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giovedì 4 aprile 2013

Dietro Le Lenti Oscure Del Cosmo


Ripercorrendo l’effetto del gravitational lensing sulla radiazione fossile, gli scienziati del team di Planck hanno ricostruito la distribuzione della materia oscura su tutto il cielo e nell’arco dell’intera storia dell’Universo.

«Elementare, mio caro Watson», avrebbe forse esclamato Sherlock Holmes innanzi al procedimento seguito dal team del telescopio spaziale ESA Planck per ricostruire la mappa della materia più inafferrabile che si conosca: l’elusiva materia oscura. Solo che, mentre il detective londinese usava la sua inseparabile lente come strumento, per far emergere dalla scena del delitto microscopici indizi, i cosmologi di Planck hanno seguito il processo inverso: hanno usato gli indizi per far emergere la lente. Un processo, assicurano, tutt’altro che elementare. Ma che ha portato a un risultato straordinario: la mappatura completa, a tutto cielo e in tre dimensioni – le due spaziali della mappa e quella temporale – della distribuzione della materia oscura nello spazio e nel tempo.

Il fenomeno della lente gravitazionale è ben noto agli astronomi, che lo usano da tempo per sondare gli oggetti più distanti: il percorso della luce emessa da una galassia distante, per esempio, attraversando nel suo viaggio verso di noi zone ad alta densità di materia, subisce una deviazione, dando nei casi più fortunati origine a un ingrandimento. Ecco così che la microscopica galassia, assumendo forme distorte come quella — notissima — del cosiddetto “anello di Einstein”, viene amplificata al punto da diventare visibile.

Ora, queste “lenti naturali” sono costituite nella maggior parte dei casi da densi agglomerati di materia oscura: materia che, pur essendo a tutt’oggi non rilevabile direttamente, esercita la sua attrazione gravitazionale su tutto ciò che la circonda e la sfiora. Non solo sulla luce proveniente da singole galassie e ammassi di galassie, dunque, ma anche sui fotoni primordiali, quelli appunto catturati da Planck nel corso della sua missione per ricostruire l’immagine del cosmo a 380mila anni dal Big Bang.

Eccoci così al ragionamento “elementare” seguito dagli scienziati di Planck: se le lenti gravitazionali di materia oscura alterano il percorso della luce primordiale, confrontando le differenze fra l’immagine originale e quella giunta fino a noi – vale a dire, la mappa della CMB, la cosmic microwave background radiation raccolta da Planck – dovrebbe essere possibile ricostruire dove si trovano, quelle lenti, e quale forma hanno. E poiché quelle “lenti” sono per lo più addensamenti di materia oscura, la ricostruzione dovrebbe corrispondere alla mappa della materia oscura nell’intero cosmo.



La distribuzione a tutto cielo della materia oscura nell’universo ricostruita da Planck. La zona grigia corrisponde alle emissioni di foreground galattici, qui oscurate perché troppo intense per essere rimosse. Crediti: ESA and the Planck Collaboration.


Certo, c’è un problema: grazie a Planck abbiamo sì l’immagine a valle delle lenti, ma quella originaria? Ebbene, si può almeno in parte inferire statisticamente, osservando le anomalie nella conformazione di alcuni cold spot, i punti freddi presenti nella mappa stessa, rispetto alla loro forma tipica. Operazione tutt’altro che semplice, però, e soggetta a un inevitabile “rumore statistico”, come spiega Karim Benabed, dell’Istituto di Astrofisica di Parigi: «Isolare l’effetto di gravitational lensing nella CMB è estremamente difficile, perché ciò che dobbiamo individuare è la deformazione di un segnale già di per sé assai poco strutturato. Siamo perciò costretti a far ricorso a metodi statistici, che ci consentono di individuare e sfruttare scostamenti minimali presenti nella forma della CMB per ricostruire il potenziale gravitazionale della struttura che ha causato queste distorsioni».

«È un po’ come cercare d’indovinare la conformazione del suolo, al di sotto di un terreno innevato, potendo osservare solo lo spesso strato di neve che lo copre. Parte di ciò che vedremmo sulla superficie bianca è conseguenza, in effetti, della conformazione del terreno o della presenza di pietre e altri oggetti al di sotto della neve. Tuttavia», mette in guardia Benabed, «potremmo anche notare altre caratteristiche causate da null’altro che dalla distribuzione non uniforme dello strato di neve stesso, e dedurne erroneamente che corrispondano a oggetti reali presenti al di sotto di esso».

Una mappa, dunque, da prendere con le molle, questa della distribuzione della materia oscura. Ma, in media, frutto di una ricostruzione assai accurata, garantiscono gli scienziati di Planck. E destinata a raggiungere gradi di accuratezza ancora maggiore una volta combinata con altre osservazioni, come sottolinea il project scientist di Planck Jan Tauber, dell’ESA: «La rilevazione del gravitational lensing della CMB su quasi tutto il cielo è un traguardo straordinario raggiunto da Planck: si tratta di un insieme di dati unico, che gli astronomi e i cosmologi studieranno per anni. In particolare, integrando i dati sul lensing gravitazionale ottenuto dalla CMB con quelli provenienti da sonde per lo studio di strutture a larga scala, come le survey di galassie, saremo in grado di approfondire la complessa relazione tra la distribuzione della materia oscura e di quella luminosa presenti nel nostro universo».

A cura di Marco Malaspina

Foto di apertura:
Effetto di lensing gravitazionale sulla radiazione di fondo cosmico a microonde. Crediti: ESA and the Planck Collaboration; C. Carreau

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2013/04/02/planck-dark-matter/

La Tisana Buddista


Ho perso oltre 21 kg in modo naturale con questa tisana naturale! Grazie!!!

domenica 19 agosto 2012

Galassie A Bit





Dal Big Bang al monitor del pc, tutta la storia del cosmo in pochi mesi.

