii dicono che per certi valori di questi parametri, l'universo subisce un cambiamento di fase da quello in cui le civiltà tendono a non rispondere a quello in cui diventano civilizzate e i diversi gruppi si incontrano e si sviluppano.

Bezsudnov e Snarskii presuppongono anche una disparità per soddisfare un universo civilizzato. Questo concetto,  è analogo alla famosa equazione di Drake, che cerca di quantificare il numero di altre civiltà nell'universo contattabili al momento. La questione, è legata al tipo di universo in cui viviamo: i suoi parametri sono maturi per l'evoluzione di un'unica civiltà cosmica o siamo condannati ad essere per sempre soli? Bezsudnov e Snarskii dicono infine che c'è un solo modo per scoprirlo: aspettare e vedere.

Traduzione a cura di Arthur McPaul

martedì 7 dicembre 2010

La vita si è sviluppata meglio in ambienti caldi


Una delle più interessanti diatribe della moderna biologia, si chiede se a favorire la nascita della vita sulla Terra e in qualsiasi mondo che la ospita, sia meglio un ambiente caldo piuttosto che uno freddo. 
Una nuova ricerca presso la University of North Carolina mirata a rispondere a questo quesito, ha scoperto che  in una terra calda, la nascita e l'evoluzione della vita potrebbe essere stata più breve rispetto a quanto si riteneva fino ad oggi. I risultati sono pubblicati il 1 dicembre 2010, nell'edizione online del Proceedings of National Academy of Sciences.
"Gli enzimi, le proteine che innescano il salto inziale per lo sviluppo della vita, sono essenziali all'interno delle cellule del corpo umano e di tutta la natura vivente. Queste molecole si sono gradualmente evolute fino a diventare più sofisticate e specifiche" secondo Richard Wolfenden, PhD, professore di Biochimica e Biofisica presso la Scuola di Medicina di UNC.
Per apprezzare quanto siano potenti i moderni enzimi e come sia avvenuto il loro processo di evoluzione, gli scienziati hanno bisogno di sapere quanto velocemente si svolgono le reazioni in loro assenza. Secondo il gruppo di studio organizzato da Wolfenden, la velocità delle reazioni chimiche per la nascita della vita, senza enzimi impiegherebbe circa 2 miliardi di anni.

Nel processo di misurazione dei tassi di reazione lenti, "ci si è progressivamente resi conto che le reazioni più lente sono anche le più dipendenti dalla temperatura", ha detto Wolfenden.

In generale, la quantità di temperatura influenza la velocità di reazione drasticamente. In una reazione lenta, per esempio, l'aumento della temperatura da 25 a 100 gradi Celsius incrementa tali reazioni con un tasso di 10 milioni volte. "Questo è uno shock" ha detto Wolfenden. "Sorprenderebbe e sconvolgerebbe le nostre conoscenze che per più di un secolo, hanno ritenuto che l'influenza della temperatura era ritenuta modesta. In particolare, un raddoppio del tasso di reazione si verifica quando la temperatura è di 10 gradi Celsius, secondo esperimenti fatti nel 1866".

"Le alte temperature hanno fornito probabilmente un influsso determinante sulla velocità di reazione quando la vita ha cominciato a formarsi nei caldi sfiati caldi sommersi dall'acqua", ha detto Wolfenden. "Più tardi, il raffreddamento della Terra ha fornito la pressione selettiva per gli enzimi primitivi per evolversi e diventare più sofisticati".
Utilizzando due diversi catalizzatori di reazione, che non sono enzimi proteine, ma che possono assomigliare ai precursori per gli enzimi, il gruppo ha messo l'ipotesi alla prova sperimetale. Le reazioni catalizzate sono infatti molto meno sensibili alla temperatura, rispetto a reazioni che sono accelerate dai catalizzatori. "I risultati sono coerenti con la nostra ipotesi", ha ribadito Wolfenden.

Il team di Wolfenden prevede di verificare l'ipotesi con altri catalizzatori. Nel frattempo, questi risultati rischiano di influenzare il pensiero degli scienziati sulla nascita delle prime forme di vita sulla Terra, e può influenzare il modo in cui i ricercatori progetteranno e miglioreranno il potere di catalizzatori artificiali.
"Traendo alcune conclusioni da questa importante scoperta, ci viene da pensare che la vita sulla Terra deve essere quindi nata in un ambiente assai umido o ricco di acqua, con temperature tipiche di un pianeta caldo. La vita sulla Terra primordiale deve essere sbocciata in oceano molto più caldo di quello attuale di diversi gradi, o vicino agli sfiati idrotermali presenti nelle fratture oceaniche per poi adattarsi, con nuovi enzimi, a temperature man mano più basse, migliorando la loro efficienza.
Volendo ampliare la scoperta ai nostri campi di interesse esobiologico, i luoghi più adatti a scoprire la vita aliena basata sul fosforo e sugli elementi noti, potrebbe avvenire in particolare dove esistono attività vulcaniche in presenza di acqua allo stato liquido o presenza di vapore acqueo, piuttosto che eruzioni criogeniche come su Encelado.
Tuttavia, la recente scoperta compiuta dal team della NASA, che ha dimostrato la presenza di vita basata sull'arsenico, ci fa pensare che tutte le nostre attuali conoscenze sulla nascita e sullo sviluppo della vita sono da rivedere e ampliare.
In teoria, quindi se la vita sulla Terra si è sviluppata in un ambiente molto caldo, su altri mondi potrebbe aver avuto dei percorsi assai differenti, come ad esempio su Titano, dove il freddo smisurato tiene il metano e altri idrocarburi allo stato liquido e l'acqua (se presente) allo stato solido, ma potrebbe ugualmente favorire una vita basata su tali composti piuttosto che sull'acqua stessa. I prossimi annni saranno cruciali in tal senso, per capire chi siamo davvero e da dove veniamo", (nd Arthur McPaul)

I co-autori dello studio sono della UNC Randy Stockbridge, PhD, Charles Lewis, Jr e Yang Yuan, MS. Il supporto per la ricerca è venuto dalll'Istituto Nazionale di Medicina Generale, un componente del National Institutes of Health.


martedì 30 novembre 2010

Breaking News: La NASA annuncerà la scoperta della vita aliena?


A pochi giorni di di distanza dal clamoroso annuncio in mondo visione sul sito della NASA, della scoperta di un buco nero neonato, la stessa NASA dirama un altro entusiasmante comunicato:

Dwayne Brown
Headquarters, Washington                               
202-358-1726
dwayne.c.brown @ nasa.gov

 
Cathy Weselby
Ames Research Center, Moffett Field, in California
650-604-2791
cathy.weselby @ nasa.gov

29 Novembre 2010
MEDIA ADVISORY: M10-167
Conferenza stampa della NASA su una importante scoperta Astrobiologia; la rivista "Science" ha il divieto di non diffondere i dettagli fino al 2 dicembre 2010 ore 2:00 pm.
WASHINGTON - La Nasa terrà una conferenza stampa alle ore 2 del 2 dicembre 2010 per discutere di una constatazione astrobiologia, che avrà un impatto sulla ricerca della vita extraterrestre. L'Astrobiologia è lo studio dell'origine, dell'evoluzione, e della la diffusione della vita nell'Universo.

La conferenza stampa si terrà presso il quartier generale della NASA in auditorium S. 300 E SW, a Washington. Sarà trasmessa in diretta sul NASA Television e in streaming sul sito web: http://www.nasa.gov.

I partecipanti sono:
- Voytek Maria, Direttore del Programma di Esobiologia, del quartier generale della NASA, Washington
- Felisa Wolfe-Simon, astrobiologa della NASA, al US Geological Survey, Menlo Park, California
- Pamela Conrad, astrobiologo, NASA Goddard Space Flight Center, Greenbelt, Md.
- Steven Benner e i colleghi illustri, Foundation for Applied Molecular Evolution, Gainesville, Fla.
- James Elsner, professore alla State University of Arizona, Tempe

I rappresentanti dei media possono partecipare alla conferenza, porre domande telefonicamente o dalle sedi partecipanti della NASA. Per ottenere informazioni di dial-in, i giornalisti devono inviare il loro nome, appartenenza e numero di telefono a Steve Cole (stephen.e.cole @ nasa.gov) o chiamare il 202-358-0918 entro mezzogiorno del 2 dicembre.

Per informazioni sulla NASA TV in streaming e sul downlink, visitare il sito:


Fonte: http://www.nasa.gov/home/hqnews/2010/nov/HQ_M10-167_Astrobiology.html


Questo ennesimo annuncio sta già facendo il giro del mondo e su numerosi forum e siti si sta già speculando sulla natura della scoperta.
Nemesis Project Research segue l'evoluzione dei progressi in campo esobiologico molto da vicino, con la traduzione e la redazione di numerosi articoli proprio da fonti NASA o vicine ad essa.
La nostra competenza in campo esobiologico non ci trova sprovveduti di fronte ad un annuncio di questo tipo.


Vorremmo tranquillizzare, se così si può dire, l'opinione pubblica, affermando che, questo tipo di annunci, abbastanza rari e giudicati eccezionali, in genere, comunque, non rivelano scoperte stravolgenti, come la presenza di esseri intelligenti o altre civiltà extraterrestri, ma piuttosto potrebbero rivelare la scoperta di forme elementari di vita appartenenti allo spazio, sia su meteoriti recuperati sulla Terra, sia con analisi chimiche effettuate dalle sonde automatiche su altri pianeti, in particolare Marte, oggetto di intensi studi esobiologici. 