A scriverla non la Natura, questa volta, bensì un nuovo software di simulazione chiamato Arepo. Grazie anche all’ausilio di Odissey (il supercomputer di Harvard con 1024 cpu, che per settimane ha macinato senza tregua le innumerevoli righe di codice), l’algoritmo messo a punto dagli scienziati dello Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA) e dai loro colleghi dello Heidelberg Institute for Theoretical Studies (HITS) ha restituito una cronaca virtuale dell’evolversi del cosmo ricca come non la si era vista mai. Come ha dichiarato Mark Vogelsberger, del CfA, «abbiamo ricreato le galassie che osserviamo nel nostro universo locale in tutta la loro varietà».

Già, la varietà. Perché i programmi che simulano la formazione delle galassie non mancano, ma quando poi le vai a vedere e le confronti con lo spettacolo che ci mostrano i telescopi, la delusione è grande. Lassù un cielo popolato da creature maestose, avvolte nelle loro eleganti spirali di stelle, come Andromeda, la Galassia Vortice o la Galassia Girandola, tanto per citarne tre. Impressi sul silicio, dopo giorni e giorni di complicatissimi calcoli, si ritrovano invece ammassi informi di bit, bolle irregolari di pixel nelle quali ritrovare anche solo la parvenza d’un disco, o le movenze d’un braccio di spirale, è un’impresa disperata.

Per non cadere nello stesso errore, i progettisti di Arepo hanno adottato una geometria originale. Invece di dividere l’universo in cubi di forma e dimensione immutabili, come fa la maggior parte dei software rivali, lo hanno frazionato seguendo le linee di una griglia flessibile, che si sposta e si espande nello spazio seguendo i movimenti del gas soggiacente, delle stelle, della materia oscura e dell’energia oscura. E lo fa partendo dalle origini: prendendo come input il bagliore residuo del Big Bang e immaginandone l’evolversi, passo dopo passo, lungo tutti i 14 miliardi di anni della storia del cosmo fino ai giorni nostri. Per poi confrontarlo con quanto effettivamente ci circonda.

I primi risultati sono descritti in tre articoli di prossima uscita su MNRAS, ma di strada per arrivare al traguardo Arepo ancora ne deve percorrere. Anzitutto, occorre aumentare il volume di cosmo simulato. Inoltre, la risoluzione va migliorata. Ma se tutto procederà come gli scienziati si augurano, presto potremmo avere il modello di universo più grande e più realistico mai realizzato.

A cura di Francesco Rea

Foto In Alto:
Un fotogramma, prodotto da Arepo, nel quale è chiaramente apprezzabile la sua capacità di dare forma a galassie a spirale realistiche. CfA/UCSD/HITS/M. Vogelsberger (CfA) e V. Springel (HITS)

A Cura Di Marco Malaspina

Fonte:
http://www.media.inaf.it/2012/08/16/galassie-di-bit/


martedì 14 agosto 2012

I Raggi Gamma Dal Centro Della Via Lattea Potrebbero Indicare La Materia Oscura





Secondo la ricerca presentata dagli astrofisici della UC Irvine dell'American Physical Society pubblicata sulla rivista Physical Review, i raggi gamma provenienti dal centro della Via Lattea, sarebbero coerenti con l'intrigante possibilità che particelle di materia oscura starebbero annientandosi a vicenda nello spazio.

Kevork Abazajian, assistente professore e Manoj Kaplinghat professore associato, del Dipartimento di Fisica e Astronomia, hanno analizzato i dati raccolti tra l'agosto 2008 e giugno 2012, dal NASA Fermi Gamma-ray Space Telescope che orbita attorno alla Terra. Hanno trovato più fotoni di raggi gamma provenienti dal centro della galassia Via Lattea di quanto avessero previsto, sulla base di precedenti modelli scientifici. I raggi gamma sono radiazioni elettromagnetiche emesse durante il decadimento radioattivo o altri processi di praticelle ad alta energia.

"Questa è la prima volta questa nuova fonte è stata osservata con una statistica così significatività e la parte che più colpisce è come, la forma dello spettro e la frequenza dei raggi gamma osservati, siano molto coerenti con le teorie più importanti per la materia oscura", ha detto Abazajian .

"Nuove osservazioni delle regioni con minore emissioni, come le galassie nane, saranno in grado di stabilire in modo definitivo se questo è causato in realtà dalla materia oscura".

Non luminosa e non direttamente rilevabile, la materia oscura si ritiene che occupi l'85 per cento della massa dell'Universo. La sua esistenza può essere dedotta dai suoi effetti gravitazionali sulla materia visibile. Le scoperte dei ricercatori della UCI potrebbero confermare la sua presunta presenza al centro delle galassie.
L'ipotesi prevalente è che la materia oscura sia costituita da particelle massive debolmente interagenti, o WIMP. Quando due WIMP si incontrano, si annichilano a vicenda per produrre particelle più familiari, tra cui i raggi gamma.

Sebbene l'interpretazione dei dati sembra essere coerente con la materia oscura teoria, i raggi gamma potrebbero provenire da una fonte diversa dall'annichilamento dei WIMP, ha osservato Kaplinghat. Inoltre, "Il segnale che vediamo è anche coerente con i fotoni emessi dai pulsar", ha detto, "o da particelle ad alta energia che interagiscono con il gas nel centro galattico".

Illustratione del Fermi Gamma-ray Space Telescope. (Credit: NASA/General Dynamics)

Traduzione A cura di Arthur McPaul

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/releases/2012/08/120813155529.htm