Non è da escludere tuttavia l'annuncio della scoperta di forme di vita batteriche nella stratosfera terrestre, giudicate in maniera inequivocabile "non-terrestri".
In tal senso, la scoperta potrebbe averla fatta il "The Organism/Organic Exposure to Orbital Stresses, o O/OREOS, che è stato lanciato in orbita il 24 novembre del 2010. Questo nanosatellite gestito dalla NASA ha il compito di compiere importanti esperimenti esobiologici nelle stratosfera terrestre, ad una tecnologia a a basso costo. Il team scientifico che lo sta seguendo è già entusiasta degli incredibili risultati in campo esobiologico ottenuti dai primi due esperimenti compiuti. Potrebbe essere il nanosatellite O/OREOS ad aver scoperto facilmente la presenta di nuovi e sconosciuti "batteri spaziali" o semplicemente la presenza di catene ramificate di amminoacidi sospesi a oltre 400 miglia dalla superficie terrestre.

I relatori della conferenza, da quanto esposto in si occupano in dettaglio di:
- Voytek Maria, Direttore del Programma di Esobiologia, del quartier generale della NASA è responsabile del "Search for Extraterrestrial genoma (SETG)" che prova l'ipotesi che la vita su Marte, se esiste, condivide un antenato comune con la vita sulla Terra. C'è una crescente evidenza che i microbi vitali si sarebbero potuti essere trasferiti tra i due pianeti,  secondo le ipotesi basate su calcoli di traiettorie di meteoriti e di studi magnetizzazione che supportano il riscaldamento mite dei  nuclei meteorici. Inoltre, la vita microbica scoperta in ambienti terrestri esposti ad alti livelli di radiazioni o a temperature estreme, dimostra la capacità di adattamento incredibile dei microbi. Sulla base di ipotesi condivise, questo progetto cerca il DNA e l'RNA attraverso l'analisi in situ di suolo marziano di campioni (o ghiaccio). Utilizza strategie di biologia molecolare tra cui la Polymerase Chain Reaction (PCR), per sviluppare uno strumento che può isolare, amplificare, rilevare e classificare qualsiasi organismo basato sul DNA o sull'RNA esistente. [...] Restituendo precise informazioni genetiche, il SETG elimina virtualmente falsi risultati positivi: le sequenze da contamina zione sono immediatamente individuabili, considerando che qualsiasi sistema di vita isolato da quello sulla Terra nel corso del tempo geologico sarà evidente dalle analisi filogenetiche. Questo, combinato con le tecniche ultraclean e-molecola sensibilità unica, rendono il SETG probabilmente il rivelatore più sensibile alla scoperta della maggior parte della vita e una componente essenziale strategia globale di rilevamento della vita.


- Felisa Wolfe-Simon, astrobiologa della NASA, al US Geological Survey, Menlo Park, California è una biologia molecolare, biochimica e fisiologia dei fitoplancton per scoprire la sequenza degli eventi che hanno plasmato l'evoluzione degli oceani dai fitoplancton moderni a alla vita stessa. In sostanza, cerca di svelare i dettagli sulla la co-evoluzione della vita sulla Terra.

- Pamela Conrad, astrobiologo, al NASA Goddard Space Flight Center,  ha co-pubblicato degli stuidi  scientifici per la Astrobiology Field Laboratory (AFL). Approcci verso biogeochimica, e la distribuzione di tracce biochimiche di organismi provenienti da comunità criptoendolitiche  in rocce di arenaria dell'Artico e dell'Antartico arenaria.  La pianificazione su Marte in situ della preparazione del campione e della distribuzione (SPAD) del sistema.  Planetary and Space Science, 52:55-66. 
 
- Steven Benner del Foundation for Applied Molecular Evolutionsi si occupa di genetica applicata, ma ha poche pubblicazioni note.


- James Elsner si occupa di clima e tempo, uragani e pericoli posti dagli uragano, meteo della Florida e di Puerto Rico, teoria del caos, frattali e applicazioni, climatologia degli uragani , statistica spaziale, applicazioni della teoria del valore estremo, modellazione bayesiana, leggi di scala in atmosfera.

In base al team di relatori, si evince che i campi di ricerca più frequenti sarebbero, la genetica e la biochimica, legata ad ambienti terrestri ma di natura extraterrestre (meteoriti con tracce di vita aliena fossile) e analisi in situ di ambienti marziani, sempre alla ricerca di forme biochimiche di vita. Non è da escludere, vista la partecipazione del climatologo Elsner della scoperta, come già citato poc'anzi, di forme di vita sospese nell'alta atmosfera terrestre, che riteniamo l'ipotesi più probabile.

Riepilogando, la NASA potrebbe rivelare secondo le nostre ipotesi:

- La scoperta di forme microbiche di vita nell'alta atmosfera terrestre
- La scoperta di evidenti tracce di vita fossile in rocce arenarie  o meteoriti extraterrestri ritrovati in Antartide o Artide
- La scoperta di tracce di vita biochimica elementare su Marte mediante esami biochimici compiuti dal rover Phoenix Mars Lander


Attendiamo i vostri commenti.


Arthur McPaul e lo staff di NPR


DISCUSSIONE APERTA NEL FORUM:
http://nemesis-project-research-forum.808579.n3.nabble.com/Il-2-dicembre-la-NASA-rivelra-la-presenza-di-vita-aliena-td1994161.html